I Nascosti di Valentina Tamborra: un viaggio oltre il Circolo Polare Artico

I Nascosti di Valentina Tamborra, edito da Minimum Fax, non è solo un meraviglioso libro fotografico, è molto di più: è un viaggio oltre il Circolo Polare Artico, nel Sápmi, dove si incrociano le frontiere di Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Ma è ancor più di questo: è un racconto innamorato del popolo Sami, ormai ridotto a poco più di ottantamila persone. Un popolo antico e lontano che, però, esprime bene un senso di attaccamento alla vita, alla natura, all’identità che difficilmente possiamo ritrovare.

Non è facile parlare di un libro del genere, sia perché è pressoché impossibile rendere giustizia allo splendido reportage fotografico, raccolto nei quattro viaggi di Valentina Tamborra nel Finnmark, la regione in cui i Sami risiedono in Norvegia, sia perché è difficile comunicare l’affetto e l’ammirazione che trasudano da queste pagine.

Chi sono i Sami?

Ma chi sono i Sami? Chi sono questi allevatori di renne un tempo nomadi, e ora sempre più stanziati in luoghi come Kautokeino, in Norvegia, considerata (forse azzardando) la capitale del Sápmi? Chi può vivere nella tundra, “la tundra che inizia quando non ti aspetti più nulla”?

Il Sápmi è quella terra che forse i nostri maestri, a scuola, ci hanno insegnato a chiamare Lapponia, e Lapponi i suoi abitanti, senza sapere, tuttavia, quanto disprezzo si celi in questa denominazioni: Lappone viene dallo svedese Lapp, pezza, toppa, perché i Sami, spina nel fianco dei popoli che li circondavano, sono stati considerati alla stregua di pezzenti.

Eppure, secondo l’antica religione del popolo Sami, sono figli e figlie del Sole: vedendo quanto il cielo tocchi la terra, nella notte artica, e quanto i raggi del Sole abbraccino la tundra durante l’estate, non dovremmo faticare a crederlo. Un popolo in cui gli dei camminano insieme ai viventi e in cui tutti i nascituri sono femmine, finché non interviene la dea Juoksáhkka a modificarne il sesso.

Una terra senza confini

“I confini stabiliscono un’identità, ma come può un popolo nomade reclamare il proprio diritto all’esistenza quando il suo orizzonte è privo di barriere?”

Il Sápmi è una terra senza confini precisi: sappiamo dove si trova, ma non sappiamo dove abbia inizio e dove abbia una fine: ironico il fatto che sia alla confluenza di quattro diverse nazioni (Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia) dalla forte identità. Ai margini di questi confini, potremmo dire, vive contraddittoriamente un popolo che confini non ha e che ha, nonostante tutto, un’identità forte e precisa. 

Il popolo Sami ha una lunga storia di colonizzazione, di vessazioni, di dolore e violenza: qualcosa che va molto al di là della visione folkloristica che hanno imposto le cosiddette culture civilizzate.

Non può esistere uno sparuto gruppo di persone con abitudini così differenti, dei selvaggi: in Norvegia, nel 1850, questa volontà di annichilimento del diverso prende la forma dell’uso della frenologia, dell’impedire agli insegnanti Sami di lavorare, del creare convitti per bambini e adolescenti per strapparli alla loro comunità e alle loro radici. Si cambiano i nomi del Finnmark, perché si sa che un popolo senza una lingua è un popolo morto.

Nonostante i tentativi di assimilazione, però, l’unico popolo indigeno riconosciuto dell’Unione Europea è riuscito a sopravvivere, anche se il Sami act, che ha lo scopo di “permettere al popolo Sami in Norvegia di salvaguardare e sviluppare la propria lingua, cultura e stile di vita”, è solo del 1987, mentre l’istituzione dei Parlamenti Sami risale a pochi anni prima,

Assimilazione e unicità

I Sami non hanno avuto voce per secoli, vittime di una colonizzazione e di tentativi di assimilazione culturale a partire dalla cancellazione della lingua, della spiritualità, della limitazione delle loro peregrinazioni al seguito delle renne, con le quali hanno un legame imprescindibile e che noi, figli di latitudini minori, non riusciamo a comprendere. Eppure, i Sami, vivono anche per raccontare storie: le storie delle loro esistenze, le storie che da tempi immemori reggono l’universo e che noi abbiamo dimenticato. Storie in cui l’eroismo, l’umanità, l’epica dominano sulla prosa del mondo.

