Il lago: ritorno nei Balcani in pace e in guerra, di Kapka Kassabova

Il lago: ritorno nei Balcani in pace e in Guerra di Kapka Kassabova è nella lista dei cento classici di nuova generazione stilata da Feltrinelli. Edito da Crocetti Editore e tradotto da Anna Lovisolo, con le sue 460 pagine ci porta all’incrocio di confini che, di solito, restano fuori dalle rotte. Potrebbe sembrare un semplice reportage di viaggio, eppure c’è qualcosa di più: c’è un ritorno, che non è mai solo un viaggio, ci sono frontiere di paesi e di identità, ci sono le nostalgie di cose che potevano essere e non sono state, o di cose che sono state e, ora, sono perdute.

Ci troviamo sulle sponde di due laghi antichissimi, il Lago di Ocrida e il Lago di Prespa, al confine tra Albania e Macedonia del Nord, ma con ripercussioni, in un certo senso, che arrivano fino alla Grecia e alla Bulgaria, in una regione geografica e storica che riprende il vecchio tracciato della via Egnatia, dalle coste adriatiche alla Tracia. 

Kapka Kassabova torna nei luoghi d’origine di sua nonna Anastasia, di sua madre e di sua zia Tatiana, ma il suo viaggio non si limita al ripercorrere la propria storia familiare, bensì a trovare le vestigia di un mondo poco conosciuto e che ha conosciuto guerre e distruzioni forse più che in ogni altro angolo d’Europa. E per tornare nei luoghi dei propri antenati, occorre essere disposti a vedere ciò che è più facile negare.

In principio, i Balcani

La Via che modella la Storia è a sua volta modellata dalla Geografia: i Balcani, a causa della loro posizione geografica transcontinentale e transculturale, sono da sempre (forse addirittura dai tempi di Erodoto, continuo contraltare scelto dagli scrittori di viaggio, da Kassabova a Kapuscinski) un teatro strategico in cui si esprimono con forza e ferocia dicotomie puramente umane.

“I Balcani siamo proprio noi”: nella polifonica e talvolta cacofonica eterogeneità della penisola, scopriamo le grandi e opposte forze globali non solo del tempo attuale, ma anche di tutti i periodi critici della storia: litigiosità e armonia, guerra e pace, ignoranza e conoscenza.

Ciò che avviene nel grande è specchio di quanto avviene nel piccolo. La geografia è connessa alla storia, ma non ci capita spesso di indagare come le famiglie assimilino le grandi storie-geografie. Eppure, soprattutto guardando ai Balcani, questo è un aspetto fondamentale: il locale è inseparabile dal globale. Ogni essere umano influenza la storia, in maniera infinitesimale ma inevitabile.

Nostalgia del tempo

Uno dei grandi temi che troviamo in queste pagine è la nostalgia, non solo di un luogo, ma anche di un tempo preciso. Una nostalgia che forse ha a che fare con quel concetto esprimibile solo in tedesco, Fernweh, Sehnsucht nach der Ferne: la nostalgia (ma con una forte componente di desiderio) per qualcosa di lontano, non necessariamente solo nello spazio. Ed è qualcosa che non può prescindere dalla tristezza.

La condizione che deriva da questa nostalgia, in chi vive lontano dalla propria patria come Kassabova (prima in fuga dai Balcani alla Nuova Zelanda, poi approdata nelle Highlands Scozzesi), ma anche come Anastasia, da Ocrida a Sofia, diventa permanente: vivere tra due mondi comporta avere sempre nostalgia di qualcosa.

Il lago diventa per questo anche simbolo di ritorno, accoglienza, generosità ma anche di un malessere a cui non si riesce a dare un nome, quello che fa dire ad Anastasia “Quando sono a Ocrida mi manca Sofia, e quando sono a Sofia mi manca Ocrida”. L’unica risposta diventa un non qui, un impulso ad andarsene sapendo di non poterlo fare. E che, soprattutto, non basta.

Salade Macédoine

In francese, salade macédoine è l’insalata mista per eccellenza: non è un caso che venga proprio da questa torre di Babele orizzontale che è la Macedonia, un “minestrone di genotipi in cui tutti gli uomini sembravano miei cugini”. Dai tempi dell’antico regno macedone, alle dispute sul nome con la Grecia, la domanda che ci si ripete diventa cosa sia la Macedonia, cosa sia una nazione, cosa sia la geografia. 

