Il mito della bellezza di Naomi Wolf: una guida verso la libertà

Un saggio, quello di Naomi Wolf, alla portata di tutti, che funge quasi da guida spirituale per le donne che hanno capito di non essere davvero libere, nonostante le lotte delle femministe che le hanno precedute.
Ma è una guida anche e soprattutto per quelle donne che si trovano ancora totalmente intrappolate nel mito della bellezza, per aprire i loro occhi e dimostrare che un altro mondo, un’altra vita è possibile.

Se ci soffermassimo a pensarci bene, saremmo in grado di dire che le donne sono davvero libere? E cos’è che non le rende tali? Il mito della bellezza, appunto.

La nascita del mito

Siamo talmente assuefatti all’immagine della donna che ci viene presentata oggi, che stentiamo a credere che in passato il concetto di bellezza non fosse lo stesso di ora o, addirittura, non condizionasse in modo così profondo le vite delle donne.  Tra la prima e la seconda rivoluzione industriale, proprio quando nasce la società di massa, la borghesia inizia ad acquisire sempre più potere e a diffondere i propri gusti, valori, preferenze. 

Nello stesso periodo la donna inizia piano piano ad emanciparsi, ad uscire dal contesto casalingo per avvicinarsi di più al mondo del lavoro e all’indipendenza economica. È in questo momento che la bellezza inizia ad essere presentata come un concetto oggettivo. Si comincia a dare una definizione di ciò che è bello e ciò che invece non lo è. È in questo momento che iniziano a circolare immagini di donne belle, di donne giuste, che rispecchiano esattamente l’ideale a cui ogni figura di sesso femminile dovrebbe aspirare.

Ma non è sempre stato così e ancora oggi non è così in tutto il mondo: “i Maori ammirano la vulva carnosa e i Padung il seno cascante” ci dice Wolf, per non parlare dei Wodaabe del Niger. In questa tribù sono gli uomini a truccarsi e a dedicare moltissime ore alla cura del proprio corpo per attirare l’attenzione delle donne. Queste, anche se sposate, durante il festival chiamato Gerewol possono scegliere l’uomo giudicato più attraente come secondo marito. Difficile da credere per noi, vero?

Cosa intendiamo per mito della bellezza?

Il mito della bellezza è dunque un’imposizione politica, un mero strumento economico, che non ha nulla di oggettivo: dalla rivoluzione industriale ad oggi è stato sempre presente ed è evoluto e cambiato a seconda delle preferenze, delle mode, della società. In questo periodo di tempo, la donna ha da un lato acquisito sempre più indipendenza dalla famiglia, dall’altro, proprio per questo motivo, la società ha cercato di costringerla sempre di più in una prigione di ideali irrealizzabili.

Perché? Perché il lavoro femminile rischia di dare alle donne il potere di scegliere come gestire i propri soldi, se avere figli, se occuparsi di politica. Diventa quindi necessario indirizzare i loro consumi e far vivere alle donne una continua ansia da prestazione.  

Le donne non sono altro che consumatrici, alle quali propinare sempre più prodotti per raggiungere un’ideale di perfezione che non sarà mai tale, perché destinato a cambiare ancora e ancora, con il solo obiettivo del controllo e della sottomissione.
Ma come si vende, come si diffonde questo mito?

Il ruolo dei media

Le riviste

La cultura in generale e i media in particolare hanno alimentato e continuano ad alimentare moltissimo il mito della bellezza e tutto questo quasi esclusivamente per ragioni di marketing.
Naomi Wolf nel suo saggio fa una lunga riflessione sul ruolo delle riviste femminili, strumenti usati dai pubblicitari per influenzare i desideri delle donne e spingerle a comprare prodotti che permettano loro di raggiungere la migliore versione di sé.  

Basti pensare che “esaminando 50 anni di copertine di Life si scopre che sebbene molte mostrassero donne, solo 19 di queste non erano attrici o modelle, cioè non lì per la loro bellezza” e, quando non lo erano, i titoli delle prime pagine non mancavano di sottolineare in modo ironico la bruttezza della protagonista.

