19 Aprile 2024

Il caso di Stevan Karajan di Ivo Andrić

Il caso di Stevan Karajan del premio Nobel Ivo Andrić, edito da Bottega Errante, in pochi racconti tratteggia un affresco dell’ingiustizia del mondo. Nelle dieci storie che compongono questo libro siamo trasportati sì nella vecchia Jugoslavia, ma non solo. Il rapporto dell’uomo con l’ingiustizia è qualcosa che prescinde i dove e i quando, ma appartiene alla vita di ciascuno di noi e Andrić, forse più di altri, è maestro nel raccontarci, come scriveva Tucidide, che “i forti fanno ciò che devono fare, e i deboli accettano ciò che devono accettare”.

Il caso di Stevan Karajan

Storie minute

Non ci sono eroi o eroine come forse vorremmo, in questi racconti. A prima vista sembrerebbe persino difficile affezionarsi ai personaggi di queste storie, vuoi per la brevità del tempo trascorso in loro compagnia, vuoi perché sono personaggi che non hanno grandi slanci o grandi cadute. Eppure gli uomini e le donne di Andrić hanno proprio questo di particolare: nonostante si tratti di storie minute, di storie che iniziano in medias res e che finiscano bruscamente, senza che si possa parlare veramente di fine, gli attori di questi spaccati esistenziali si conficcano nei cuori del lettore.

Vili, gretti, meschini, disperati così come leggeri, sognanti, anche pieni di speranza, in un certo modo. Dal freddo e calcolatore Stevan Karajan, al giovane Mikan, a Ćorkan (che ritroveremo in un altra storia di Andrić, forse la più famosa, quel capolavoro che è Il ponte sulla Drina), l’umanità che troviamo tra queste pagine potrebbe essere benissimo quella che incontriamo ogni volta che usciamo di casa: i colleghi, i vicini, gli esseri umani che incrociamo ogni giorno.

Un’umanità che potrebbe sembrarci banale e grigia, di cui in fondo non vorremmo nemmeno sentire parlare: ci basta la nostra ordinarietà, e forse nei libri vorremmo trovare lo straordinario, l’eroismo, quello che in realtà ci manca e vorremmo inseguire nello scorrere quotidiano della nostra esistenza. Invece, la grandezza di Andrić sta proprio in questo: ricordarci che la letteratura è solamente vita scritta meglio. Non uno specchio di una realtà migliore, perché non è questo che troviamo in questi racconti. Semplicemente, ci viene ricordato che è la vita stessa a diventare letteratura.

Fare e accettare: il rapporto con l’ingiustizia

Se la letteratura è vita scritta con una prosa migliore, e la letteratura diventa specchio della vita dei lettori, non possiamo tralasciare quanto questa sia ancor più una trasfigurazione letteraria degli autori stessi

Andrić, nella totalità della sua opera, affronta spesso il tema dell’ingiustizia, una tema che ha imparato a conoscere in prima persona fin dall’adolescenza: dalla consapevolezza della diseguaglianza sociale (“Da sempre, qualcuno ha, e qualcuno guarda”), al carcere ingiustamente sofferto, all’inevitabilità della morte. Come leggiamo nella splendida postfazione di Bozidar Stanišić, la morte non è semplicemente la fine dell’esistenza, ma l’impossibilità di esprimere appieno il proprio potenziale creativo.

E la morte di un artista che non è riuscito a realizzare tutti i suoi progetti creativi non è come tutte le altre: essa è anche la morte di un sé sognato come artista realizzato.

L’ingiustizia che ritroviamo in ogni pagina dell’opera di Andrić trova un riassunto pressoché totale in questi racconti. Ognuno di essi indaga un aspetto specifico, e dalle diverse parti, messe insieme come un mosaico, risulta l’amara certezza dell’impossibilità di vittoria.

Il caso di Stevan Karajan

Lo scontro con l’ingiustizia è sempre impari, figlio anche di un continuo confronto con il prossimo che sembra essere più fortunato o, più semplicemente, che possiede l’unica cosa che si desidererebbe per sé. Eppure, i campi di battaglia che Andrić indaga sono molteplici, riassumibili in due grandi realtà: la vita quotidiana da una parte, e dall’altra la lotta interiore dell’essere umano. Anzi, la realtà incontrovertibile è che l’esistenza terrena ci costringe di giorno in giorno a scegliere un’unica strada, e l’ingiustizia vera è proprio questa: non potere avere tutto, anche nel caso in cui si vorrebbe soltanto essere tranquilli, senza causare danno al prossimo.

In Il caso di Stevan Karajan, ci ricorda ancora Stanišić, i personaggi che subiscono un’ingiustizia sono molti di più di quelli che la causano. Forse è solo fortuna o sfortuna, il trovarsi dalla parte giusta o sbagliata della Storia, di quella Storia che scrivono i vincitori e in cui non c’è spazio per i vinti. Nonostante tutto, però, i personaggi di cui leggiamo in queste pagine sono sempre portati, più che a una recriminazione sorda, a una riflessione più profonda e filosofica delle cose, sul mondo, sulla vita umana. 

Microcosmi di umana sofferenza

Non è solo la grande Storia a portare ingiustizia, nel mondo di Andrić. Sono molti i microcosmi di umana sofferenza in cui scoprire che il rapporto tra forza e debolezza e tutte le alternanze a questo aderenti esiste in ogni essere umano e ha la sua pietra fondante sulla disuguaglianza sociale, indipendentemente dal contesto in cui ogni singolo racconto viene costruito.

La risposta, in un mondo che sembrerebbe non lasciare spazio alla speranza, è vivere, nonostante tutto, sempre e malgrado tutto. Un vivere che comunque ha in sé i germi dell’ingiustizia che arrecheremo al prossimo e di cui saremo vittime a nostra volta, un vivere incostante e tormentoso, ma in cui dovremo scegliere. E sarà questa scelta continua, ogni volta difficile, escludente, faticosa, a creare lo spazio per costruire un’esistenza non idilliaca, ma vera. Dove poter trovare, in fondo, una casa nella tempesta.