Il prezzo del successo editoriale: Yellowface di Rebecca F. Kuang
Cosa si è disposti a fare per raggiungere il successo editoriale? Forse tutto, risponderebbe la giovane scrittrice Juniper Song che, da un giorno con l’altro si trova in cima alle classifiche di vendita con un libro ambizioso e maestoso. Peccato che il romanzo non lo abbia davvero scritto lei. O almeno, non fino in fondo.
Sono queste le premesse di Yellowface, romanzo della scrittrice di successo di origini cinesi ma trapiantata negli States Rebecca F. Kuang che con questo libro si discosta dal genere che l’aveva resa famosa, il fantasy. In Italia il titolo è edito da Mondadori con un’edizione curata dagli edges gialli molto apprezzati (o odiati a seconda dei punti di vista) soprattutto sui social.
About Yellowface
June Hayward, in arte anche Juniper Song, e Athena Liu sono due scrittrici promettenti che sembrano aver seguito un percorso letterario comune: hanno frequentato la stessa università e si sono laureate insieme, muovono i primi passi dell’editoria insieme. Ma c’è una grande differenza tra le due: Athena raggiunge fin da subito il successo diventando una figura di spicco del mondo editoriale mentre June sembra giù essere finita nel dimenticatoio con un romanzo d’esordio che fatica a decollare.
Ed ecco che accade l’impensabile: Athena e June si ritrovano dopo una serata alcolica a casa della prima che, ingozzandosi di pancake, muore soffocata. June assiste inerte alla scomparsa dell’amica ma prima di andarsene (dopo essere stata sentita dai soccorsi) decide di rubare il romanzo che Athena aveva appena finito di scrivere ma di cui – almeno all’apparenza – nessuno sembrava saperne niente.
Il testo viene rielaborato, June pubblica così un romanzo che genera un tale clamore mediatico da renderla la nuova stella editoriale. Ma i primi sospetti iniziano a comparire. Fino a che punto sarà disposta a spingersi la protagonista per mantenere il terribile segreto?

Usare l’editoria per criticare l’editoria
Yellowface è, prima di tutto, un romanzo fortemente critico nei confronti del sistema editoriale fatto di un tasso altissimo di competizione, una dose non indifferente di fortuna (trovare l’agente e l’editore giusto al momento giusto) e una serie di conoscenze che difficilmente si hanno, specialmente se si è agli esordi. Ma se uno è solo agli inizi, come può muovere i giusti passi in questo mondo? Insomma, si crea il classico effetto di un cane che si morde la coda.
In questo libro June rappresenta la frustrazione di tanti, tantissimi, autori emergenti che cercano in qualche modo di spiccare con la triste consapevolezza che sono pochi quelli che davvero ce la fanno. E spesso non farcela non è sinonimo di cattiva scrittura o di storie riuscite male, ma proprio l’incapacità di incappare nel mondo editoriale quando il mondo editoriale ha esattamente bisogno di quella storia.
Non va mai dimenticato che le case editrici restano pur sempre delle aziende e come tali, per restare a galla, devono vendere. Gli editori non scelgono solo un libro perché convinti del suo valore letterario, ma anche perché credono che quel libro sia in grado di intercettare l’interesse di un pubblico abbastanza vasto e, di conseguenza, far sì che quel libro venga venduto bene.
A questo si aggiunge un altro problema che ben è raccontato da June stessa: il rischio dell’oblio quasi istantaneo. Nel corso del romanzo la notorietà della protagonista cresce velocemente – raggiunge la cima delle classifiche dei libri più venduti, iniziano a manifestarsi i primi interessi per l’acquisto dei diritti cinematografici – ma ben presto questa fama scema.
Diventa sempre più difficile essere autori di long seller e di affascinare i lettori a tal punto che sono disposti anche ad aspettare anni per un nuovo romanzo. Molti degli scrittori raggiungono infatti un successo poco duraturo, con picchi iniziali di mesi (o nelle migliori delle ipotesi di qualche anno) destinato inevitabilmente a scemare.
Diversità, inclusione, appropriazione culturale e razzismo
Un altro tema cardine di Yellowface è indubbiamente la diversità, il privilegio, l’appropriazione culturale e… il razzismo. Il libro iniziato da Athena e chiuso da June è la storia del contributo mai riconosciuto ai cinesi durante la Grande Guerra in supporto dell’esercito inglese. Peccato che June non solo non sia cinese, ma non abbia reali origini asiatiche. Questo la pone in una posizione delicata e particolarmente delicata: fino a che punto, oggi, un autore, può scrivere di culture che non gli appartengono?
La questione è altamente controversa e il dibattito oggi è più infervorato che mai: l’entrata in “vigore” del politicamente corretto, della cancel culture e dell’appropriazione culturale (intesa come l’appropriazione di un soggetto non appartenente a quella cultura esattamente di quella cultura) pongono gli autori in una posizione complicata spesso soggetto di attacchi.
Al momento non esiste una risposta al quesito, che ci ricorda però che chi non ha vissuto sulla propria pelle determinate situazioni non si può certo porre nella stessa situazione di chi, quelle situazioni, le ha effettivamente vissute.
Ma agli scrittori quindi oggi può bastare informarsi, studiare, cercare fonti per restituire la storia di una cultura o di gruppo sociale che non gli appartiene?
Un romanzo ironicamente spassoso
Yellowface è un libro che si legge tutto di un fiato grazie alla capacità di Kuang di creare una tensione sempre più crescente che culmina praticamente alla fine del romanzo. Una storia raccontata con sagacia, ironia e la giusta dose di sarcasmo per permettere al lettore di comprendere fino in fondo che quello che sta leggendo, in fondo, non ha niente di così divertente.
Tuttavia, l’aspetto più riuscito dell’intero tomo è la capacità dell’autrice di farti in qualche modo tifare per la protagonista che è la villain della storia. June ha fatto qualcosa di eticamente sbagliato e non solo: ha perpetrato l’episodio costruendo un castello di bugie pronto cadere al primo soffio di vento. Eppure, in qualche misura, si capiscono le motivazioni che portano June a fare quello che ha fatto. Non può essere ovviamente giustificata ma la comprensione genera una giusta dose di empatia che rende difficile capire alla fine chi è il vero colpevole di Yellowface.
Abbiamo però una certezza, Rebecca F. Kuang è una stella editoriale la cui scia difficilmente è destinata a sparire presto.
