Il Padre di Miljenko Jergović

Un romanzo sul padre perduto, un saggio sulla storia balcanica e sull’identità. L’autore ci porta a Sarajevo tra le pagine della sua storia famigliare per interrogarsi sulla propria vita, sul legame con il padre e sulla storia dell’ex Jugoslavia, teatro di feroci violenze e di forti contraddizioni. Ne esce un’opera autobiografica lucida e molto intensa, edita Bottega Errante Edizioni.

L’autore

Miljenko Jergović nasce a Sarajevo nel 1966. Studia filosofia e sociologia. È romanziere, poeta e giornalista. Durante l’assedio si trasferisce a Zagabria dove attualmente vive. La sua vasta produzione letteraria è tradotta in molte lingue ed è sempre legata al contesto ex jugoslavo. Tra le opere più famose la raccolta di racconti Le Marlboro di Sarajevo.

Un legame morente

Lei dice: “Eccoti papà”. Strano sentire quella parola, non la collego a me stesso, non la pronuncio da almeno trent’anni, da quando sono entrato nella pubertà”

Cosa si prova a ricevere la notizia che il proprio padre sta morendo? Certamente dolore, paura e senso di impotenza. Ma se il legame si è interrotto tanti anni prima, se la figura paterna non è stata presente nella tua vita, allora le cose cambiano, la reazione non è certo la più convenzionale e attesa, e così può accadere che l’ultimo saluto si manifesti al telefono, con parole di circostanza e un senso di imbarazzo, con un tono privo di complicità che racchiude un tempo di lunghi silenzi e di mancanze.

La voce riconosciuta a stento, un tiepido incoraggiamento ad avere cura di sè, e nient’altro. Queste le poche parole pronunciate in un normale giovedì pomeriggio del 2010, in automobile, fermo a un distributore di carburante per dare al padre l’ultimo saluto.

Dall’altro capo del filo un uomo ormai giunto alla fine, che replica con un più sentito “è colpa mia”, “per la tua scrittura, per la correttezza”, con la consapevolezza di aver compreso i propri limiti e l’incapacità di esserci, solo grazie alla narrazione del figlio, unico mezzo di comunicazione che sia stato in grado di mettere luce alla natura del loro rapporto.

Mio padre è morto”, così esordisce l’autore per mettere subito in chiaro che questo evento sarà il punto di partenza di un’opera che oscilla tra un romanzo famigliare e un saggio storico-politico. Jergović affronta una riflessione critica, e priva di autocommiserazione che esplora le pieghe dei sentimenti e dei legami famigliari, ripercorrendo l’albero genealogico e la storia che ne ha fatto da cornice.

“Non eravamo legati, sebbene mi abbiano sempre detto che ero uguale a lui. Nacqui che aveva trentotto anni compiuti, a Sarajevo era già uno stimato dottore che la fama e la posizione avevano invecchiato presto.”

Già da piccolo era chiara ed evidente la somiglianza fisica con il padre: la testa, la fronte, gli occhi e l’espressione del volto, e questo era una fortuna, perché lì a Sarajevo, a differenza dell’Occidente, il culto della somiglianza era importante, perché non sarebbe stato necessario domandarsi chi fosse il padre. Invece questa domanda l’autore se l’è fatta per tutta la vita, per capire come la somiglianza possa limitarsi ai tratti somatici senza poi svilupparsi nel medesimo modo di affrontare la vita, con mentalità e strumenti diversi. La ricerca dell’identità diventa così il tema del libro, poiché non è solo un interrogativo personale ma si allarga alla società, al concetto di appartenenza e di cittadinanza e diventa fondamentale per comprendere il padre e le sue contraddizioni ma anche gli eventi tragici che hanno caratterizzato la Bosnia e l’intera Jugoslavia.

Jergović e i ricordi di Sarajevo

La famiglia Jergović vive a Sarajevo, città in cui convivono ortodossi, ebrei e cattolici, in una società che si può definire multietnica. Miljenko nasce nel 1966 e i genitori si separano poco dopo la sua nascita.

La madre fin da subito manifesta la volontà di superare i pregiudizi del tradizionalismo che vedeva la donna divorziata come una ripudiata e abbraccia la mentalità socialista, che considerava il divorzio come una forma di esercizio della libertà, puntando sulla propria indipendenza.

Il padre è un medico internista ed ematologo che si occupa di leucemie. Il suo mestiere è anche lo scopo principale della sua vita, a cui si dedica anima e corpo quasi come fosse una missione e uno strumento di redenzione.

L’approccio razionale e scientifico che applica nel lavoro è una metodologia che viene utilizzata dal padre in ogni aspetto della sua esistenza, compresi i rapporti umani, vissuti senza trasporto e senza la possibilità di mostrarsi fragile. Uomo poco presente nella vita privata, nel tempo non riuscirà a creare con il figlio un legame che vada oltre la stima professionale e dedicherà le sue attenzioni e il suo impegno unicamente ai suoi pazienti.