La pornografia

Ma la Wolf non cita soltanto le riviste. Parla anche di televisione  e, soprattutto, di pornografia.      
Sebbene la posizione della scrittrice riguardo il business della pornografia sia piuttosto dura, alcuni passaggi sono interessanti e ci fanno capire come, anche in quell’ambito, si cerchi di vendere un’immagine della donna distorta, che nulla ha a che vedere con la realtà. Cosa che avviene molto meno per la figura maschile. Nelle riviste, come nel cinema e nella pornografia, spesso le donne protagoniste sono quelle considerate perfette, senza o con pochissimi difetti fisici.      

Solo per fare un esempio, è da pochissimo tempo che nei media vediamo donne che mostrano orgogliose le loro smagliature. Eppure ci sono sempre state, ce le hanno tutte. Anzi, ce le hanno anche gli uomini, ma spesso non se ne rendono conto perché la società e i media non pongono la stessa attenzione su certi dettagli del corpo maschile. 

Da questa retorica deriva che la maggior parte degli uomini è “eccitata visualmente dal corpo femminile e meno dalla personalità, perché è addestrata fin da subito a reagire in quel modo”. Le donne, in questo senso, vengono viste come oggetto sessuale e non come persone. Al contrario “le donne si eccitano meno visualmente e più emotivamente perché così sono state addestrate.”

Proviamo a ribaltare la situazione, facciamo un esercizio insieme…

Un passaggio che ho apprezzato particolarmente è quello in cui la Wolf tenta di capovolgere la situazione e chiede al lettore di immaginare cosa succederebbe se il mito della bellezza avesse come principale target di riferimento la popolazione maschile. Proviamoci anche noi insieme:     

Se l’unica finestra sulla sessualità maschile disponibile per le donne fosse un flusso di immagini a basso costo, esplicite, facilmente disponibili di ragazzi giovani, che sorridono rivelando i loro peni eretti, che non hanno alcun difetto, che sanno di cannella o frutti di bosco, che non hanno peli e sono sempre pronti per un’ottima prestazione…bhe allora potete stare certi che gli uomini “si accosterebbero al letto di una ragazza con una certa apprensione”.

Le conseguenze

L’esercizio che abbiamo appena fatto insieme ci aiuta a comprendere una delle prime conseguenze del mito della bellezza, ovvero l’insicurezza generata da un paragone con qualcosa di migliore, con un ideale.
Ma ce ne sono molte altre, analizziamole insieme:

Il paragone e la rivalità

Dover sempre aspirare a standard e ideali di bellezza imposti dalla società e considerati giusti, significa rendere le donne insicure e competitive.      
“Molto spesso le sorelle ricordano il dolore provato quando una di loro era definita quella carina”, “la gelosia tra amiche del cuore è un aspetto crudele dell’amore femminile”. 

Le donne sono in continua lotta con loro stesse e con le altre donne, alcune di loro si sentono in colpa se riescono ad attirare più attenzione di una loro compagna, altre provano invidia quando vedono una donna che giudicano più attraente. Il mito della bellezza costringe quindi le donne a dividersi, a voler vincere l’una sull’altra.

L’insicurezza

Le donne sono portare a sentirsi sempre inadeguate e per questo motivo doverose di impegnarsi il più possibile per fare ed essere sempre meglio.             
L’insicurezza, a sua volta, porta a un’altra conseguenza: intervenire sul proprio corpo per cercare di modificarlo e raggiungere così gli ideali imposti dalla società.    

Come? Lascio qui un po’ di numeri: le industrie più potenti del mercato sono quella dietetica (33 mld di dollari), quella cosmetica (20 mld di dollari) e quella della chirurgia estetica (300 mln di dollari).

La Wolf pone un accento particolare sulla chirurgia estetica, da non confondersi con quella plastica.
Alle donne interventi invasivi, pericolosi e a volte letali come una mastoplastica additiva, una rinoplastica, una liposuzione o una riduzione dello stomaco sono venduti come fossero delle semplici pulizie del viso.

Quasi mai si mettono in guardia le pazienti dei rischi che corrono e addirittura questi interventi vengono proposti anche quando non necessari, facendo sentire la donna come inadeguata e convincendola a dover correre ai ripari. Per non parlare del risvolto psicologico: le donne si trasformano, fin quando non riescono più a riconoscere se stesse. 

E la maggior parte di queste lo fa perché pensa che la bellezza sia l’unica arma che ha per essere presa sul serio e per non invecchiare mai. Dopo tutto, quante volte abbiamo sentito la frase: “un uomo di mezza età è affascinante, una donna di mezza età è da buttare” ? 

