Il sesso delle donne di Anne Akrich: l’esasperazione del genere femminile

Il sesso delle donne è un libro manifesto dai toni rabbiosi. Il testo (edito Neri Pozza) è un memoir-monologo scritto da Anne Akrich, scrittrice parigina del 1986 cresciuta a Tahiti. Nel suo libro, l’autrice si lancia in un flusso di ricordi dolorosi e riflessioni intorno a un unico grande tema: l’organo sessuale delle donne. Un’entità onnipresente che nel mondo sa donare tanto piacere quanta violenza. Ma che oggi appare più come una zona di guerra, dove vige il tanto famigerato e confusionario consenso.

Anne Akrich scrive di stupro, di sesso, di maternità e di sessismo. Ci regala un manifesto femminista al pari de I monologhi della vagina. Un testo in cui ritrovarsi, riconoscersi, piangersi addosso o far montare la rabbia. Perché serve verità per capire, così come servono le parole adeguate che rappresentano la realtà dei fatti, senza censure. Serve aprire gli occhi su ciò che non vogliamo vedere, perché solo così possiamo sperare di cambiare il mondo che ci circonda. Per noi, per le nostre madri, per le nostre sorelle, per le nostre figlie.

La vagina come organo da scoprire

Qualsiasi donna si ricorda l’attimo esatto in cui ha scoperto di avere tra le gambe un organo in grado di generare un piacere senza eguali. Tutte siamo capaci di richiamare alla mente il periodo in cui abbiamo avviato le esplorazioni sessuali autonome, che sia successo da piccole, da adolescenti o da adulte. Anne Akrich condivide con noi il giorno della sua scoperta, quando capì di avere con sè un piccolo “giardino dell’Eden”.

I primi insegnamenti sulla nostra vagina arrivano dalla nostra figura parentale, molto più spesso da nostra madre che ci insegna a dare un nome a quella “cosa”. Di solito è un nome totalmente innocuo come fiorellino, patatina o rosellina. Capite bene quanto potremmo essere confuse quando arriviamo a scoprire che il nostro fiorellino è fatto di peli, carne e pieghe e può mandarci in estasi in pochi minuti.

Quel giorno, mentre si avvicinava l’ora della merenda, ero sola in casa. […] ero in piena perversione polimorfa, e mi son detta, tanto per pigrizia quanto per curiosità, che era il momento giusto per vedere cosa si tramava tra le mie gambe. Volevo scrutare il mio sesso. […] Mi cullavo ancora nell’illusione di questo piccolo fiore mitologico, lo associavo a immagini di praterie, di cerbiatti che sgambettavano, di uccellini che cantavano. […] E cosa vedo? Decisamente non una margherita. Piuttosto un campo di fiori carnivori.

Nello stesso modo, Anne Arkich ci racconta delle sue prime esperienze con la masturbazione e di come queste abbiano preso le sembianze di una fame implacabile, soprattutto nel voler scoprire come recarsi piacere. E, poi, di come sia stata terrorizzata dalla sua sete di conoscenza attraverso l’avvertimento che conosciamo tutte benissimo: non si può fare sesso prima di aver compiuto tredici anni. Un insegnamento che ci viene impartito molto presto, con storie del terrore e senza troppe spiegazioni utili, affiancato all’enorme senso di responsabilità di dover scegliere il ragazzo giusto con cui “perdere la verginità”. E si, lo sappiamo… la prima volta è la più importante. Non la si deve buttare via. In futuro non dobbiamo rimpiangere di aver concesso la nostra “purezza” a uno qualunque.

Resistere era diventata la mia preoccupazione principale. Come potevo riuscirci? L’amore e la sua manifestazione carnale mi sembravano già essere i principali strumenti della conoscenza, l’accesso alla trasfigurazione. Volevo sapere.

Beh, sì, certo, perché raccontare che la tua prima volta assomiglia più a un film horror in cui vigono terrore, sangue e dolore significherebbe garantire il voto di castità a qualsiasi ragazza. Ma siamo cresciute con questa narrazione spaventosa e carica di aspettative, cosa che già ci istruisce malamente sulla simbologia del sesso. Un fiore che deve essere colto, per nostra concessione, dal miglior offerente.

La vulva come richiamo del male

Tra le pagine di questo libro, Anne Akrich condivide anche ricordi dolorosi ma necessari. Ci racconta di essere stata prima testimone e poi vittima di due stupri. Nel primo caso le parole diventano rabbiose e cariche d’odio, così disgustate da promettersi che questa cosa non sarebbe mai successa a lei. Nel secondo caso, da vittima, il tono è confuso e terribilmente spaventato.

