Il naufragio secondo Maria Isabella Vincentini

Il termine ‘naufragio’ congloba in sé un lessico appartenente alla sfera marina come viaggio marino, mare, nave, fiume, estuario, riva, fondale, gorgo, fortunale, mareggiata, alga. Ognuna di queste parole costituisce un topos fondamentale nella letteratura che ha inizio in epoca antica, al tempo di Omero e raggiunge il proprio culmine con i poeti post-ermetici della seconda metà degli anni Settanta del Novecento.

La poetessa e critica letteraria Maria Isabella Vincentini, nel suo saggio Varianti da un naufragio, decide di focalizzare i propri studi sui testi poetici estremamente significativi dei simbolisti e cioè Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Valery; giungendo a Ungaretti, Quasimodo, Leopardi, D’Annunzio, Montale, Luzi e Bigongiari; partendo soprattutto dai padri spirituali dell’epoca Romantica come Wordsworth, Coleridge, Poe, Shelley e Keats. Che cosa ha rappresentato il mare per l’uomo e in particolare per il poeta?

Veramente avvertii un desiderio di esplorare gli abissi […] e mi stupivo di non dibattermi in lotta mortale con l’acqua.

Il mistero dell’abisso

Edgar Allan Poe afferma queste parole nel racconto Una discesa nel Maelström ed effettivamente l’abisso è sempre stato una calamita per l’uomo che ha sempre provato il desiderio di esplorarlo. Il viaggio per mare custodisce il senso di misteriosità emblematica che tanto travolge emotivamente i poeti. In letteratura, il naufrago viene prima inghiottito dai flutti, abbandonandosi e poi fortuitamente può essere salvato da un barile, un ramo d’oro, un delfino o una bara salvagente.

Il lessico della sfera marina racchiude elementi simbolici e metaforici. L’acqua è il simbolo della vita, della fecondità e dell’abbondanza. Essa è pericolosa perchè distrugge, inghiotte, uccide, ma al contempo rinnova, placa la sete e il desiderio, vince e dona, salva. In questa dimensione simbolica, secondo Poe, il viaggio per mare racchiude in sé una vena di scoperta che desta nel viaggiatore (che può divenire naufrago) fascino ed attrazione, e attraverso la scoperta giunge alla conoscenza di tesori nascosti e di spettri in qualche angolo buio e profondo degli abissi.

Francesco Petrarca

Tuttavia, sia come locuzione sia in senso figurato, il naufragio ha un’accezione negativa ed è ravvisabile nella produzione petrarchesca. Nel sonetto CLXXXIX, Francesco Petrarca descrive la tempesta notturna come una drammatica allegoria del travaglio interiore del poeta, così come tutti gli altri elementi naturali presenti nella scena. <<Nave colma d’oblio>> che <<passa per aspro mar>> e che conduce al porto, non come luogo di salvezza ma di disperazione.

Ulisse e Odisseo

Di chiara influenza agostiniana, il viaggio petrarchesco è un viaggio dell’Io intimo del poeta, un Io logorato dal peccato nella vita terrena e rievoca l’Ulisse di Dante, che vive una vita governata dall’errore per avere superato le colonne d’Ercole e dunque del peccato, quello stesso peccato che costituisce la mancata salvezza dell’anima del poeta e del suo amore nei confronti di Laura.

Per Odisseo il viaggio si rivela pieno di insidie, pauroso e rappresentato dalla tempesta, dall’agitarsi dei flutti ad opera di Poseidone, il dio del mare:

[…] radunò i nembi, sconvolse il mare brandendo il tridente, tutti scatenò i turbini di tutti i venti, e coperse di nubi la terra e il mare; notte venne dal cielo.

Giacomo Leopardi

Nella modernità il viaggio marino simboleggia la condizione del poeta, ma non intende essere un luogo comune perchè ogni autore opera una propria personalizzazione del tema. Pur partendo da un evento disastroso, pericoloso e rischioso per il navigante, il naufragio nella poesia moderna diviene <<dolce>> perchè serba un’idea di mutamento della propria sorte in positivo. Il poeta è alla ricerca del nuovo e dell’infinito come Giacomo Leopardi. Ma se il naufragare è dolce, è compito del poeta scoprire altri abissi.

Gabriele D’annunzio

Gabriele D’Annunzio è ansioso di conoscere la divinità marina che si nasconde negli abissi e dunque decide di scendere nel gorgo, pur temendo l’ignoto pericolo. L’uomo diviene il superuomo, secondo la concezione nietzschiana e secondo la concezione del mito antico del semidio metà uomo (ed eroe) metà dio. Percy Shelley <<si dà in sacrificio alla tempesta>> per scoprire il gorgo che risiede nell’altro mondo. Ma la fuga del poeta è verso il mare o verso la morte?

Michaelstaedter

Il filosofo Michaelstaedter sostiene che la morte è l’unico porto di pace, la sola via per sfuggire a quel dolore di leopardiana memoria, a quelle speranze vane e a quell’ansia per le piccole cose umane. <<La morte è il coraggio di navigare verso il nostro libero mare>> dunque il naufragio è una negazione affermativa ed è la consistenza della vita. Sergio Corazzini introduce il tema del naufragio come vero e proprio modus vivendi: la sopravvivenza all’ecatombe attraverso la vista del luccichio delle stelle, dunque il naufragio è una metafora incompiuta.

Dino Campana

Il tema del viaggio, successivamente, ricorre in Dino Campana con il riferimento al mito come origine del mondo e della vita. All’orfismo viene affiancato il tempa dell’ulissismo romantico e il viaggio è memoriale della circolarità mitica infanzia – tempo – morte – rinascita – memoria ed oblio. I Canti Orfici sono il diario di viaggio verso la memoria, verso il sogno della gioventù di Campana, del suo vagabondare e delle sue inquietudini. Per Ungaretti, invece, il naufragio è icona dell’assenza, è metafora dell’oblio, del nulla e dell’esilio.

Il ritorno

Ma in fin dei conti, il mare è poetry non poem e dunque per quanto esso comporti la sopraffazione, si tratta anche di origine, di creazione. Il viaggio è una quest, una ricerca, mentre il naufragio è l’archetipo della condizione del ritorno: unica ragione del viaggio. Il rischio è necessario per Campana, Melville, Conrad, Stevenson, Shelley, Rimbaud, Dylan Thomas, Onofri, Caproni, Luzi e Bigongiari.

[…] figlio del sangue, naufrago dell’infinito, ti perderai nel cerchio d’acqua ma non fissare lo sguardo sul gorgo, non attraversare la notte, segui quel canto nascosto tra le foglie, la voce di chi insegue e chi emigra.

Il naufragio come metafora

La dulcedo naufragi si rivela essere per il poeta la metafora della vita quotidiana e degli ostacoli che la vita riserva. Il naufrago deve pur affrontare il rischio per giungere alla scoperta di tesori e per affrontare il ritorno a casa, al porto sicuro. Il poeta, specialmente il poeta moderno, si ritrova a riflettere su se stesso e sulle proprie inquietudini che gli impediscono di affrontare un viaggio turbolento, in balia delle onde del mare scuro e profondissimo.

E alla fine quel porto lo raggiunge? E il naufragio gli insegna qualcosa? A queste domande Maria Isabella Vincentini non risponde in modo diretto, ma l’unico modo possibile per saperlo è quello di affidarsi alla letteratura.