Il caso Romand ne L’avversario di Emmanuel Carrère

L’avversario è il romanzo più celebre dello scrittore, regista e sceneggiatore francese Emmanuel Carrère.
In questo libro – inchiesta, l’autore svela i retroscena dietro uno dei crimini che ha sconvolto più la Francia negli anni Novanta. Carrère affascinato fin dall’inizio da questo caso ha voluto indagare le ragioni che hanno spinto un uomo definito da tutti “innocuo” a mentire per tutta la vita, commettendo un agghiacciante massacro che non ha risparmiato poveri innocenti.

L’origine di un impostore

Jean-Claude Romand nacque l’11 febbraio 1954 a Lons-le-Saunier, in Francia, unico figlio di Anne-Marie, casalinga, e di Aimé Romand, guardia forestale e agricoltore. Da piccolo era un ragazzino appassionato di lettura e molto intelligente, tanto da essere in anticipo di un anno sul percorso scolastico.

I vicini, i cugini, gli insegnanti si ricordano di un bambino tranquillo, calmo e dolce, che alcuni sono tentati di descrivere troppo tranquillo, troppo calmo, troppo dolce […]”.

Questa sua apparente tranquillità nascondeva però una sofferenza repressa.
Sua madre, infatti, reduce da due gravidanze extrauterine e un’isterectomia, soffriva di depressione.
Ben presto, quindi, Jean-Claude imparò che doveva comportarsi come un bravo bambino, per evitare ulteriori angosce alla mamma.

“Ammirava suo padre per come non lasciava mai trasparire le sue emozioni e si è sforzato di imitarlo. Tutto doveva andare sempre bene, altrimenti sua mamma sarebbe stata peggio e lui sarebbe stato un ingrato per farla stare peggio a causa di […] piccoli dispiaceri infantili. Era meglio nasconderli”.

Citando le parole di Jean-Claude stesso:

“Forse è indecente parlare delle sofferenze della mia infanzia […]. Non potevo parlarne perché i miei genitori non avrebbero capito, sarebbero stati delusi […]. Allora non mentivo, ma non confidavo mai fino in fondo le mie emozioni […]. Ero sempre sorridente, e credo che i miei genitori non abbiano mai sospettato la mia tristezza […]”.

Dopo un brillante esame di maturità, seguì le orme del padre, cominciando l’anno preparatorio per il concorso delle Acque e Foreste, che però abbandonò a causa di presunto nonnismo. L’anno seguente (1972) decise di iscriversi a Medicina, forse affascinato dal prestigio sociale di cui godono i medici.
Inoltre, avrebbe così potuto avvicinarsi maggiormente a Florence Crolet, una sua lontana cugina iscritta alla facoltà di Farmacia, con cui finì per sposarsi nel 1980.

“Tutti quelli che l’hanno conosciuta la descrivono come schietta, leale, […] felice di vivere. [… ] Non riusciva a vedere il male più di quanto potesse farlo”.

Il secondo anno di università rappresentò l’inizio della discesa agli inferi di Jean-Claude. Infatti, non si presentò all’esame finale (per motivi non del tutto chiari), ma fece comunque credere ai suoi genitori e amici di averlo superato con successo. Come nota Carrère:

“Sono trascorse tre settimane tra il giorno dell’esame e l’annuncio dell’esito. […] Poteva ancora ammettere di aver mentito. Ovviamente, era difficile. A questo giovane serio doveva costare più di ogni altra cosa riconoscere una grossa stupidaggine infantile […].

Come poteva immaginare che non essere smascherato fosse peggio che esserlo velocemente […]?”.

Una vita di menzogne

Jean-Claude entrò allora in uno stato di profonda depressione, chiudendosi nella solitudine della sua stanza studentesca, rifiutando qualsiasi contatto umano. Pur di non ammettere il fallimento ai suoi cari, si inventò perfino di essere malato di cancro, un linfoma.

“Un cancro avrebbe sistemato tutto. Avrebbe scusato la sua bugia: quando si sta per morire, che importanza ha aver passato o no l’esame finale del secondo anno? […] Aveva trovato la soluzione.

Ammettere un linfoma invece di un’impostura equivaleva per lui a trasporre in termini comprensibili agli altri una realtà troppo singolare e personale”.

