19 Aprile 2024

Il crollo di Francis Scott Fitzgerald

Ottavio Fatica, curatore e traduttore de Il crollo, edito Adelphi, descrive in questo modo Francis Scott Fitzgerald:

Per scrivere ha preteso molto da se stesso, il prezzo è stato altissimo. In ogni suo racconto c’è una gocciolina di qualcosa più intimamente suo del sangue, di una lacrima o del seme: il meglio di sé, anzi qualcosa che travalica le sue capacità, perchè in più di un’occasione è giunto a superarsi. Il dono celeste si tirava dietro una condanna: non capire quel che la propria opera mostra di intendere. […] Lui vorrebbe possedere il mondo senza perder la metà che ne possiede, la sua immagine.

Non esistono altre parole più chiarificatrici per descrivere il volto e la figura di un grandissimo scrittore come Francis Scott Fitzgerald. Un uomo che ha tramutato in scrittura la sua vita, una vita estremamente difficile, una vita addirittura insostenibile. Del resto, si dice che solo una vita burrascosa è il terreno fertile per la realizzazione di un artista indiscusso. Ma Fitzgerald non vuole attenuanti. Lui vuole soltanto possedere il mondo senza perder la metà che ne possiede, la sua immagine, ovvero l’immagine di un sognatore vinto dalla vita.

Il crollo

La sua è stata una lunga partita a scacchi durata ben quarantaquattro anni, anni segnati dal Proibizionismo, il crollo di Wall Street, la Grande Guerra. Anni in cui l’esaltazione del giovane uomo americano, eroe di guerra e poi campione sportivo al College, si rivelano soltanto una mera illusione. Nel 1936, quando tutto ormai sembrava essere giunto al capolinea, Fitzgerald scrisse, Il crollo, un saggio o racconto aneddotico o confessione o testimonianza o diario. Rappresenta esattamente il crollo emotivo, il crollo di tutte le speranze esistenti, il crollo dei valori, il crollo di Wall Street, il crollo spirituale dopo il tracollo fisico ed economico.

L’autore stesso lo definì la trilogia della depressione, che potrebbe risultare una definizione ironica, ma per Scott non c’era più posto per l’ironia, ormai. La sua era una presa totale di coscienza di essere un perdente, un fallito, un vinto, colui che ha perso a scacchi con la vita ma non ha mai perso l’arte. Il talento nella scrittura era troppo forte, perciò questo suo essere perdente era diventato il suo stile.

Trascorsi gli anni Venti, preceduti di poco dai miei vent’anni, i due rimpianti giovanili – non essere abbastanza robusto (o abbastanza bravo) da giovare a football all’università, e non essere andato oltreoceano durante la guerra – si trasformarono in sogni infantili a occhi aperti, sogni di eroismo immaginario buoni a conciliare il sonno nelle notti inquiete.

La Generazione perduta

La Prima Guerra Mondiale lasciò dei segni vividi nella mente e nello spirito di Fitzgerald, così come di tutti coloro che ve ne presero parte. Tuttavia, a scrittori del calibro di Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, Steinbeck e Dos Passos venne attribuito da Gertrude Stein l’appellativo di Generazione Perduta.

I figli della Grande Guerra facevano parte di una generazione che arrancava su se stessa, fiaccata da ideologie politiche e alla quale era stata recisa la spensieratezza della giovinezza. Ma già alla fine della guerra, l’orrore per i corpi smembrati e privi di vita, le notti passate insonni nel terrore di un attacco e gli avvertimenti costanti alle famiglie di una morte temuta ansiosamente, avevano lasciato il posto a un desiderio di affermazione, di ricostruzione, di benessere.

Gli Anni Ruggenti

La Grande Guerra era alle spalle ormai. Era il momento di una rinascita, che si tradusse nel Boom economico del 1924 e nella conseguente nascita di un ceto sociale borghese industriale e soprattutto imprenditoriale. Come tutti quanti in quell’epoca, anche Fitzgerald si era sentito un portavoce di quel rinnovato benessere, di quegli Anni Ruggenti che ruggivano come i bolidi nuovi di zecca sulle strade affollate di New York. La gente era pronta a spendere denaro in champagne, ostriche, pellicce, gioielli, vacanze di lusso, viaggi in Europa. Tuttavia, sui giornali si leggevano terribili notizie di suicidi, di omicidi, di episodi di violenza o addirittura di pazzia. In quegli anni così sfrenati di consumismo, come le note febbrili della musica jazz, si preannunciava un abisso – il crack – da cui nessuno si sarebbe salvato.

