Il canto dell’essere e dell’apparire di Cees Nooteboom

Il canto dell’essere e dell’apparire di Cees Nooteboom torna in libreria in una nuova edizione. Il romanzo che ha consacrato lo scrittore al successo internazionale era stato pubblicato per la prima volta nel 1991. Autore olandese insignito di numerosi premi internazionali, Nooteboom si occupa in questo breve romanzo di una questione secolare e delicata: che senso ha scrivere?

L’altro Scrittore era sempre molto sicuro, a proposito di tutto. […] Inoltre – era questo che incuriosiva lo Scrittore e, a dir la verità, lo ingelosiva anche un po’ – sembrava che trovasse lo scrivere davvero divertente.

Il canto dell'essere e dell'apparire

Tu che non vuoi scrivere hai più fede nella scrittura di quanta ne abbia io. Se infatti il mondo esiste solo nel momento in cui scrivi, allora credi che anche tu esisti solo nel momento in cui scrivi.

I protagonisti

I protagonisti del romanzo sono due scrittori: lo Scrittore e l’altro Scrittore. Non hanno nomi e non fanno mai riferimento alla vita privata o al loro lavoro. La narrazione si svolge ad Amsterdam e i due s’incontrano per caso, si trovano alle feste, s’interrogano sul valore della scrittura e della letteratura. L’atto di scrivere e creare nuove realtà è legato alla vita stessa e definisce chi lo fa. Ecco l’inizio di tutto.

Gli idioti che sostengono di soffrire tanto a scrivere, ne hanno fatto un rituale masochistico. E dunque ne godono anche loro. […] Continui a farti lo sgambetto da solo perché ti vergogni di esercitare una semplice attività artigianale, quella, banalmente, di raccontare una storia con un inizio e una fine.

Lo Scrittore è assillato da interrogativi che diventano macigni e cadono sul cammino di un nuovo racconto. Il canto dell’essere e dell’apparire è un romanzo nel romanzo.

Un meta romanzo

La storia d’amore al suo centro ha inizio con “un paio di spalline fluttuanti” e uno stetoscopio appoggiato a un camice bianco. Uno di fronte all’altro, il protagonista del romanzo ci presenta il Colonnello Lyuben Georgiev e il Dottor Fičev: le narrazioni si mescolano in una deliziosa Matrioska.

I suoi incubi, essendosi intrecciati a quelli del colonnello, erano divenuti complessi ed estenuanti.

Tre personaggi s’insinuano nel romanzo e nella riflessione attorno alla scrittura, personaggi che sbocciano nella mente dello scrittore quasi per caso e a mano a mano prendono tratti sempre più realistici, fino a occupare tutta la stanza  e diventare voci ingombranti nella sua mente.

Il Colonnello s’innamora della futura moglie del dottore grazie a quello che i romantici chiamano il colpo di fulmine e la testa si fa piena di pensieri enigmatici. Il dottor Fičev quasi li accompagna in questa pericolosa danza, avvicina le loro mani e, in terra straniera, porta con sé il Colonnello proprio come “compagnia” della moglie.

Il dottore, la cui gelosia “andava stimolata”, aveva scelto Laura con la testa, come davanti alle regole perfette: della donna aveva subito amato l’effetto che sapeva far scaturire nelle persone, l’aveva scelta per questo effetto. Per il Colonnello invece la prima sensazione alla vista di Laura Fičev “non riuscì ad andare al di là di nostalgia”.

Il dilemma dello scrittore

Tutto questo, e molto altro, è nella mente dello Scrittore ed esiste un solo epilogo possibile, la morte di uno dei tre personaggi, o più di uno.

Tu non hai dubbi sulla realtà dei tuoi personaggi, li hai sulla tua realtà. Se puoi inventarti qualcuno, allora qualcuno può essersi inventato te.

Lo scrittore si trova al cospetto di un nuovo doloroso dilemma: come muore una fantasia? Se fosse riuscito a uccidere il Colonnello, il Dottore o, meglio ancora, l’oggetto del loro desiderio, poi chi avrebbe continuato a esistere? Come dice l’altro Scrittore, l’eterna preoccupazione dello Scrittore è quella di “stabilire se i personaggi sono o no esistenti”.

Vincere non è niente, ragazzo mio, vincere non lascia tracce, è una soddisfazione. Perdere è vivere. […] Al tavolo da gioco, a scacchi, con le donne e in guerra: perdere è vivere, vincere è la morte perché dopo non c’è più niente. Non è proprio ortodosso, e non dovrei nemmeno dirtelo, ma tu sei certo capace di sopportarlo. Scacco matto.

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