Akutagawa Ryonosuke (1892- 1927) è uno dei maggiori scrittori giapponesi del XX secolo. La sua esistenza drammatica e solitaria si conclude con un suicidio in giovane età, rendendolo così il simbolo del grande cambiamento culturale a cui stava andando incontro il paese del sol levante.

Nello sterminato patrimonio letterato che ha lasciato ai posteri, è interessante notare come egli non abbia mai scritto un romanzo lungo, prediligendo la forma del racconto breve: in questo modo, egli riesce a trasmettere al lettore il dramma della modernizzazione, l’evoluzione linguistica e il travaglio esistenziale della cultura giapponese dei primi anni del XX secolo.

L’opera qui presa in esame, i Racconti Fantastici, consiste in una raccolta (databile fra il 1916 e il 1924) di narrazioni che attingono al serbatoio culturale della tradizione giapponese sia in campo fiabesco sia in campo religioso.

Prima di procedere con l’analisi e le varie riflessioni scaturite dalla lettura dei seguenti racconti, è fondamentale accennare alla trama di ognuno di essi, per poter meglio comprendere cosa Akutagawa vuole trasmettere al lettore.

  • I cani e il flauto: Qui, il racconto segue le vicende di Kaminagahiko, un giovane taglialegna abilissimo nel suonare il flauto. Proprio in virtù di questa sua abilità, egli viene ricompensato con tre cani dai poteri sovrannaturali da parte di tre divinità. E sarà proprio grazie a questi tre animali che egli riuscirà a liberare due principesse, prigioniere di due demoni mostruosi.
  • Il filo di ragno: protagonista è il Buddha storico, Sakyamuni, che osserva contorcersi negli inferi il brigante Kandata. Egli ha fatto molte malefatte, ma Buddha, nella sua magnanimità, si appella all’unica buona azione da lui compiuta, nel tentativo di salvare la sua anima: ha risparmiato la vita di un ragno innocente. Così gli cala negli inferi il filo di una ragnatela ma, quando egli vedrà che il brigante cercherà di tenere quella salvezza solo per sé, lo farà ricadere negli inferi, come punizione per aver impedito alle altre anime.
  • Il Sennin: Racconto più breve degli altri, narra la storia di un uomo che desidera diventare un sennin, un eremita in grado di volare e dotata di grandi poteri. L’obiettivo verrà raggiunto, ma il come è ciò che interessa Akutagawa.
  • Bianco: Il protagonista è qui Bianco, un cane, che in seguito ad un atto di vigliaccheria viene punito e diviene nero. Disconosciuto dalla sua famiglia, che non riconosce in lui il cucciolo che ha sempre avuto, inizierà a vagare per il paese, compiendo atti di eroismo di ogni tipo. Alla fine della sua esistenza però, verrà poi ricompensato e tornerà il cane bianco di sempre: ha espiato il suo errore, e può finalmente tornare a vivere con la sua famiglia di origine.
  • Il tabacco e il diavolo: Anch’esso fa riferimento ad un noto racconto della tradizione, questa volta riconducibile ad un momento storico molto preciso. Siamo nell’epoca Muromachi, durante il momento della grande evangelizzazione cattolica al seguito di Francesco Saverio. Proprio in questo contesto, Akutagawa immagina che sia stato il diavolo ad introdurre il tabacco nell’arcipelago giapponese: egli si sarebbe travestito da missionario gesuita al seguito di Saverio. Seguendo il racconto, il diavolo piantò il tabacco in un campo e lo fece crescere. Un mercante di bestiame si incuriosì a quella cultura a lui sconosciuta, così iniziò a fare domande circa quella peculiare piante. Allora il diavolo, seguendo un celebre topos letterario, avrebbe fratto una proposta al mercante: se egli avesse indovinato, gli avrebbe ceduto il campo. Sennò, si sarebbe impadronito di qualcosa di suo, la sua anima. La storia ha un finale ambiguo: il diavolo perde contro il mercante, è vero, ma riesce comunque a vincere. Riuscirà, infatti, a portare il vizio del tabacco in Giappone.
  • Il tasso: Questa storia, smbientata nel periodo Nara, racconta della nascita di un tasso che si trasforma in uomo. La base teorica per questa narrazione è il folklore nipponico: il tasso, la volpe e il Tanuki possono assumere sembianze umane, e truffare i poveri ignari esseri umani. Akutagawa prende spunto da questa tradizione, e narra questa storia, dalla quale si dipanano delle interessanti questioni circa la facoltà umana dell’immaginazione.
  • Magia: Questo breve racconto è una ripresa di una storia scritta da Tanizaki Jun’ichiro e se ne narrano gli sviluppi. La storia inizia con un uomo che vuole disperatamente apprendere la magia, ma essa può essere insegnata solo ed esclusivamente dove vi è mancanza di cupidigia. Il protagonista cerca disperatamente di imparare questi poteri, ma non tutto va come desidera.
  • Momotaro: In questo clima di riproposizioni della tradizione, non poteva certo mancare la fiaba per antonomasia del Giappone. Il protagonista, Momotaro, va alla volta dell’isola dei demoni, pronto a distruggerli: ma qui non sono gli Oni ad essere crudeli, bensì Momotaro. E’ il bambino che da eroe della tradizione, diventa carnefice e autore di un eccidio terrificante di una popolazione innocente.

