“Il fiume dalla foce alla fonte” di Piero Scanziani: diario di un viaggio

Il fiume è il mio sogno ricorrente e la sua immagine mi frequenta anche nella veglia: il mio vivere è stato spesso serrato fra anse e meandri, poche volte s’è slargato in laghi sereni dove la dolcezza induce agli abbandoni e dove i tramonti diventano malinconie

Piero Scanziani (1908-2003) è stato uno scrittore svizzero. Di ascendenze italiane, egli amava definirsi sia elvetico sia italiano, poiché l’Italia è stata a lungo la sua patria. Qui ha a lungo viaggiato, e una delle sue peregrinazioni più importanti, che ha avuto inizio a Berna, è stata narrata dall’autore candidato al Nobel in un romanzo semi-autobiografico intitolato Il fiume dalla foce alla fonte edito Utopia Editore.

Il titolo e la narrazione

Il titolo stesso del romanzo, Il fiume dalla foce alla fonte, fa riferimento a un viaggio reale ed onirico affrontato dall’autore, che nel libro prende il nome di Pablo, che ha inizio a Berna. Egli attraversa, poi, diversi fiumi in altre città d’Italia come Roma, Milano e successivamente l’India, l’Iran, la Grecia e ancora l’Italia. L’autore narra in prima persona i fatti che riguardano il proprio passato, a cavallo tra le due guerre mondiali, e il successivo Boom economico, alternando flashback e una narrazione quasi epistolare. Egli si rivolge, spesso, a due cari amici di nome Irene e Valerio, che scrivono ad un Pablo ormai molto avanti con l’età.

L’infanzia di Pablo è difficile, costellata da fratture continue. Prima con la figura paterna e poi con quella materna, che decide di rifarsi una vita con un altro uomo e sposarlo. Passa l’adolescenza in un collegio, lottando contro le sue fragilità emotive causate dall’assenza della madre, a cui era molto legato. Inoltre, gli anni dell’adolescenza sono il momento delle prime tempeste ormonali, che lo disorientano profondamente. Ma sarà proprio in collegio a sentire, per la prima volta, la vocazione per la scrittura. L’unica che non smetterà mai di accompagnarlo nella sua vita:

D’un tratto la vena scarsa divenne una sorgente chiara, fluida, scorrevano le parole, si spandevano in frasi sui fogli per una loro virtù, non per merito di Pablo che se ne stava stupito a seguire quel prodigio che veniva dall’alto, vibrante, gioioso, non suo e che tuttavia lo colmava d’un gaudio ignoto, insperato, palpitante, da dove sceso? … Nate le ali? Ma come volare? Proprio in quel  momento gli nasceva una vocazione che sarebbe divenuta sempre più esigente e imperiosa.

La scrittura e la passione per la natura

Finito il collegio, Pablo entra al liceo Parini di Milano, ma finisce per trascurare gli studi e dedicarsi a letture differenti, che lo fanno appassionare alla natura. Il primo volume in cui si imbatte è del naturalista tedesco Ernst Heinrich Haeckel, passando per il francese Jean-Henri Fabre, che gli permetterà di maturare l’idea che lo guiderà per molti anni: l’amore è l’unica forza che muove la vita. Ma se esiste la vita, esiste anche la morte, che ne è della morte? La morte, così come la continua negazione di Dio, saranno interrogativi fondamentali per la propria crescita personale e spirituale. Pablo sarà sempre alla ricerca di una spiritualità che possa dargli un certo senso di pace interiore ed esteriore. Ad aiutarlo in questa ricerca saranno gli entronauti, i sapienti della spiritualità come Jiddu Krishnamurti, come Aurobindo, come Macario in Grecia, sul monte Athos:

Gli orientali vivono nell’anima e non basta loro d’averla, sentirla, vogliono accrescerla, consacrarla, sublimarla. Non si riconoscono nella sola carne. La morte importa poco quando non sei abbrancato al corpo: lo staccarsene è facile. Basta dirsi: ho un corpo, non sono un corpo. La nostra sorte muta secondo dove la coscienza dell’anima si posa su e giù nel suo continuo saliscendi: dal capo al cuore, dal plesso solare all’ombelico, al sesso, ai piedi, negli spazi dell’anima che più coincidono col corpo. Occorre cambiar luogo della coscienza, trovare la nostra interiorità che sta nel profondo del cuore e sovra il capo e intorno a noi. Abbandonarsi, immedesimarsi con tutti, col tutto. Invece dell’ego avido e infelice trovare l’anima vivente senza tempo e senza spazio, spettatrice serena a contemplare il mondo.