Tant’è che la Wolf ci dice che “gli uomini muoiono una volta, le donne due. Le donne muoiono come bellezze prima ancora che come corpo.”

La giustificazione della violenza

Secondo un’indagine svolta da Ms., fra 3187 ragazze intervistate, una su quattro aveva avuto un’esperienza che rientrava nella definizione legale di stupro o tentato stupro. Delle donne violentate, l’84% conosceva l’aggressore e il 57% è stato violentato nel corso di un appuntamento.

Da questi dati la Wolf fa derivare una considerazione agghiacciante: “lo stupro ai danni di una ragazza a cui si è dato un appuntamento è più comune dell’essere mancini, dell’alcolismo e degli attacchi cardiaci”.

Cosa c’entra tutto questo con il mito della bellezza?

Quando la scrittrice Margaret Atwood chiese alle donne cosa temessero di più, la loro risposta è stata “temiamo di essere uccise”. La stessa domanda posta agli uomini ha avuto come risposta “temiamo che ridano di noi”.

La sottomissione, l’annullamento dell’atto d’amore e la sua sostituzione con la violenza (che può essere fisica, ma anche verbale o psicologica) sono le armi utilizzate per vedere la donna con distacco, ancora come oggetto sessuale e non come persona, per non temere di essere giudicati deboli e per comportarsi come la società maschilista si aspetta.

Lo scenario del futuro

Ma allora, dopo tutti questi dati e fatti sconcertanti, c’è ancora uno spiraglio di luce, è possibile vincere contro il mito della bellezza?
Naomi Wolf ha scritto questo saggio negli anni ’90. Oggi è ancora tremendamente attuale, ma sono stati fatti alcuni importanti passi avanti.

La scrittrice, ad esempio, si augura la nascita di una nuova ondata di femminismo, che è proprio quella che stiamo vivendo ora.        
Chiude la sua opera ricordando che il mito della bellezza ha sempre avuto come target principale la figura femminile, ma i tempi stanno cambiando e anche gli uomini devono comprenderne la gravità non solo per sostenere le proprie madri, amiche, sorelle e compagne, ma anche per difendere se stessi.
Il mito della bellezza e il maschilismo danneggiano anche gli uomini perché li costringono a una vita inautentica.

“Il mito della bellezza danneggia gli uomini, insegnando loro a evitare di amare le donne. Impedisce loro di vedere veramente le donne.”

“Quando un uomo ha rapporti sessuali con una donna che ha scelto solo per la sua bellezza impersonale, ci sono molte persone nella stanza con lui, ma lei non è tra queste. Questi rapporti deludono entrambi, perché entrambi devono vivere in pubblico per avere la costante e rassicurante conferma che quella donna possiede un alto valore di scambio”.        

Ma non si tratta solo di questo. I pubblicitari, infatti, hanno già capito che la sicurezza del sesso maschile può essere facilmente sgretolata tanto quanto quella del sesso femminile, quindi le prossime vittime del mito della bellezza potrebbero essere proprio loro.

Sia gli uomini che le donne dovrebbero imparare a guardarsi senza subire il condizionamento del mito della bellezza. Solo in questo modo saranno più onesti, più liberi, più capaci di vivere relazioni autentiche con se stessi e con gli altri.

Un appello finale

Tutte queste considerazioni, ovviamente, non devono far pensare che il comportamento corretto sia quello di non prendersi cura del proprio aspetto, di non amare quelle che spesso vengono definite “frivolezze”, di non sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica o di non indossare rossetti troppo rossi o tacchi troppo alti. Assolutamente no. Tutto questo significa esclusivamente una cosa: libertà. 

La libertà di scegliere di fare tutte queste azioni solo perché si vogliono fare e non perché ci si sente inadeguate, sbagliate, come qualcosa di rotto da riparare o migliorare.            

“Vincerà la donna che consentirà a se stessa e alle altre di mangiare, di essere sessuale, di invecchiare, di indossare una tuta da lavoro o una tiara di strass… di coprirsi o di andare in giro praticamente nuda. Vinceremo quando saremo convinte che è affar nostro quello che facciamo col nostro corpo. Quando le istituzioni, certe donne e certi uomini continueranno a cercare di usare il nostro aspetto contro di noi, ma noi non abboccheremo”.