La modernità ha molteplici facce, e la vita Sami non ne è scevra: dai nuovi modi di allevare le renne, ai mezzi di trasporto, alla tecnologia, al rapporto con l’amministrazione statale in cui si ritrovano a vivere. La difficoltà, come sempre, è cercare di non perdere se stessi: certe cose, in fondo, restano uguali, ma lo sforzo di volontà diventa sempre più grande, dalla marchiatura delle renne alla necessità di “puntare il naso al vento”. E quanto a lungo bruciano le ferite del passato, quanto pesa che intere generazioni siano state strappate alla propria cultura?

Le piaghe sociali dei Sami di oggi sono l’alcolismo e il suicidio, anche in giovane età: tragedie che, come il dolore di questo popolo, hanno a che fare con la perdita:

“Ho paura di non poter più vivere così, di dover rinunciare a quello che sono”.

I Sami e la Natura

La vita dei Sami è da sempre in un perenne abbraccio con la Natura, in un luogo, l’estremo Nord, in cui la stessa fa paura: prende e toglie, uccide e dà vita. Non possiamo scindere la vita Sami dallo sciamanesimo. Un legame ultraterreno con ciò che ci circonda, con il cielo, la tundra e la terra, che rimane tutt’oggi, nonostante l’aggressività delle politiche di cristianizzazione e al di là del sincretismo che si è creato tra il Cristianesimo e la religione animista.

Ci sono riti e credenze la cui origine si perde nel tempo, perché nulla è scritto, ma tutto è tramandato: raccontare alle generazioni future è ciò che più di ogni altra cosa ci rende esseri umani. Dal Riddu Riddu al Nissetoget, non si tratta di magia, ma di momenti in cui il velo della realtà si squarcia.

Dall’altra parte, non si può ignorare quanto il cambiamento climatico insidi la vita dei Sami: il futuro è incerto e fa paura, e anche le politiche di green economy non sempre tengono conto delle necessità. Il rischio è la fine dello stile di vita Sami e il definitivo passaggio a una vita stanziale, con l’allevamento tradizionale, niente più transumanza delle renne scandita dal ritmo delle stagioni, percorsi cambiati dalla costruzione di parchi eolici che, se da lato sono un incentivo alle politiche ambientaliste, dall’altro causano problemi enormi per gli spostamenti dei pascoli.

Vivere per raccontare

La paura intrinseca dell’uomo, di qualsiasi uomo, è la morte: questa paura, se applicata a un popolo intero, diventa ancora più forte, perché corrisponde alla paura di perdere la propria identità. La paura di essere dimenticati. Allora, l’imperativo diventa “vivere per raccontare”: i Sami, negli ultimi decenni, dal silenzio in cui erano stati relegati, hanno cominciato a far sentire la propria voce. 

Dalla Biennale di Architettura di Venezia, ai gruppi musicali, alle commissioni istituite con i governi di Norvegia, Svezia e Finlandia: i Sami hanno potuto raccontare la propria paura e il proprio orgoglio, il legame viscerale con la terra. Avere una voce con cui potersi esprimere è ciò che ci rende vivi, raccontare l’epica della propria esistenza davanti alla prosa del mondo è quanto dobbiamo, in un certo senso, ai Sami e ai popoli dimenticati.

“Tu devi difendermi” è la credenza degli sciamani che questa sia la prima volontà di Madre Terra. Difenderla e raccontarla, perché la testimonianza è in fondo una forma di protesta e di presenza.