19 Aprile 2024

Il destino che mi portò a Trieste, di Radoslav Petković

Il destino che mi portò a Trieste, dello scrittore Radoslav Petković (edito da Bottega Errante con la traduzione di Rosalba Molesi), è un romanzo storico, un diario di bordo che si tinge di giallo, uno scherzo metaletterario. Le quattrocento pagine di questo particolarissimo libro scorrono tra centocinquant’anni di storia europea, in un affastellarsi di nomi e lingue in cui rischiamo sempre di perderci, ma in cui in fondo riusciamo a non perdere mai la rotta. Dalla Trieste porto franco del 1806, mentre sul continente infuriano le guerre napoleoniche, all’invasione di Budapest del 1956, siamo trascinati senza capire a fondo il senso, ma non riusciamo a fare a meno di proseguire tra le pieghe della Storia e del Destino.

La Serbia, la Russia, Trieste e molto di più

Il destino che mi portò a Trieste ci confonde: ha una grandissima quantità di nomi e personaggi, contadini serbi trasferitisi in Russia e divenuti nobili, nomi cambiati e dimenticati dalla necessità e dal vortice della Storia, ufficiali russi (oppure serbi? Ma importa davvero?) che si ritrovano nel Mediterraneo ad affrontare viaggi che sembrerebbero riportarci a un passato ulissiaco, passando per le isole di un Adriatico che scopriamo poter essere perfino infido, fino ad arrivare a Trieste.

Il giovane Pavel Volkov parte con una missione precisa, in una condizione che parrebbe una spy story circondata da un’atmosfera mitteleuropea, o un diario di bordo di un’avventura per mare destinata ad arenarsi, forse non a caso, nel più famoso porto franco dell’Adriatico. Tra brandelli di storia serba, echi religiosi e la precisione stilistica e architettonico-urbanistica della descrizione della Trieste ottocentesca, Petković ci racconta un raffinatissimo intreccio di storie e personaggi complessi e, in fondo, persino improbabili.

Dejà vu e coincidenze

Un monaco pittore di icone di nome Spiridione, come la Chiesa Ortodossa Serba di Trieste, il governatore del porto franco, despoti serbi, preti, attendenti che parlano solo russo, un marinaio maltese di nome Corto e una donna misteriosa: sono solo alcune delle figure che Volkov incontra, su uno sfondo, Trieste, che diventa la scena fissa, eppure pulsante e vibrante della vicenda: un microcosmo che racchiude al suo interno una babele di lingue, di popoli, di identità, dai greci, agli ebrei, ai serbi, in uno spirito, tuttavia, unitariamente asburgico che ha trovato, storicamente, uno dei migliori esempi in questa città. 

La Trieste di Volkov sembra lontana, eppure racchiude in sé un germe paneuropeo che fa sì che il lettore cominci a ritrovare deja vu e coincidenze familiari, dallo strano marinaio maltese chiamato Corto, ai richiami napoleonici e a personaggi che abbiamo sentito altrove, nella magistrale sintesi che Petković opera tra storia e letteratura (troviamo persino citato, ad esempio, un coevissimo Pierre Bezuchov di tolstojana memoria: se ci pensiamo, infatti, Il destino che mi portò a Trieste e Guerra e Pace descrivono lo stesso periodo storico, da angoli diversi della stanca Europa).

All’improvviso, ma non troppo, l’Ungheria

Il libro è diviso in tre macrolinee narrative: se le prime due riguardano Pavel Volkov, nei primi anni dell’Ottocento, l’ultima parte del romanzo balza bruscamente un secolo e mezzo in avanti. Ci ritroviamo d’improvviso, dopo una cruda chiosa, a leggere gli appunti dello storico jugoslavo Pavle Vuković, negli anni Cinquanta del Novecento: mentre insegue i legami tra Comunismo e Classicismo greco-latino, conosce l’ungherese Márta Kovacs. Si ritroverà sull’orlo del sanguinoso 1956 ungherese, legato anch’egli, come Volkov, da un sottile filo spionistico sotteso all’esistenza che si ritrova a vivere.

A Oriente di Trieste l’Europa ribolle, e le storie e i destini degli uomini e delle donne di cui leggiamo in queste pagine si mescolano e si rincorrono instancabilmente: arriveremo persino a scoprire cosa lega i frammenti dell’unica storia che, in realtà, viene narrata in queste pagine. 

Il destino, la storia, l’Europa

Il vero protagonista del romanzo di Petković, fatte le debite proporzioni, altro non è che il destino: le diverse storie, le diverse narrazioni sono tenute insieme da quest’unico fil rouge che conduce il lettore, anche attraverso l’instancabile dialogo che l’autore instaura con quest’ultimo, a un fato che, fin dall’epoca classica, sembra giocare con le esistenze umane. Per cosa si dibatte l’uomo, all’interno di una cornice che sembra sempre essere troppo stretta? Quanto il destino stuzzica la vita, quanto ci si può opporre al cosa, quanto c’è di già scritto?

Petković costruisce, con abilità magistrale, un mondo che ognuno di noi riesce a riconoscere come proprio e, proprio per questo motivo, il lettore è perennemente in bilico tra la realtà e l’appositamente costruito: l’uso di un passato comune, di una grande messe di citazioni di autori europei più o meno conosciuti e che, in un certo senso, ci fanno sentire a casa, tra personaggi reali e finzionali, eppure credibilissimi. 

Il destino che mi portò a Trieste è un meraviglioso romanzo sull’Europa, soprattutto su quella parte di continente che possiamo chiamare Mitteleuropa, ma è molto di più: è una storia sul passato che ci conduce al nostro presente, uno sberleffo bonario al dover ammettere che viviamo molto più nel passato che nel presente, come il conte Brigido dirà allo stesso Volkov in uno dei dialoghi più interessanti dell’intero libro, un portare il lettore a chiedersi quanto il singolo possa opporsi al fato.

“So che può sembrare una giustificazione a buon mercato, ma mi domando: davvero essere testimoni diretti di un evento ci aiuta a comprenderlo? […] la maggior parte degli eventi che l’uomo vede non sono altro che frammenti di un grande specchio rotto sui cui si frantuma anche il riflesso di un volto”.