Scopriamo che esistono molte Macedonie, almeno cinque: quella che ha portato ad Alessandro Magno, la provincia romana, il thema bizantino, la regione ottomana e, infine, quella jugoslava.

Tuttavia, ne esiste una sesta, che non esiste, eppure forse è persino più reale delle altre. Uno stato che non esiste in nessun luogo se non nel desiderio disperato di un grande passato. Forse per dare valore a un limitato presente.

Vivere di conseguenze

Ma cos’è, ancora, la Macedonia? Sul lago, è necessario vivere di conseguenze: dopo la burrasca, che sia del cielo, dell’acqua, della storia, è tutto quello che resta e, in un certo senso, qualsiasi cosa accada è un deja-vu. Anche all’interno di una singola esistenza umana: i Balcani sono un’arena di matrimoni e guerre, tra cristiani, ebrei, musulmani, Occidente e Oriente, dove tutto è possibile se si è sufficientemente disperati. 

Tutto porta a quello che Kassabova descrive come Makedonikos agonas, lotta macedone: agonas, lotta, parola che ha così tanto a che fare con agonia, sono quasi uguali. Il fulcro della questione è l’identità o, meglio, la necessità di averne una, perché non essere certi di chi si sia può avere conseguenze fatali. 

Paradiso perduto

Tornare al lago di Ocrida rischia di diventare una patria che è paradiso perduto, un luogo quasi mitologico in cui potersi sentire completi. Diventa, come troviamo nel testo, “solo il posto in cui sono nato e in cui morirò”. Eppure, ancora non è abbastanza: nelle pagine incontriamo file di supplici che si rivolgono a santi, alla Madonna nera, agli avi, in cui, inevitabilmente, si riconosce l’umanità intera. 

A un certo punto, l’uomo ha bisogno di una vita che comprenda anche la trascendenza, che sia codificata in una religione o che risponda alla tensione verso qualcosa di irraggiungibile. Quello che porta l’autrice e i personaggi che tratteggia a riconoscere che, ovunque si vada nei propri vagabondaggi, si avrà sempre una paradiso perduto a cui cercare di ritornare.

Il peso delle relazioni

Un altro aspetto fondamentale di questo libro è il peso delle relazioni, che siano esse orizzontali o verticali: da una parte l’aprirsi alle molteplicità, dall’altra le eredità inevitabili delle generazioni (un esempio su tutti, Kassabova torna al lago anche per sua madre e per sua nonna). Sono relazioni in cui ci si agita, si pretende, si rifiuta, si cerca sollievo senza trovarlo. Il rischio è l’incorrere in un paternalismo feudale che persino il governo fa ricadere sui suoi figli. Non si impara mai a reggersi sulle proprie gambe, precipitando in una dipendenza sempre maggiore. 

Niente sembra opporsi alla supremazia delle relazioni, si accresce la sensazione di claustrofobia: è per questo che, forse più che in altri luoghi, si assiste a una sorta di emigrazione interiore. Si abita nel proprio paese, ma la mente è altrove. Rimanere diventa, in un certo senso, un atto di fedeltà nei confronti di chi ha amato il lago.

Quanti ritorni servono?

Quanti ritorni servono prima di riuscire a fermarsi? Come uscire da un’omeostasi familiare e nazionale che, in fondo, vorrebbe solo continuare a mantenere uno status quo di perenne crisi in cui i suoi figli devono sempre sentirsi in debito? 

Forse non c’è una risposta e forse si è destinati a navigare eternamente e, invece, la risposta che ci viene data dal lago è diversa: si può vivere solo ripetendosi di essere esattamente come i Balcani. Per certi versi spezzati e frammentati, per altri eterni e completi. E, soprattutto, veri.

“Sul lago è chiaro: quel che resta dopo la nostra esistenza materiale è la luce. Anche se viviamo dietro le persiane accostate, il buio che portiamo con noi scomparirà, facendoci vedere, in un ultimo respiro, come abbiamo usato questa vita preziosa”.