Il lampadario di Clarice Lispector

Il lampadario, però! C’era il lampadario. Il grande ragno avvampava. Lo guardava immobile, inquieta, sembrava presagire una vita tremenda. Quell’esistenza di ghiaccio. Una volta! una volta a uno sguardo – il lampadario si spargeva in crisantemi e allegria. Un’altra volta – mentre lei attraversava la sala di corsa – era una casta semente. Il lampadario.

Il lampadario è il secondo romanzo della scrittrice ucraina, naturalizzata brasiliana, Clarice Lispector, terminato nel 1946 a Napoli. Il  libro (edito da Adelphi) analizza da un punto di vista tutto introspettivo la vita e la personalità della protagonista, Virginia, che vive in una grande casa a Granja Quieta. Il titolo è un riferimento letterale a quell’unico arredamento della casa sopravvissuto e simbolo imperituro di un’immobilità che è espressione di tutti i personaggi che girano intorno a Virginia: sua madre, suo padre, sua sorella Esmeralda e suo fratello Daniel.

Granja Quieta

Fin da bambina Virginia ha un fortissimo legame con suo fratello Daniel, un legame quasi intimo. I due riescono a capirsi con lo sguardo e concepiscono la vita a Granja Quieta allo stesso modo: fondersi con l’ambiente che li circonda. Virginia vive al bordo delle cose, osservando tutto ciò che la circonda: gli alberi, la boscaglia, il vento, il buio, le foglie, il vecchio mobilio e gli oggetti che sembrerebbero inutili, in attesa di una rivelazione, di un significato profondo da cogliere. Si approccia alla vita con un’ampia categoria di emozioni, vive attraverso i propri sensi e a volte la fusione con la natura circostante come i grandi alberi frondosi, il buio della notte, l’erba gelida sulla pelle, la confondono, la inebriano talmente tanto da svenire.

Via da Granja Quieta

Ma Granja Quieta è una prigione che la soffoca, la trafigge con le sue spine, le impedisce di spiccare il volo e al contempo è il luogo dell’infanzia e custodisce un certo calore che sarà sempre presente nella vita della protagonista, anche quando penserà di essersene completamente dimenticata. Tuttavia, Virginia non sente che quella casa le appartenga e in fin dei conti neanche quella famiglia, perciò quando diviene adulta le viene permesso di spostarsi da Granja Quieta per studiare e vivere in città. Anche in città, Virginia vive la propria vita in modo distaccato e quasi disincantato. A volte, il suo comportamento non viene compreso, nemmeno dai suoi amici.

[…] si sentiva un pezzo di luce tremula, ebbe l’intuizione profonda che vivere era bello – ma anche questo sarebbe finito, quell’istante scintillante e gelato, quel momento della cena ben riuscita misto a un piacere calmo e tiepido nello stomaco, quel momento che riuniva in un ricordo compatto i minuti vittoriosi… che succedeva? che stava succedendo? le offrivano una sigaretta e lei la picchiava contro l’altra mano chiusa, in un gesto familiare agli altri e però per lei nuovo, equilibrato, nervosamente elegante e noncurante. Orrendamente felice, era così che si sentiva, su superava agonizzando.

Nemmeno Vicente, l’uomo di cui è innamorata, riesce a comprenderla fino in fondo. Tuttavia, solo per quell’uomo prova la realizzazione interiore ed esteriore di sentirsi femminile, seducente e desiderabile. Vicente è il solo uomo che le infonde calore, familiarità e sicurezza, pur non riuscendo a comprendere quanto Virginia si estranei dal mondo emotivamente.

“[…] addirittura non ricordava di essere mai stata compresa. Il suo cuore però batteva più in fretta, nel petto le nasceva una contrazione di libertà e di piacere così intensi e mondani che lei si liberava in realtà con un movimento, faceva qualcosa come per la prima volta – un modo segreto di allontanare un capello, uno sguardo controllato a una vetrina come stringendo le mani per non urlare. Però sapeva come salvaguardare l’amore di Vicente: spingeva con mano tremante la percezione delle cose intorno alla sua vita – appena salita sul tram iniziava un altro respiro, dimenticava l’appartamentino morto, il suo cuore si arricchiva di movimenti difficili; un dolore informe la attraversava e i suoi occhi si aprivano più ansiosi e trasparenti.

