Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder

Ah è cosa eccellente possedere la forza di un gigante, ma usarla da gigante è tirannia.

Nel 1954, in una lettera a John Glending, un liceale che doveva scrivere un tema sul Ponte di San Luis Rey, Thornton Wilder parla del suo romanzo citando William Shakespeare e in particolare un passo da Misura per misura.

Il passo riassume perfettamente lo scopo del romanzo, pubblicato da Sellerio Editore per la collana “La memoria”, o se vogliamo la quest del romanzo, basata su un tragico avvenimento ambientato in Perù: nel 1714, il ponte di San Luis Rey che collega Cuzco e Lima, un ponte tanto antico quanto fondamentale, crolla improvvisamente causando la morte di cinque persone. Il fatto non si spiega e a porsi molte domande è Fra Ginepro, che decide di avviare un’indagine in piena regola, ma si tratta di un’indagine introspettiva all’interno delle vite di quelle cinque persone.

Autore: Thornton Wilder

Editore: Sellerio
Collana: La memoria
Numero di pagine: 248
Data di uscita: Giugno 2023


Che cosa rappresentavano quelle cinque persone per il Perù e per il Viceré del Perù? Ma soprattutto, che cosa rappresentavano quelle persone per coloro che le amavano? Perchè sono morte proprio quelle persone? Si può parlare forse di punizione divina o forse di morte improvvisa? Erano anime innocenti?

Le risposte a queste domande vengono date da Wilder attraverso la ricostruzione delle vicende umane che avevano condotto quelle cinque persone ad attraversare il ponte. Wilder si addentra nella storia dell’orfana Pepita e della marchesa di Montemayor, una madre che cerca disperatamente l’affetto della figlia lontana in Spagna; o la commovente storia dei gemelli Esteban e Manuel accolti dalla chiesa ma entrambi destinati alla morte. Esteban è una delle sfortunate vittime del crollo del ponte, ma Manuel muore a causa di una ferita alla gamba. E proprio il personaggio di Esteban colpisce profondamente l’autore perchè incarna una specie di eroe che non fa altro che corteggiare la morte, gettandosi anche tra le fiamme, pur di esorcizzarla dalla propria vita e da quella del fratello.

E la storia della Pèrichole, una bellissima attrice di teatro realmente esistita con il nome di Micaela Villegas, dal suo esordio nel pieno della gioventù agli ultimi anni vissuti in piena decadenza, povertà e malattia. La vita della Pèrichole si intreccia con altre due vittime del crollo del ponte: zio Pio, che fino alla fine amò profondamente Micaela e la condusse verso la carriera teatrale, e Jaime, il figlio adorato di Micaela, di salute cagionevole e debole.

Quello che vuole esprimere Wilder attraverso queste brevi pagine è che il romanzo è la rappresentazione della commedia umana, la celebrazione dell’esistenza con la costante presenza della morte. E ancora, filosoficamente, pone diversi quesiti fondamentali: tutto è frutto del destino? Il destino è in mano all’uomo? Ammettendo che il destino sia nelle mani di Dio, coloro che hanno trovato la morte in quel terribile incidente sono stati scelti da Dio come anime pure ed innocenti? Oppure, è forse a causa dell’uomo stesso la morte di quelle persone? Dunque si tratterebbe di tirannia. La tirannia dell’uomo, del destino, di un’entità sconosciuta all’umanità che separa degli innocenti dai propri cari? E infine, che cosa resta di quelle persone?

Semplicemente il ricordo, la memoria del cuore, perchè nella commedia umana spesso il destino o la vita stessa sono crudeli, ma l’amore resta. L’amore è il filo conduttore principale che lega ogni paragrafo del romanzo e forma un binomio insieme alla memoria. E sulla scia di Cechov, Wilder cerca di porre delle domande al lettore, le stesse domande che ognuno si pone quando una tragedia colpisce l’umanità, perchè è anche questo il compito della letteratura.

Quando scrisse il romanzo, Thornton Wilder non aveva mai visto il Perù (cosa che avvenne solo successivamente) e dunque molte furono le fonti a cui si ispirò per creare una perfetta ambientazione e per catapultare il lettore nel 1714. Per il personaggio di Micaela Villegas lesse La Carrose du Saint-Sacrement di Prosper Mèrimèe, William Prescott, Ephraim George Squier per la parte geografia ed archeologica, Bingham e La Rochefoucauld. E per il personaggio della Marquesa de Montemayor, Wilder si ispirò alla Marquise de Sèvignè.

Aveva nel cuore un grande dolore, il dolore di un mondo privo di senso.

Secondo William Butler Yeats, anche la rappresentazione dei conflitti con noi stessi è letteratura e Wilder riesce benissimo nell’intento rappresentando il dramma della vita interiore dei suoi personaggi, del dolore scaturito dalla perdita, dalla solitudine e dall’ingiustizia di un mondo privo di senso, appunto e sulla scia dell’adattamento teatrale e cinematografico (la prima opera che scrisse Wilder fu un adattamento teatrale per Off Broadway) scrive un’opera talmente grande da vincere il Premio Pulitzer nel 1928.

Dunque, in cosa consiste la grandezza di questo libro? L’apparenza di un giallo costituito da indagini empiriche, conduce al contrario verso l’indagine nella dimensione interiore dei protagonisti e verso una dimensione esistenziale, nella quale non è possibile acquisire stoica consapevolezza, ma soltanto comprendere quanto i meccanismi della vita siano oscuri, impossibili e inafferrabili.