Ormai risucchiato da un pericoloso e inarrestabile vortice di menzogne, fece credere a tutti di aver finalmente ottenuto il diploma di Laurea. In verità, non terminò mai l’università, sfruttando un cavillo amministrativo che gli permise di continuare a iscriversi al secondo anno tra il 1975 e il 1986.

Ebbe così inizio la nuova fase della sua vita da impostore, quella in cui giocava il ruolo del rispettabile Dottor Romand, prestigioso ricercatore all’OMS (Ginevra). Lo credeva Florence, così come i loro due figli, Caroline (1986) e Antoine (1988), fieri del loro super papà che studiava medicine per curare i malati e portava spesso loro regali dall’azienda.

“«Il lato sociale era falso, ma quello affettivo era vero». Dice che era un falso medico ma un vero marito e un vero padre, che amava con tutto il suo cuore sua moglie e i suoi figli e che anche loro lo amavano”.

Mentre tutti, senza esclusione, lo credevano impegnato nella ricerca, ogni giorno Jean-Claude accompagnava i bimbi a scuola, per poi passeggiare nei boschi o leggere per ore riviste mediche nella sua macchina, in qualche bar o libreria.

“Mi chiedevo che cosa provasse nella sua macchina. Del piacere? Un’esultanza sghignazzante all’idea di ingannare così magistralmente il suo mondo? […] Angoscia?”.

Per rafforzare la sua copertura, non invitava mai “colleghi” a casa e vietava a chiunque di chiamarlo a lavoro per motivi personali, tanto che nessuno conosceva il suo numero di telefono aziendale. In caso di necessità, le telefonate venivano deviate su un cercapersone che si portava sempre appresso.

Inoltre, anche se millantava di avere amicizie in cerchie importanti, restava sempre umile, non amando parlare e vantarsi del suo lavoro. Diceva di voler tenere separate la vita sociale da quella lavorativa, motivo per il quale Florence e i figli non lo accompagnavano mai agli eventi e alle feste organizzati dall’OMS. 

Fingeva addirittura di partecipare a convegni all’estero. Si faceva portare in aeroporto, prendeva davvero l’aereo ma, una volta giunto a destinazione, si chiudeva in una camera d’albergo. Per non farsi trovare impreparato al ritorno a casa, comprava dei souvenir e studiava guide turistiche del luogo, in modo da rispondere correttamente a eventuali domande. 

Per mantenere la sua famiglia, che aveva uno stile di vita modesto, Jean-Claude doveva pur avere un’entrata. Si inoltrò così ancora più profondamente nel groviglio di bugie creato anni prima, aggiungendo al suo notevole curriculum la frode finanziaria. Infatti, fece credere che, grazie al suo lavoro, aveva diritto a tassi di interesse agevolati per depositi presso banche svizzere. Su questa premessa, i suoi genitori furono i primi a dargli in custodia i propri risparmi, con l’auspicio di arricchire il proprio patrimonio.

Poi, suo suocero gli affidò 378.000 franchi, per chiederne in seguito una parte indietro, in modo da potersi comprare una macchina nuova. Strano a dirsi, qualche settimana dopo morì dopo essere caduto dalle scale, mentre si trovava solo in casa con Jean-Claude. Come se non bastasse, la vedova decise di vendere la casa coniugale, ricavandone 1.3000.000 franchi, prontamente affidati a Jean-Claude per essere piazzati in banca.

Riuscì perfino a raggirare la zia di Florence, il cui marito soffriva di cancro terminale. Con la speranza di poterlo salvare tramite una cura in fase sperimentale, la donna gli versò 60.000 franchi, per poi dire addio al marito l’anno seguente.

In totale, si stima che Jean-Claude ottenne con l’inganno all’incirca 2.000.000 di franchi.

L’inizio della fine

La sottile lastra di ghiaccio su cui camminava Jean-Claude iniziò a sgretolarsi quando si innamorò perdutamente di Chantal Delalande, un’amica di famiglia per cui perse letteralmente la testa. Era addirittura quasi tentato di rivelarle tutta la verità, ma non lo fece.