Tutto quello sfarzo si era rivelato illusorio, tutto quel denaro aveva soltanto un significato: il crollo. Il crollo di Wall Street e la conseguente Grande Depressione furono quell’abisso oscuro che inghiottì il Paese. Il vitalismo di un’America giovane e forte era stato soltanto un mito, un riflesso nel quale specchiarsi. La vanità e l’eccesso erano state sostituite da una povertà dilagante, da una miseria putrida e abietta. I profitti in borsa erano stati persi, spazzati via definitivamente. Fitzgerald si rese conto che quello che lo circondava era un mondo di furfanti, come il personaggio di Samuel, nel suo racconto intitolato I quattro pugni.

La notte oscura dell’anima

Il crollo dei valori di una generazione dedita all’edonismo più sfrenato in una New York iridescente è lo stesso di cui Fitzgerald parlava nei suoi romanzi e nei suoi racconti. Se il vitalismo americano perdura nelle sue maschiette dei racconti, la decadenza da caso clinico perdura nelle donne dei suoi romanzi, lampante riferimento alla figura di Zelda Fitzgerald, sua moglie.

Zelda era un caso clinico per davvero, perché affetta da schizofrenia. Tuttavia, non era stata la schizofrenia a distruggere un matrimonio. Sono stati i vizi, gli eccessi, i tradimenti, l’alcolismo di Francis, l’invidia (probabilmente) reciproca nei confronti della scrittura e le continue crisi. Brevissimi d’altronde gli episodi in cui i due erano stati davvero felici e innamorati (e in questi brevi episodi si include anche la nascita di Scottie). Al crollo si sommavano le continue insoddisfazioni dello scrittore, i rifiuti da parte delle case editrici, i tentativi di suicidio, l’insonnia. Francis Scott Fitzgerald aveva perso se stesso e la sua bussola lungo il cammino:

[…] e in una vera notte oscura dell’anima sono sempre le tre del mattino, un giorno dopo l’altro. A quell’ora, pur di affrontare il più tardi possibile le cose rifugiandosi in un sogno infantile, ogni scusa vale: a svegliarci però di soprassalto interverranno i più svariati contratti con il mondo. Di volta in volta uno si disimpegna con la massima prontezza e incuranza per tornare a rifugiarsi nel sogno, fidando che le cose si aggiustino per un colpo di fortuna: e non è tanto l’attesa di veder svanire la singola pena, bensì ritrovarsi a far da testimone riluttante a una esecuzione capitale, alla disintegrazione della propria personalità …

Hollywood

Francis Scott Fitzgerald stava esattamente vivendo la stessa illusione di Gatsby che sognava la luce verde (ecco l’iridescenza che torna, il magico splendore delle illusioni di Conrad) e che finisce per trovare la morte. E la morte, Scott l’aveva incontrata spesso, aveva sentito i suoi passi, come scrisse in un suo famoso racconto intitolato Un caso di alcolismo:

Un giorno guardò nell’angolo della sua stanza da bagno: si accorse che la morte lo stava fissando, ed entrava a poco a poco dentro di lui.

Ai vinti non è concessa una seconda possibilità, un secondo atto. Nella vita di un americano non esiste un secondo atto, ma solo un primo e unico atto. E in quell’unico atto, nonostante il vuoto e nonostante le delusioni, Scott ci provò un’ultima volta. L’ultimo periodo della vita di Scott riguarda ancora una volta l’ambizione e il successo, ma questa volta nella Mecca del cinema: Hollywood.

Scott doveva pagare i debiti delle le cliniche costose nelle quali veniva curata Zelda, doveva sostenere l’educazione e la formazione di Scottie a Parigi e perciò si trasferì a Malibu. Scrisse diverse sceneggiature (ma la sua scrittura venne rimaneggiata fino all’osso, tanto da disintegrarla), altri racconti e iniziò un romanzo che rimarrà incompiuto: Gli ultimi fuochi (anche questo in buona parte un romanzo che parla di se stesso).

Dal crollo all’epilogo

Ma Hollywood è un’altra New York in preda all’edonismo, alla competizione più sfrenata e ai volti nascosti dalle maschere. Fino alla fine, Francis non potrà soddisfare il suo spirito di ambizione. Il desiderio di essere un grande scrittore non sarà mai esaudito in questa vita per lui. E un giorno, proprio quando sentiva che le cose erano cambiate, che l’alcol non era più un problema e che la letteratura era tornata da lui, la morte decise di coglierlo di sorpresa. In una lettera di qualche anno prima alla figlia Scottie, scriveva:

Non sono un grand’uomo, ma a volte penso che la qualità impersonale ed oggettiva del mio talento, e i sacrifici di questo, a tratti, per preservarne il valore essenziale, hanno una specie di grandezza epica.

Un talento poco compreso, un talento continuamente messo alle strette e talvolta costretto a sopportare le angherie. Quello di Scott era un talento basato sul labor limae, un talento che richiedeva estremo sacrificio ma che non riuscì a condurlo verso la gloria terrena. Infatti, dopo la sua morte aumentarono i lettori e gli estimatori di una scrittura che lo consacrò tra i migliori scrittori della letteratura americana del Novecento.