Il cuore dell’uomo: la trilogia di Jón Kalman Stefánsson

Dopo Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, enel 2014 si conclude la trilogia di Jón Kalman Stefánsson pubblicata da Iperborea. Il pratagonista di questa saga è il “Ragazzo”, un giovane orfano che intraprende un epico viaggio di formazione attraverso l’Islanda di fine Ottocento e l’universo dell’animo umano, scoprendo la realtà, il valore dei sogni e il potere creativo delle parole.

Paradiso e inferno

Il ragazzo non ha nome per il lettore, e non ha una gran vita a quanto pare, ha ricordi, ha una famiglia lontana e ancora trascina sogni nelle sue notti di una quotidiana verità che non è più sua. All’inizio di questa ricca trilogia, c’è una voce esterna, un singolare coro di persone evanescenti, “loro”, una voce con parole lontane ma sempre dritte al cuore: ci sono le stelle e c’è il ragazzo con il Paradiso perduto, c’è l’acqua del mare e soprattutto ci sono le tenebre.

Le stelle sono luce, ma l’uomo è molto più vicino al buio della notte e di una vuota esistenza. I tre romanzi, tradotti per Iperborea da Silvia Cosimini, sono una sola grande storia, quella del ragazzo alle prese con il profumo della vita, quella vera, quella che vuole un’emozione in più, quella che inizia quando si smette di provare a sopravvivere. È un racconto della solitudine del mare e della fatica ma anche dei suoi antidoti: un pescatore non dovrebbe perdere tempo a leggere, e allora perché lo fa come se fosse una droga, come se fosse l’unico modo per tornare a galla?

È la favola di un’amicizia e di come possa crescere il cuore, arrivare quasi a scoppiare per la troppa tristezza o il troppo vuoto, alla scoperta di una vita nella parola e nell’amore, oltre la fatica, oltre l’essere un pescatore di merluzzi in silenzio. Il ragazzo lavora, si sporca, si fa male, conosce e ama il suo amico con cui dorme insieme, il cielo brilla e le stelle sono poche per due amici che vorrebbero navigare la vita e restano invece legati a una rete di pescatori che sembra non possa lasciare scampo.

Che cos’è la parola se non la verità quando viene a galla e illumina la superficie del mare, cosa se non il vivere quando sembra accendere la luce sul resto? La parola nella trilogia è pura poesia, inaspettata e delicata, la firma dell’autore: ogni pagina è nuovo stupore per il lettore. Qui tutto comincia con la parola, con il senso di vivere davvero, poi si arriva al cuore, all’amore per le donne e alla forza di un bacio, ecco cosa riporta la vita a galla.

«Che inferno avere braccia e nessuno da abbracciare.»

La vita è oltre il dubbio, oltre la paura. La miccia si accende grazie alla morte del suo amico: si sente in colpa, il ragazzo, perché il bello non dovrebbe avere il gusto triste della voce di Bárður, e lui non dovrebbe essere così vivo e curioso senza di lui, non dovrebbe seguire la scia delle donne e leggere di nascosto quando l’amico non può più farlo.

La morte è l’inizio di tutto: il ragazzo divora le parole e vuole la vita, impara a respirarla e a leggere un’emozione. “Abbiamo bisogno delle parole per vivere”, ci ricorda Jón Kalman Stefánsson, e lo fa con la sua penna magica e poetica, lo mette in scena: il ragazzo vede il suo amico morire dal freddo per l’amore di una pagina, perché leggere poche parole vale il ritardo, vale ogni cosa.

Così dimentica la cerata e di proteggersi al freddo. E leggere diventa l’antidoto per il protagonista, quasi l’anestesia perfetta alle tenebre: inizia un viaggio di ritorno per consegnare il libro preso in prestito, una strada pericolosa e difficile, quella che lo porterà alla voglia di scoprire la vita e le donne.

Un viaggio nel freddo d’Islanda: è un’ambientazione particolare quella che regala Jón Kalman con la trilogia, una realtà-nuvola quasi fiabesca e soffice come la neve. Il mare è fatica, il villaggio è fatto di tante persone e l’Islanda è vasta, eppure i romanzi sembrano contenerle e abbracciarle tutte perché ogni vita vale un racconto e una piccola nuova emozione.

La tristezza degli angeli

Nel secondo capitolo, la neve dannata toglie il respiro tanto fa male, quasi li uccide, e porta i loro cuori all’estremo: Jens il postino e il ragazzo sono in viaggio per consegnare le lettere e trovano la forza di parlare, di regalare parole alle storie e all’amore, sfamano ogni voglia con un racconto e con la speranza di un sentimento dopo la tempesta. Forse così possono salvarsi: la morte punta il dito e rende ogni cosa più reale, dove per forza il giudizio e la paura sono sospesi.

Se non rischiamo la tempesta, sembra dirci l’autore, il vero dramma è quello di non sapere leggere la vita, di non arrivare a morderla del tutto.

«Chi non si è mai perso nella scintilla ed è diventato grigio a poco a poco, pallido, ed è andato incontro alla monotonia senza lottare, è diventato lui stesso monotonia, ed è sparito molto prima che la morte venisse a prenderlo? Allora, meglio pregare per sentire questa scintilla, anche se può costarci prematuramente la vita – corriamo il rischio, piuttosto, e viviamo.»

Il cuore dell’uomo

Nel capitolo finale della trilogia, il ragazzo non rischia più di morire, si abbandona alle pulsioni, vuole provare ogni emozione, e a volte gentilmente le aspetta, accettandole da spettatore: “Nulla mi è lieve tranne te”, pensa ancora, nel buio della notte, e rischia davvero finalmente di vivere. I sorrisi di tre donne ruotano intorno al ragazzo, un vortice di bellezza e fascino lo spoglia e lo rende più ricco ogni giorno: lui può solo scoprire se stesso e raccogliere i segnali per capire in quale abbraccio perdersi del tutto.

Sono le donne a colorare la narrazione, a seminare spine e palloncini di gioia, loro sono portatrici di una verità nuova e una scoperta sensibile per il ragazzo. Se vivere è “farsi domande”, allora l’inferno è essere ormai morti e rendersi conto di non aver avuto cura del percorso: è l’amore a muovere le vele in mare, nella vita e ogni giorno, è il cuore quando batte per una donna a far galleggiare il senso del vivere per il ragazzo.

«Dove comincia la vita e dove si ferma la morte, se non in un bacio?»

Ecco cosa rimane al lettore, la sensazione di un caldo bacio alla vita capace di risvegliare la pelle e la mente, rimane una caramella dolce passata di labbra in labbra, un vestito alzato, un bacio bagnato dalle onde del mare e salato come la paura di vivere. La poesia di Jón Kalman è una goccia improvvisa con la forza di una cascata, s’incastra sussurrata tra i gomitoli di personaggi con il loro passato e un vago futuro.