Il mio vero nome è Elisabeth, di Adèle Yon
Adèle Yon firma, con Neri Pozza Editore, il suo esordio letterario conquistando critica e grande pubblico. Di Elisabeth, chiamata da tutti Betsy, in famiglia rimangono poche fotografie, qualche ricordo confuso e una definizione “era pazza”. Ma chi decide quando e se una donna è folle? Cosa resta di una persona quando la sua identità viene sostituita, perduta? Sono queste le domande che guidano un libro impossibile da rinchiudere in un solo genere. Memoir, inchiesta familiare, reportage storico, saggio sulla psichiatria, riflessione femminista e persino romanzo investigativo. Il mio vero nome è Elisabeth è un romanzo che parte dall’assenza.

La trama
Per scoprire la storia di Betsy, Adèle Yon deve partire cercando negli archivi ospedalieri e nei certificati medici, nelle lettere dimenticate e nelle testimonianze spesso contraddittorie dei familiari.
I parenti mi verranno a cercare incuriositi, un po’ sospettosi: Allora, pare che tu stia facendo ricerche su Betsy? Non diranno mai: sulla mamma, su mia nonna, su mia sorella. Diranno sempre: su Betsy. Ma per adesso Betsy è un nome che non si pronuncia. So che nell’istante in cui avrò estratto questo nome dal silenzio, con il gesto secco del palombaro che tira il tubo che lo collega alla superficie quando gli viene a mancare l’ossigeno, qualcosa sarà cambiato.
Tutto ha inizio con un uomo di successo, ancora sano e di mente lucida, che si getta dalla finestra. Ha pianificato ogni dettaglio: l’affitto dell’appartamento a un piano alto, la lettera che dà conto di una premeditazione lunga cinquant’anni, le chiavi di un’auto con cinque libri e una fototessera nel portabagagli. La foto di una donna anziana, lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. La foto di Betsy, sua madre. La narratrice non ha mai conosciuto Betsy, morta prim’ancora che lei nascesse. Della sua bisnonna sa soltanto quel poco che si dice nella loro rispettabile famiglia cattolica. Era sempre lontana, ma qualche volta d’estate tornava. Chiedeva sempre di suo marito André. Diceva cose buffe, nuotava in modo scomposto. Ha avuto sei figli. Ogni tanto gridava. Si arrabbiava da morire. Era triste. Era malata. L’hanno lobotomizzata. È un fantasma.
Ma a un tratto ricostruire la storia di Betsy diventa cruciale, una questione di sopravvivenza, l’unica arma per combattere il terrore di una follia atavica. Nessuno dei parenti parla volentieri: Betsy è un buco nero che, a più di trent’anni dalla sua morte, risucchia ancora ricordi, parole, vite. È un’autentica indagine a prendere corpo in queste pagine, con testimoni, referti medici, documenti privati e pubblici, una ricerca che procede con ostinazione e coraggio verso la sconvolgente verità finale.
Io, comunque, non sono morta.
La tensione nasce dal desiderio di capire come una donna viva, intelligente, amata da alcuni e temuta da altri sia potuta diventare soltanto una cartella clinica. La ricerca diventa anche una riflessione sul lavoro della memoria. Le famiglie scelgono cosa può essere raccontato e cosa invece deve essere nascosto perché troppo doloroso, troppo scandaloso o troppo difficile da spiegare. E il silenzio diventa un’eredità tanto quanto il patrimonio genetico.
La psichiatria come strumento di cura… e di controllo
La parte storica del libro è una delle sue maggiori qualità. Yon evita accuratamente di giudicare il passato ma non rinuncia a mostrarne tutta la sua brutalità. Leggere oggi delle sedute di elettroshock praticate senza anestesia o della lobotomia provoca, inevitabilmente, un senso di sgomento.
Betsy era davvero malata? È probabilmente la domanda che accompagna tutta la lettura. La risposta, però, rimane volutamente sospesa. Yon invita a riflettere su un’altra questione. Quanto della sofferenza di Betsy nasceva da una patologia? E quanto invece da un matrimonio infelice, dalle aspettative imposte alle donne, dalla maternità, dalla violenza psicologica, dall’isolamento? Il libro mostra, con grande onestà intellettuale, il confine tra disagio psichico e non conformità femminile fosse estremamente fragile. Una donna che non accettava il ruolo assegnatole rischiava facilmente di essere descritta come instabile, isterica o folle.
Se rifuggo dall’idea di casa, di famiglia, di fare dei figli, significa che sono pazza?
Restituire il nome
Il titolo del libro acquista progressivamente una forza enorme. Per tutta la vita Elisabeth è stata chiamata Betsy. Eppure, man mano che si procede nella lettura, diventa evidente che recuperare il suo vero nome significa restituirle qualcosa che le era stato sottratto: l’identità. Betsy non è più soltanto “la pazza della famiglia” o un caso clinico da scoprire. Ma diventa di nuovo una persona con desideri, e una storia. Si restituisce umanità.
Perché piacerà al lettore…
Il mio vero nome è Elisabeth è uno di quei libri che continuano a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina. È una storia familiare che diventa una riflessione collettiva sul modo in cui costruiamo la memoria, definiamo la normalità e attribuiamo valore alle vite degli altri. Adèle Yon non si limita a denunciare gli errori della psichiatria del Novecento, ma ci invita anche a interrogarci su quanto sia facile, in ogni epoca, ridurre una persona ad una etichetta.
La forza del libro risiede proprio nella sua capacità di tenere insieme la precisione della ricerca e la testimonianza della scrittura autobiografica. Non c’è mai la pretesa di sciogliere tutti i nodi o di offrire un verdetto definitivo su Elisabeth. Al contrario, mostrare le lacune, le contraddizioni e i silenzi come parte integrante della storia che si sta raccontando.
Questo libro è consigliato a chi ama le narrazioni ibride, in cui il saggio storico incontra l’inchiesta personale. Consigliato ai lettori che cercano letture capaci di lasciare domande più che risposte. Perché, alla fine, il dono più grande che Il mio vero nome è Elisabeth fa alla protagonista non è riscrivere il suo destino, ma restituirle ciò che le era stato sottratto: un nome, una complessità, una presenza. E ricordarci che ogni volta che recuperiamo una storia dimenticata, compiamo anche un gesto di giustizia.