I terrestri di Murata Sayaka: Take a walk to the wild side

Oggi vi parliamo di Terrestri, edito e/o, dell’autrice Murata Sayaka già autrice di La ragazza del Convenience store.

Questo romanzo non parla delle meravigliose avventure di una adolescente che si muove in un mondo color unicorno. Questo romanzo è un pugno nello stomaco, è violenza pura, scomodità, fastidio, e sovversione.

Natsuki non è Sailor Moon con il suo scettro lunare né una bambina aliena che viene dal pianeta Pohapipinpobopia. E neppure una bambina fantasiosa che ama inventare favole.

Qui comincia l’avventura…

Natsuki vive in una famiglia in cui si respira disagio, con una sorella ed una madre bullizzate ed emarginate che riversano su di lei la loro frustrazione. Il papà è fondamentalmente assente, se non per regolare o punire. Continuamente denigrata ed umiliata dalla stessa famiglia che dovrebbe supportarla con amore, a lei non rimane che crearsi una realtà alternativa con la quale giustificare la sua esistenza e la sua continua sofferenza.

Lei è aliena, l’unica a comprendere i reali processi di un mondo meccanizzato, la Fabbrica in cui gli umani vengono allevati in batteria al solo scopo di riprodursi e perpetrare la specie. Esattamente come i bachi da seta che i nonni coltivavano nella loro casa tra le montagne di Akishina, luogo del cuore dove tutta la famiglia si ritrova in estate per la festa degli Obon (durante la quale si omaggiano i defunti).

Questo è l’unico luogo in cui Natsuki si sente felice, anche perché anno dopo anno vi ritrova il cugino Yuu, suo disagiato coetaneo con il quale condivide la fantasia di provenire da un mondo lontano, e soprattutto di riuscire a tornarci, prima o poi. (Peccato che tra le modalità di ritorno vi è anche un tentativo – subito sventato – di suicidio con farmaci da parte della ragazzina).

Se aver sentito tutto questo (ripensando anche al senso di gioiosa dolcezza della immagine in copertina) ancora non vi ha smosso nulla, ci penso io ad alzare l’asticella. 

Natsuki è già magica perché ha un magico specchio, una magica bacchetta, un magico pupazzetto a forma di riccio (Pyut) che la conforta e le dice cosa fare ma non crediate che questi poteri non possano espandersi: possono eccome!

Così, a seguito di ripetute molestie e abusi sessuali da parte del giovane e bellissimo maestro del doposcuola (denunciati alla madre e ovviamente messi violentemente in discussione), acquisisce anche la capacità di uscire dal corpo e osservare sé stessa dall’alto e da fuori mentre compie atti che non vorrebbe, mentre a terra il suo corpo subisce delle “rotture” che le fanno perdere prima il gusto e poi l’udito da un orecchio. 

La sua unica ancora di salvezza, l’unica persona che le può dare conforto e sollievo è suo cugino Yuu, con il quale decide di sposarsi con rito segreto (e anelli di fil di ferro) e, infine, di consumare con un epilogo non felice per il quale comunque, arrivati fino a questo punto non potevamo certo farci illusioni. 

Si spengono le luci – Intervallo

Meno male perché c’era bisogno di qualcosa di forte per riprendersi un attimo da questo bagno di insopportabile dolore impossibile da placare. 

Quando si riaccendono Natsuki è trentenne, e questo lascia ben sperare. Che ci arrivasse, ai trent’anni non era poi così scontato. E’ persino sposata, pensate! E vive in una casa da sola con suo marito. Una normale vita da adulta? Macchè! Quale normalità può essere possibile dopo una infanzia di questo genere?

E difatti la ragazza ha trovato marito su un sito di incontri a scopo matrimoniale, candidandosi per  una posizione di sposa di facciata pubblicata da un’altra creatura fortemente disagiata: Tomoomi.