“Nessuna donna poteva amarlo per quello che era realmente. Si chiedeva se esistesse al mondo una verità più inconfessabile, se altri uomini si vergognassero a tal punto di se stessi. […] Uscire dalla pelle del Dottor Romand voleva dire ritrovarsi senza pelle, più che nudo: scorticato”.

Fece alla donna una corte molto agguerrita, dilapidando i “risparmi” accumulati in tutti quegli anni di menzogne per regalarle gioielli preziosi, cene in ristoranti rinomati e addirittura vacanze all’estero.

Nonostante Chantal gli avesse affidato, in buona fede, ben 900.000 franchi da collocare in banca, si stufò presto della sua insistenza, proponendogli di essere solo amici.

Jean-Claude cadde nuovamente in una profonda depressione, aggravata dalle richieste sempre più insistenti di Chantal di recuperare il suo denaro. Come se non bastasse, nello stesso periodo la banca notificò a sua madre un bilancio in negativo di 40.000 franchi. Infine, Florence iniziò a fargli domande sul suo lavoro all’OMS, come se avesse fiutato la verità.

Jean-Claude aveva le spalle al muro, sentiva che non c’era più via d’uscita, che presto si sarebbe mostrato ai suoi cari per chi era davvero.

“Avrebbe dovuto essere dolce e calda, questa vita di famiglia. Credevano che fosse dolce e calda. Ma lui sapeva che all’interno tutto era marcio […]”.  

All’inizio pensò di suicidarsi, evitando così il terribile giudizio altrui, ma alla fine attuò un piano molto più diabolico e drammatico.

Il massacro e “il tentato” suicidio

La mattina del 9 gennaio 1993 uccise Florence nel sonno a colpi di mattarello in testa. Passò poi del tempo con i figli, coccolandoli mentre guardavano un cartone animato. Più tardi, traendoli in inganno, sparò a entrambi con un fucile calibro 22, dotato di silenziatore.

Caricò poi il fucile in macchina e si diresse a casa dei suoi genitori, dove i tre pranzarono insieme.
Jean-Claude sparò prima al padre, poi alla madre e, infine, al cane.

L’ultimo atto di questa tragedia vedeva protagonista Chantal, con cui quella sera avrebbe dovuto andare a cena da Bernard Kouchner, famoso politico e medico francese. La donna stava ancora aspettando di riavere i propri soldi, ma non poteva proprio rifiutare un invito così importante. Jean-Claude la passò a prendere nel suo appartamento di Parigi e iniziò a guidare senza una meta, dato che la cena era ovviamente fasulla. Con il passare del tempo, Chantal iniziò a innervosirsi e preoccuparsi, tanto che alla prima occasione Jean-Claude tentò di strangolarla. Decise infine di risparmiarle la vita, ma la minacciò di non raccontare l’accaduto a nessuno, altrimenti avrebbe ucciso sia lei che le sue figlie.

Riportata a casa Chantal, Jean-Claude fece ritorno dalla sua famiglia nella mattinata del 10 gennaio.
Ingerì una confezione di barbiturici scaduti da dieci anni e diede fuoco all’abitazione, aspettando la morte sdraiato accanto alla moglie. Tuttavia, i pompieri accorsero giusto in tempo per salvarlo e lui si risvegliò nel reparto ustioni, dopo essere stato in coma farmacologico.

Il processo e la diagnosi di narcisismo patologico

La terribile tragedia, che scosse la Francia intera, prese presto una piega inaspettata. Nonostante per tutti quegli anni nessuno avesse sospettato nulla, alla polizia bastò qualche telefonata per scoprire che non esisteva nessun Dottor Romand, né all’OMS, né nell’albo dei medici.

Anche il supposto suicidio appariva alquanto poco credibile. Prima di tutto, invece di spararsi un colpo, aveva deciso di ingerire dei medicinali, scaduti da talmente tanti anni da non avere più alcun effetto. Inoltre, appiccò il fuoco alle quattro del mattino partendo dalla soffitta, avendo così più possibilità che qualcuno se ne accorgesse abbastanza rapidamente, dando l’allarme.

