Il racconto di un muro di Nasser Abu Srour

Il racconto di un muro, di Nasser Abu Srour, non è un libro facile: forse il modo migliore per avvicinarcisi è semplicemente mettersi in ascolto, con rispetto, cercando di spogliare noi stessi di qualsiasi idea preventiva ci possa essere venuta in mente. Edito da Feltrinelli e tradotto da Elisabetta Bartuli, è una lettura sì scomoda, ma assolutamente necessaria, non solo in questo periodo storico.

Il racconto di un muro è la storia della vita del suo autore, palestinese, detenuto in una (anzi, in più d’una) prigione israeliana dal 1993 e condannato all’ergastolo: il muro di cui (e con cui) parla altro non è che il muro che divide Nasser Abu Srour dal mondo ma che, in fondo, contribuisce a crearne di nuovi. È l’unico riferimento dell’autore nella prigionia, l’unica cosa immutabile, che non cambia mai, contro cui scagliarsi nei momenti di rabbia e a cui rivolgersi nei momenti di sconforto.

Il racconto di un muro è una lezione di storia degli ultimi trent’anni di guerra, lotta, occupazione, è una memoria carceraria, un’indagine metafisica che chiama in causa Søren Kierkegaard, Rabin e Arafat, ma anche la poesia di Darwish e non solo. Ed è persino, forse più di tutto il resto, una storia d’amore.

Betlemme, il più piccolo capoluogo di Giuda

Betlemme, il più piccolo capoluogo di Giuda, ci dicono sia il Vangelo di Matteo, sia il profeta Michea: è qui che comincia la storia di Nasser. Una città schiacciata tra la barriera di separazione, la tomba di Rachele, moglie prediletta del patriarca Giacobbe, insediamenti israeliani sempre più vicini, e il campo profughi in cui cresce il nostro autore: il campo profughi di Betlemme ha radici così lontane, dopo la Nakba del 1948 e la guerra dei sei giorni del 1967, che, di fatto, è diventato una parte della città vera e propria, fatta di case, esseri umani e ribollente rabbia sempre sul punto di esplodere.

Questo è il mondo di Nasser, della sua famiglia, dei suoi amici: qui, tra la povertà, i sogni, la speranza alternata alla disperazione, le bugie raccontate a se stessi per sopravvivere, l’intifada, scorrono i giorni dell’autore e del suo microcosmo, sempre più dimenticato dal vasto mondo al di là del Mediterraneo e persino dagli altri popoli arabi. Finché non accade qualcosa, in realtà, di estremamente comune: senza soffermarsi troppo sulle ragioni, Nasser viene arrestato, all’inizio dell’inverno del 1993, e condannato all’ergastolo poco dopo.

Tante prigioni, un solo muro

Inizia il calvario di Nasser: in trent’anni, dal 1993 a oggi, cambierà molte prigioni, Hebron/al-Khalil, Ashkelon, Nablus, Be’er Sheva, nel deserto del Negev, Hadarim. La prima parte del libro è un continuo sballottamento non solo da un luogo all’altro, ma anche tra isolamento, scioperi della fame, visite della famiglia, notizie dal mondo esterno, echi della situazione sempre più tesa tra Israele e Autorità Palestinese, il tramonto delle già scarse speranze degli accordi di Oslo, morte di compagni di prigionia e di pezzi di un’esistenza rimasta fuori dalle sbarre.

L’unica costante, nella nuova vita-non vita di Nasser è, appunto, un muro. Ed è d’un amarezza quasi grottesca che l’unica cosa rimasta come ancora all’autore sia proprio un muro, in una terra che, tra muri sempre più spessi, sta soffocando, da una parte e, in fondo, persino dall’altra.

Eppure, il muro di Nasser diventa, in fondo, l’immagine della resistenza e della sopravvivenza di chi, davanti alle circostanze più disperate, sceglie di edificare anziché demolire. Anche se le speranze crollano e le bugie per proseguire sembrano essere l’unico futuro, quando persino l’ergastolo potrebbe cedere a un’amnistia, a un accordo, e invece viene ironicamente prolungato.

Nanna, figlia di Palestina

La seconda parte del racconto, all’improvviso, ci porta a conoscere Nanna, una figlia esule della Palestina, cresciuta in Italia e poi tornata, in un certo senso, a conoscere la propria storia e la storia della propria patria, perché in realtà tutto è racchiuso qui: la storia della Palestina è la storia di ciascuno dei suoi figli, e viceversa.

Quasi per caso, Nanna arriva a conoscere Nasser, nella primavera del 2014, per sapere la sua storia, all’inizio, ma tutto si rivela più grande: separati da un vetro, dal muro geloso del suo prigioniero, dal tempo, dallo spazio, anche dall’età, tra visite in carcere inframmezzate da lettere sempre più profonde, nasce qualcosa che non potrebbe trovare spazio in quelle due vite divise.

L’amore tra Nanna e Nasser è quello del Cantico dei Cantici, senza mai potersi avvicinare. È una speranza ostinata, è disperazione bruciante. Mesi, anni. Sogni e sogni ciclicamente infranti. Non possiamo fare a meno di seguire i due innamorati in una terra che ci viene dischiusa anche se solo loro, con parole tali da farci ardere il cuore. 

Perché ti amo

Perché ti amo: un intero capitolo porta questa frase come titolo. Una frase che è risposta a ogni domanda che Nasser e Nanna pongono all’altro. Cosa offrirsi, se non l’Amore? Parole d’amore, qualcosa che a prima vista potrebbe sembrarci sdolcinato e scontato. Eppure cosa di più puro da offrire, quando attorno le speranze si affievoliscono continuamente? Amare al punto di scegliere il bene dell’altro, perché quando amiamo davvero, basta quello: e quasi non importa l’essere amati in cambio, perché l’amore basta all’amore.

Ecco, forse è questo che più possiamo imparare da questo libro, che ha tanto di Dostoevskij, Ungaretti persino, Darwish più di tutti, e che nonostante questo resta unico e irripetibile, proprio come ciascuna esistenza umana: in mezzo a tanta morte, non si è mai così tanto attaccati alla vita come quando si ama. Quando si ama un Altro da noi, quando si amano le radici profonde, quelle che sono protette dal gelo di un mondo senza amore. Allora sì che sì può arrivare ad accettare un muro e scavalcarlo, perché

“Quando ami, sei il tuo tempo e sei il tuo spazio, niente ti delimita, niente ti si oppone, prima di te non c’è nulla e non c’è nulla dopo di te”.