Flussi di coscienza e visione onirica

Il romanzo è intriso di flussi di coscienza continui, di catene di pensieri liberi che scorrono come una cascata. La sintassi delle frasi è spezzata, ricorrono ripetizioni di intere frasi o di parole, ricorrono aggettivi e verbi legati alla sfera dei sensi. Spesso i flussi di coscienza si rivelano sogni che Virginia confonde con la realtà che la circonda. Il confine tra sonno e veglia non è mai contrassegnato e la visione onirica prende il sopravvento sul tempo, che talvolta scorre in maniera soggettiva per la protagonista e talvolta procede in maniera sincronica seguendo la trama degli eventi.

Daniel e Vicente

Oltre a Vicente, c’è una sola persona che Virginia ama con una tale intensità da risultarne annientata: suo fratello Daniel, che non farà parte della sua esistenza se non in maniera sporadica perché sceglie di allontanarsi dalla sorella per sposarsi. Anche Daniel fugge da Granja Quieta, il luogo del richiamo, per vivere la propria vita, ma fugge anche dall’unica persona che sin da bambina riusciva a leggere i propri pensieri soltanto con lo sguardo: Virginia, che apparteneva insieme a quella Società delle ombre che lui aveva creato. Tuttavia, Virginia giunge a capire che il sentimento d’amore per un uomo o una donna è diverso da quello fraterno, e trascina con una forza impalpabile e inafferrabile:

Allora capiva l’espressione di Daniel, quella faccia vagamente terrorizzata che aveva al tempo delle serate fuori casa. Anche in lui i tessuti si intrecciavano in una struttura vegetale, e lui era lanciato al centro della donna, là dove palpitava il sangue del mondo. Era dunque questo il segreto della vita.

Ritorno a Granja Quieta

Ma i sentimenti non sono una cosa semplice da gestire per entrambi i fratelli e il passato impedisce loro di vivere le proprie relazioni con la stessa normalità delle altre persone. E Granja Quieta non scompare dalle loro vite, ma torna ad essere ancora il luogo del richiamo per Virginia, che torna alla propria casa di infanzia dopo aver saputo della morte della nonna. Il lampadario qui si presenta in assenza, ma Virginia  ritrova  e osserva la madre, il padre, Daniel ed Esmeralda che vuole sapere tutto dell’amore, della vita in città perché lei non è mai andata via da Granja Quieta, la quieta prigione e non ha mai sperimentato quella ricerca di felicità piena e soddisfacente.

E se in un primo momento Virginia crede di poter condurre la propria esistenza di nuovo a casa, successivamente comprende che la verità delle cose le era sempre sfuggita, comprende di rincorrere una felicità che non aveva mai posseduto, perché:

[…] il posto dove si è stati felici non è il posto dove si può vivere.

Ritorno in città

Durante il tragitto di ritorno in treno si ricorda del lampadario e poi associa quel pensiero alla morte della nonna e alla sua infanzia:

Ah, il lampadario. Si era scordata di guardare il lampadario. Le parve che lo avessero messo via oppure di non aver avuto il tempo di cercarlo con gli occhi.
[…] Il lampadario … guardava dal finestrino e nel vetro abbassato e scuro vedeva, insieme al riflesso dei sedili e della gente, il lampadario. Sorrise intristita e timida. Il lampadario implume. Come un grande e tremulo calice d’acqua. Catturando la luminosa trasparenza allucinata, il lampadario per la prima volta tutto acceso nella sua pallida e frigida orgia – immobile nella notte che correva col treno dietro al finestrino. Il lampadario. Il lampadario.

Gli ultimi passi verso la città le fanno provare speranza, poi delusione, poi la percezione di non avere colto a fondo le cose, di non essere affondata nelle cose, di non avere posseduto niente, di avere vissuto respiro dopo respiro costringendosi ad una felicità illusoria, ancora infantile e mai adulta. E forse per Virginia non c’è posto nell’esistenza delle cose, questa è la verità.

Forse la particolarità nella scrittura di Clarice Lispector risiede nelle sue origini ebraiche che si sono mescolate sapientemente alla cultura del Brasile o forse la sua unica particolarità è quella di costituire un unicum nel panorama letterario del Novecento.