E Macario, sul monte Athos, risponde a Pablo, che vuole sapere come rinunciare all’egoismo, in questo modo:

E’ facile. Rinuncia al risultato. Fa’ quel che devi e ti sia d’incitamento e di premio l’inseguirlo al tuo meglio. Non badare a quel che è il tuo successo o l’insuccesso come uomo, sposo, padre, parente, amante, amico, scrittore o quant’altro tu sia. L’esito spetta a Dio e, se stai attento, t’accorgi che ti capita quel che ti occorre. Se divieni il fedele del sacro, cessi d’essere lo schiavo dell’ego. Basta affidarsi a Dio per averlo accanto.

La giovinezza, l’amore, la povertà e la spiritualità

Successivamente diviene un correttore di bozze a Roma, e la sua vita sentimentale è costellata da avventure passeggere e poco durature. Pablo è desideroso di ricevere amore, ma è ancora troppo giovane per incontrare un sentimento duraturo e solido. Con la giovinezza iniziano i primi problemi economici e di salute, che non lo abbandoneranno mai del tutto. Pablo sarà sempre davanti a un bivio: da un lato la necessità di avere denaro per sfamare la famiglia, dall’altro la sua scrittura. Con l’avanzare dell’età, Pablo sentirà sempre di più il desiderio di sentirsi amato e di amare a vicenda, in maniera duratura e reale.

Grazie a numerosi flashback a cavallo tra passato e presente, Pablo presenta al lettore Chiara, il suo vero primo amore. Nonostante la differenza d’età, Chiara è la sua sposa e l’unica persona che lo accompagnerà sempre anche nella miseria più nera. Sostiene Pablo nella malattia, nella povertà, e arriverà a rinunciar al proprio mestiere d’insegnante per seguire il suo amato Pablo ovunque. Questo sarà di grande conforto spirituale per l’anima assetata di Pablo-Scanziani.

Le dissertazioni e la vera fonte della foce

Il fiume dalla foce alla fonte presenta, inoltre, diverse dissertazioni sulle passioni di Pablo. La principale è dedicata al suo rapporto con gli animali, in particolare i cani, ai quali si dedicò con un amore intenso e dei quali amò circondarsi per tutta la vita. Un grande spazio è dedicato alla natura e i suoi processi in relazione all’essere umano; i luoghi amati nel tempo come Capri e Napoli. Pablo-Scanziani narra di sé al lettore, quasi trovandosi a scartabellare una sorta di diario fisico ed interiore, rinunciando a qualsiasi filtro o schermo protettivo, per mostrare la propria anima nuda e soprattutto la fonte di questo viaggio.

Qual è la fonte dopo aver attraversato il fiume? Le conversazioni con le tre versioni di se stesso in una dimensione onirica, l’amore nei confronti di Chiara, l’amore nei confronti della natura e dell’universo, l’amore nei confronti della scrittura che lo ha accompagnato per tutta la vita, risultando, spesso, come per molti altri scrittori, croce e delizia. Forse è la ricerca di Dio e dell’anima, forse la morte non esiste o forse si tratta di  comprendere che la morte è un processo insito nella natura e che noi esseri umani, esseri finiti, crediamo di essere infiniti. E infine, l’accettare il fatto che anche una vita piena di miseria è comunque una vita da assaporare perché è un viaggio e che «l’infinito è nell’istante».

Lo stile

La scrittura di Piero Scanziani è limpida come l’acqua di quei fiumi. Talvolta diretta e spietata, talvolta emana gentilezza e una saggezza che riesce a conquistare subito il lettore. La dimensione onirica sembra riprendere lo stile di scrittori come Borges e Joyce, mentre la dimensione diaristica-epistolare va a innestarsi in quella tradizione che fa riferimento a Céline e alla Woolf.