Le tematiche fondamentali: dalla fiaba tradizionale alla denuncia della condizione umana

Dopo aver riportato brevemente la trama di ogni racconto, è fondamentale comprendere perché Akutagawa avrebbe operato determinati cambiamenti all’interno delle storie qui prese in esame.

Le opere in questione possono essere scisse in due diverse categorie: le vere e proprie fiabe, che prendono il nome di Dowa, indirizzate ad un pubblico di bambini, e i racconti fantastici per adulti. Nel primo sono compresi tutti quei racconti pubblicati su Akai Tori, storica rivista di racconti per ragazzi giapponese dei primi del secolo: Il filo di Ragno, I cani e il flauto, Bianco e il Sennin. Qui, la struttura è molto semplice: la distinzione fra buoni e cattivi è chiara, la morale finale arriva immediatamente al lettore, sottolineando come i cattivi vengano immediatamente puniti per le loro malefatte, mentre i buoni trionfano inevitabilmente sui primi.

Il secondo gruppo a cui abbiamo fatto riferimento, che comprende Il Tabacco e il Diavolo, Il tasso, Magia e Momotaro, sono invece le fiabe in cui Akutagawa dà libero sfogo a tutte le sue idee e considerazioni circa il mondo e la natura umana, utilizzando delle storie tradizionalmente appartenenti alla tradizione per mostrare l’inadeguatezza e il marciume esistenziale che lo circonda.

La riscrittura è la forma narrativa prediletta da Akutagawa, e la ragione è semplice: in un’epoca in cui domina il romanzo introspettivo, dove l’opera parla dell’autore in maniera chiara ed inequivocabile, egli sceglie di ritrarsi completamente, lasciando che la storia si mostri da sé. Egli ha il conforto delle storie già scritte e della tradizione, che sembrano dare una parvenza di oggettività alla sua narrazione. Come è stato evidenziato man mano, ognuna di queste storie fa riferimento a qualcosa che lo ha preceduto, come a voler fondare in maniera incontrovertibile i suoi contenuti.

La celeberrima fiaba di Momotaro, eroe della tradizione da sempre incarnazione dei migliori valori del mondo giapponese, è qui rivoltato completamente e trasformato in un arrogante bambino, viziato e violento, che distrugge il paradiso che gli si è parato davanti. L’intera opera di riscrittura ha qui un fine molto chiaro: è immediatamente riconoscibile l’aspra critica alla tendenza selvaggia dell’uomo, sottolineando quell’antropologia profondamente negativa dalla quale Akutagawa non riuscirà mai ad uscire. Ma vi è un altro importante elemento da prendere in considerazione: egli vive il periodo del folle imperialismo giapponese, che aveva portato all’annessione della Corea agli inizi del secolo e che aveva mire espansionistiche anche sulla Cina. E, alla luce di questa osservazione, quando gli Oni, ormai sconfitti e prostrati ai suoi piedi, chiedono a Momotaro perché sono stati invasi, egli risponde: “Perché fin dall’inizio avevo intenzione di conquistare la vostra isola”. Non vi è una ragione, se non la pura autoaffermazione dell’ego di Momotaro, che incarna qui la feroce volontà imperialista del Giappone ad Akutagawa contemporaneo.

Anche la leggenda del Diavolo e del Tabacco è qui funzionale alla narrativa di Akutagawa: nel suo mondo, non vi è un unico modo di osservare le cose. L’ambiguità fa da padrona in questa narrazione: è vero che il diavolo perde la scommessa con il mercante, fallendo nella conquista della sua anima, ma è solo grazie a questa sconfitta che riesce a diffondere il tabacco in Giappone. Si tratta di una vittoria che ha il sapore della sconfitta, e viceversa. Siamo davanti ad una visione del reale che non ha volontà di insegnare al prossimo alcunché: la funzione pedagogica della fiaba viene meno, togliendo qualsiasi interesse a trasmettere l’effettiva distinzione fra bene e male. Qui, i due si fondono in un evitabile connubio esistenziale.