I ricordi di Miljenko non rimandano a serene immagini casalinghe, ai giochi, alla complicità, ma sono legati all’inconfondibile odore di ospedale che sentiva attraversando i corridoi che lo conducevano allo studio dello stimato dottore durante gli unici momenti di incontro, in cui l’uomo, nei confini del suo mondo, era importante e ammirato.

Con il padre non parla mai della sua vita, non esiste un dialogo, un confronto, e le informazioni le ottiene solo dall’esterno e così lo scrittore cerca la risposta alle sue domande addentrandosi nella storia della famiglia paterna, composta da personaggi curiosi e fortemente caratterizzati, come la nonna Stefanija, cattolica, di origine croata, attivista nel movimento ustascia, rancorosa e poco amorevole, oppure la ribelle zia Mila, che è scappata per sposare un serbo.

Ma i personaggi sono frutto del loro tempo e così il racconto non può prescindere dalla storia, dalle guerre, dalla politica, e si sviluppa nelle riflessioni dell’autore sulle questioni identitarie, sui modelli sociali, su quanto il concetto di cittadinanza possa prescindere dalla religione, sulla violenza e su come non ci sia stata poi tanta differenza tra i laboratori di morte ustascia nel campo di Jasenovac e il genocidio perpetrato dai serbi a Srebrenica.

Scrivere per rivivere la propria infanzia

Attraverso i suoi personaggi Jergović si interroga sulla sua identità di uomo, ripercorre la sua infanzia con scorci di vita intrisi di jugonostalgia, e soprattutto analizza la sua natura di scrittore, la sua capacità di sviscerare la vita attraverso le storie, il suo metodo per dare un senso alla lontananza con la figura paterna.

“I nostri rapporti interpersonali e le nostre vite potevano cambiare solo in un modo: interrompendo ogni contatto con lui e sforzandomi di essere nella vita l’opposto di ciò che era stato lui”.

Grazie a questa presa di coscienza realizza come proprio mediante la scrittura sia riuscito a comprendere il padre fino a riconoscerne l’ultimo tentativo di esprimere la sua riconoscenza e giunge alla consapevolezza che solo l’enorme divario con il padre ha influenzato il suo essere scrittore, e la sua attrazione per il dramma e per il passato gli hanno consentito di affidare alla carta quelle parole che non sono uscite in altro modo.

“Era quella la misura della mia libertà letteraria e dell’intima cattiveria nei confronti di mio padre: scrivevo cose della sua vita, cose che potevano riguardarlo o che erano parte riconoscibile della sua esperienza di vita e del suo carattere, mescolando il tutto in una storia altra, inventata o altrui, in una vita che non era più sua, e cosi comunicavo con lui, discutevo e gli ponevo domande; molto più spesso facevo i conti con lui, dicendogli, in quei racconti semi inventati, che era un debole e un uomo da nulla e che non mi aveva offerto la possibilità di essere figlio di qualcuno. Mio padre leggeva il libro e poi mi chiamava e mi faceva i complimenti”.

È proprio questa la colpa che il padre alla fine della sua vita si addossa, il fatto che il figlio lo ami come si può amare un personaggio letterario, un eroe di carta. Se il padre non fosse stato un debole, se non avesse soffocato ogni sua passione per dedicare la sua vita alla sua missione, se non fosse sfuggito a tutto e tutti per rifugiarsi nella medicina, se non avesse pensato alla leucemia come una sfortunata disposizione delle pedine in una complessa partita a scacchi, se avesse creduto che una preghiera avrebbe potuto salvare i suoi malati, se non avesse considerato tutti gli uomini uguali, probabilmente Miljenko non avrebbe pensato tanto a ciò che li divideva, prendendo atto che il padre era per lui uno sconosciuto nonostante lo conoscesse come se stesso.

 “Non so come sarebbe andata se fosse stato diverso. So solo che allora questo non sarei io […].  Non ci fosse quel puzzle che si è composto tanto perfettamente, sarei sicuramente uno scrittore diverso, o non sarei affatto uno scrittore”.

Considerazioni personali

È stata una lettura densa ed emozionante. Ho apprezzato l’impianto narrativo, la capacità di intrecciare sapientemente la struttura del romanzo, con elementi di vita vissuta e ricordi del passato, e del saggio storico, con riflessioni storico-politche e interrogativi di carattere universale.

Un libro per chi vuole approfondire la storia dell’area balcanica attraverso gli occhi di chi ha vissuto i momenti più tragici della guerra e che ci fornisce una serie di interessanti domande, senza tralasciare la propria esperienza e il proprio sentire.