Il processo ebbe inizio il 25 giugno 1996. Gli psichiatri diagnosticarono a Jean-Claude un disturbo narcisistico e mitomane, definendolo un uomo fortemente dipendente dall’assenso e dal giudizio positivo altrui, pur capace di intendere e volere. I giudici – portavoce di tutti i francesi – chiesero risposte chiare a questo terribile massacro, ma Jean-Claude giocò la carta della paura, mista all’amore incondizionato per la sua famiglia.

“Ho ucciso mia moglie per il dolore intollerabile che avrebbe vissuto capendo le mie bugie”.

Dopo appena una settimana, la corte emise il verdetto: ergastolo, con una pena detentiva di almeno 22 anni. Come ci si poteva aspettare, in prigione Jean-Claude si comportò egregiamente, riscoprendo anche una fervente fede in Dio e nella preghiera. È abbastanza facile e comune credere che si tratta di una nuova identità che l’ex Dottor Romand volle assegnarsi, soprattutto considerando la posizione egocentrica e vittimista che assunse in questa tragedia. 

“«Non sono mai stato così libero, la vita non è mai stata così bella. Sono un assassino, ho l’immagine più bassa che possa esistere nella società, ma è più facile da sopportare che i precedenti vent’anni di menzogne»”.

Nonostante tutto, ricevette varie lettere da ammiratrici e visite frequenti da persone accomunate dalla stessa fede e volenterose di voler alleviare la sua solitudine e tristezza.

Nello sgomento più totale dei famigliari di Florence, Jean-Claude ottenne la libertà vigilata nel 2019, trasferendosi dal carcere a un convento. Le disposizioni prevedevano di indossare un braccialetto elettronico per due anni, per poi essere sottoposto a misure di restrizione della libertà per dieci anni.

L’impostazione del romanzo e il ruolo di Carrère

Come preannunciato all’inizio dell’articolo, L’avversario si pone come una sorta di inchiesta non solo nel riportare accuratamente il resoconto del caso giudiziario ma perché Carrère ha avuto un ruolo diretto e attivo nella ricerca delle informazioni. L’autore ha intervistato le persone più vicine alla famiglia Romand e ha fatto visita a Jean-Claude stesso più volte in carcere.
La sua curiosità morbosa si è spenta lentamente con il proseguo delle indagini quando si è reso conto di avere di fronte un narcisista, un uomo che ha perso la lucidità e non riconosce più il confine tra verità e menzogna, non avendo più connessione con il mondo reale.
Nel libro Carrère non nasconde il suo dissenso anche se non viene fuori in maniera esplicita, ma è appena percettibile. Alcuni critici lo hanno accusato di aver dato un ulteriore palcoscenico a Romand, che con questo libro si è ritrovato a vivere la vita da protagonista tanto agognata, ma il ritratto che viene fuori non è di certo lusinghiero, anzi, mette in luce tutta la sua debolezza e codardia.

Sull’autore

Emmanuel Carrère (Parigi, 9 dicembre 1957) è uno scrittore, registra e sceneggiatore francese.
Dopo essersi laureato in scienze politiche presso il prestigioso istituto Sciences Po di Parigi, inizia la carriera di critico cinematografico per la rivista Télérama.
Debutta come scrittore nel 1983 con il romanzo L’ami du jaguar, seguito da altri lavori.
Il successo, tuttavia, arriva solo nel 2000 con la pubblicazione de L’adversaire (L’avversario), tradotto in una ventina di lingue, adattato al cinema e presentato al Festival di Cannes 2002.
Nel 2011 riceve il Premio Renaudot per Limonov, la biografia romanzata di Éduard Limonov, dissidente russo. Nel 2020 Carrère pubblica Yoga, un romanzo fortemente introspettivo, nel quale parla della grave forma di depressione di cui soffre, causata da un disturbo bipolare di tipo II che comporta anche tendenze suicide e richiede l’utilizzo della terapia elettroconvulsivante (TEC).

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Simile a L’avversario vi è V13 (2022), vincitore del Premio Strega Europeo 2023.
Carrère ci porta nelle aule di tribunale dove si sono svolti i processi per i terribili attentati terroristici che hanno sconvolto Parigi il 13 novembre 2015, causando 130 morti e oltre 350 feriti.
Carrère è molto attivo anche come sceneggiatore, oltre a vantare diversi suoi libri trasposti sul grande schermo.