L’autrice non si spiega come sia stato possibile. Proprio a lei che in passato aveva giurato di sapersi difendere e di riuscire a riconoscere una situazione pericolosa. Invece, purtroppo, è successo anche a lei. Il racconto di questo evento è angosciante e restituisce il senso di irrigidimento mentale e corporeo che ne scaturisce. La Akrich viene violentata inaspettatamente, in una situazione che aveva giudicato serena.

Ciò che è sul tavolo, dopo, è la difficoltà di valutazione dell’evento, lo scarto tra il carattere anodino, irrisorio, grottesco di ciò che è successo e i danni che genera: è in questo scarto che vanno a infrangersi i pezzi sparsi della personalità. La vergogna: in buca. Il senso di colpa: in buca. E tutto si sedimenta di nuovo nel luogo della vergogna per eccellenza: il sesso. Eppure si levano le voci. È il lungo periodo del monologo interiore. È infernale per sé stessi, e insostenibile per gli altri. Il pensiero è fatto per questo. Perché le cose più infernali avvengano in silenzio. Al riparo dagli sguardi.

Questa parte del libro è tanto dolorosa quanto fondamentale per capire le dinamiche di uno stupro. Le reazioni della vittima sono rallentate, non lucide e confuse. Il senso di ciò che è successo arriva sempre dopo, nel peggiore dei modi. Quando tornando a casa ci si sente umiliate, sporche e “stupide” per non essere riuscite a difendersi dal carnefice o aver sottovalutato il pericolo.

Ciò che risalta da questo racconto è un fatto inquietante e reale: nessuna di noi è al sicuro. Il rischio di imbattersi in una violenza è uguale per tutte. Camminare per strada, pagare per un massaggio decontratturante, prendere la metro, andare in spiaggia con uno zio o parcheggiare l’auto in un posto poco illuminato è PERICOLOSO. Per qualsiasi donna è angosciante fare cose del tutto normali.

Bisogna stare sempre sull’attenti e non abbassare mai la guardia. L’uomo-orco potrebbe essere chiunque e ovunque. Ne sono una conferma l’enorme numero di femminicidi annui, di chiamate al 1522 o di processi per stupro.

Conclusioni

Anne Akrich ci tiene a sottolineare che buona parte di ciò che noi donne siamo oggi è frutto di un conservatorismo perbenista lungo millenni. A suo dire le donne sono da sempre più funzionali e superiori degli uomini: siamo in grado di generare la vita e far andare avanti il genere umano, per esempio. Ma l’autrice ci presenta il paradosso di questa condizione. Anche se siamo consapevoli di questa superiorità funzionale, non possiamo ammetterlo. «La donna, nella società che ci circonda, deve essere sempre vestita di umiltà e non può parlare di tutto ciò che vuole. Chi l’ha deciso? Ovviamente gli uomini dell’Olimpo.»

Quindi se siamo desiderose di sesso, siamo puttane. Se ci sentiamo belle, ce la tiriamo troppo. Se non ci va di farlo, siamo frigide. Se siamo stanche di ricevere violenze e molestie, siamo esagerate. Se vogliamo pari diritti o un salario equo, dobbiamo smetterla perché abbiamo già avuto tanto.

Basti pensare alla maternità, un luogo mistico dove la donna desidera avere un figlio, passa nove mesi tra sintomi e ansie, partorisce e scombussola il suo sonno una volta per tutte. E in tutto questo: “Non si può dire niente di vero. Una tacita segretezza plana su questa esperienza come se svelare la verità potesse semplicemente interrompere il ciclo della vita. […] Bisogna per forza imparare a padroneggiare il campo lessicale della meraviglia, della gioia e della realizzazione personale”, altrimenti sei una pessima madre.

Ma la soglia di tolleranza delle donne rispetto alla stupidità degli uomini sta diminuendo drasticamente. […] Se gli uomini rischiassero di farsi inculare a ogni piè sospinto troverebbero un modo rapido di risolvere il problema.

L’autrice conclude scrivendo che per porre rimedio alla violenza e al sessismo è necessaria una mutazione dell’inconscio culturale che determina la nostra svalutazione, la garantisce, la coltiva e la custodisce, affinché le abitudini del gruppo dominante cambino.

Ho scritto questo libro per restituire al dubbio il suo ruolo… Per non dire più Voglio morire perché mio zio ha stuprato mia sorella, Voglio morire perché un vecchio ha approfittato della mia gioventù, perché uno sconosciuto mi ha palpeggiata adulta e io non mi sono mossa. Voglio morire per ciò che il mio sesso mi ha inflitto.