Vivere insieme è fondamentalmente spartirsi ordinatamente gli spazi di una casa, stando ben attenti a non cadere nel tranello della Fabbrica, che continua ad inviar loro agenti segreti allo scopo di irretirli e richiamarli all’ordine.  

E d’altronde Tomoomi è un drop out all’ennesima potenza: è talmente fuori dalle logiche della società da non riuscire nemmeno a tenersi un lavoro. 

Dopo l’ennesimo licenziamento, ormai completamente soggiogato dalle fantasie malate e paranoiche di Natsuki, decide di recarsi con lei per una breve vacanza ad Akishina, allettato dai racconti della moglie sulla casa dei nonni e sul paese montano. Qui trovano anche Yuu, ritiratosi volontariamente dal mondo per un periodo di meditazione e di ricarica e con lui cominciano quello che può essere letto come un esperimento sociale. 

Da qui in avanti comincia il vero e proprio declino, si tocca il punto di non ritorno e si rompono uno ad uno tutti i tabù socialmente imposti, tra cui il cannibalismo.

Non posso certo affermare che sia un libro facile da leggere, ma utilizzando uno stratagemma ben preciso, niente di quello che succede è davvero troppo: vivere sulla terra da alieni, mantenendo un punto di vista esterno su tutto e tutti è la giustificazione finale agli eventi narrati. E d’altronde, una volta eliminati i limiti socialmente imposti (da una società altra, straniera, non condivisa e per certi aspetti anche aberrata), cosa è davvero scabroso e cosa no? (Come sottolineava candidamente la scrittrice in un’intervista: chi decide quali animali si possono mangiare e quali no?)

Stomaci forti e menti aperte.

Sono abbastanza d’accordo con chi sostiene che non sia un libro per tutti. Sicuramente non è un libro da affrontare come se fosse semplicemente un inanellarsi di vicende strampalate. 

Nella storia, nella trama e persino nel modo di raccontare c’è un evidente sovversivismo e una critica palese ad una società scoppiata, spersonalizzante. Nel caso di Murata Sayaka, quella giapponese. 

La sovversione sta nello spiattellare, rivelare ed evidenziare difetti, limiti e tabù, paradossalità ed esagerazioni con la soavità di due occhi quasi inanimati, senza emozioni: una bomba scagliata con gesto elegante; un affondo danzante dello schermidore che non si ferma al tocco.

Raccontare ingenuamente di Pyut, dei suoi strumenti magici e dei suoi incantesimi che le permettono di sopravvivere sono l’escamotage che sguinzaglia in noi il senso di profonda pietà per Natsuki bambina e che contemporaneamente ci dilania. In questo narrare mai concitato e sempre razionale c’è la normalizzazione della violenza socialmente accettata della casa e della famiglia in cui abita. 

Eppure a guardarla, la scrittrice sembra proprio una della Fabbrica, con quelle sue camicette a colori neutri, il caschetto semplice e la (forse finta) assenza di trucco così tipici delle donne Giapponesi moderne. Nei suoi romanzi viceversa si parla di disagio, di alienità, di diversità.

Anche in La ragazza del Convenience Store, unico altro titolo tradotto in italiano finora, si toccano gli stessi temi, sottolineando però le battaglie che chi è diverso deve combattere per tentare di essere adattivo in un mondo che non gli somiglia (cosa che invece i protagonisti de I terrestri non vogliono nemmeno tentare). E’ solo vagamente possibile immaginare quanto essere diversi possa poi essere terribile quando si parla di una società che ha fatto del collettivismo e della collaborazione filosofia fondante. 

Per concludere

I Terrestri è un grande sì per ben tre ottimi motivi per: 

– la capacità di trattare tematiche scabrose con intelligenza e coraggio;

– la sua prosa molto studiata, ben governata e contemporaneamente apparentemente fresca e spontanea;

– Per la capacità di richiamare alla memoria i nostri stessi disagi e le nostre stesse paure, prima di bambini e poi di adulti e di ingigantirceli davanti fino al parossismo, coinvolgendoci al punto tale da poter mai chiudere gli occhi.