I dilemmi delle donne che lavorano di Fumio Yamamoto 

I dilemmi delle donne che lavorano di Fumio Yamamoto, edito in Italia da Neri Pozza, è un romanzo che mette in luce la libertà femminile, che diventa un atto di resistenza.

C’è un treno affollato, pieno di impiegati con lo sguardo vuoto, mezzo addormentati, in divisa d’ufficio. C’è una donna che li osserva, e pensa: “Gli uomini sono tanto da ammirare quanto da compatire. Non possono accontentarsi della fetta più piccola”. È in questo sguardo, lucido e insieme compassionevole, che si racchiude il cuore pulsante di I dilemmi delle donne che lavorano, il romanzo corale di Fumio Yamamoto finalmente tradotto in italiano a 25 anni dalla sua uscita in Giappone.

Acclamato in patria, vincitore del Premio Naoki, bestseller mondiale e oggi considerato un piccolo classico del femminismo giapponese, I dilemmi delle donne che lavorano si presenta al lettore italiano come un libro tanto semplice nella forma quanto radicale nella sostanza. Non ci sono eroine tragiche o rivoluzioni spettacolari: ci sono vite comuni, interrotte, stanche, a volte disilluse, ma attraversate da un desiderio profondo, quello di scegliere, finalmente, sé stesse.

Cinque donne, un paese, mille aspettative

Protagoniste del romanzo sono cinque donne, cinque volti dell’universo femminile giapponese contemporaneo: Haruka, Izumi, Katō, Mito e Sumie. Donne diverse per età, status e vissuto, accomunate però dallo stesso fardello: vivere in una società che pretende, più che ascoltare.

Haruka ha avuto una malattia, ora è guarita, ma non sa più chi è. La sua identità è rimasta intrappolata in quell’esperienza che gli altri, amici, partner, famiglia, non vogliono che abbandoni. Izumi è uscita da un matrimonio infelice, e per la prima volta si chiede se la libertà, anche nella precarietà, possa essere una forma di felicità. Katō lavora in un minimarket, ogni notte cerca di sopravvivere alle molestie dei clienti, mentre sua figlia l’ha lasciata, rifiutando ogni contatto. Mito è di fronte a una decisione banale ma cruciale: sposarsi o meno dopo sette anni di relazione. Sumie, infine, è la più instabile e istintiva, senza radici né certezze, ma decisa a non barattare la propria autonomia per nessuna promessa d’amore.

Attraverso queste figure, Yamamoto compone una sorta di orchestra dissonante e fragile, dove ogni personaggio suona la propria nota fuori tempo, stonata rispetto allo spartito imposto dalla società. Eppure, in questa disarmonia, si fa strada una nuova melodia, più sincera, intima, anarchica. Un canto sommesso ma potente, che parla di emancipazione, autodefinizione e piccoli atti di ribellione.

Un classico femminista, anticapitalista e profondamente giapponese

“Il problema non è essere sola. Il problema è che non posso nemmeno immaginare una vita diversa.”

La forza del romanzo sta nella sua capacità di incrociare microcosmi personali e temi universali: maternità, lavoro, malattia, amore, solitudine, aspettative sociali. Ma lo fa senza mai trasformare le protagoniste in vittime o simboli astratti. Le donne di Yamamoto non vogliono essere esemplari, vogliono solo esistere. Con tutte le loro contraddizioni, esitazioni e desideri a volte impresentabili. In questo senso, I dilemmi delle donne che lavorano si collega idealmente alla scrittura di Sayaka Murata, a cui è spesso accostato: lo stesso sguardo chirurgico, lo stesso humour nero, lo stesso senso di straniamento rispetto alla normalità. Ma, rispetto a Murata, Yamamoto sceglie una forma più diretta e meno metaforica, affidando alla scrittura una chiarezza tagliente che non cerca il surreale, ma la precisione emotiva. È un libro femminista perché denuncia la gabbia dei ruoli imposti; è anticapitalista perché svela l’alienazione del lavoro e del consumo; è giapponese fino al midollo, perché racconta il Giappone degli anni ’90 (ma anche quello di oggi) attraverso piccoli dettagli culturali che non hanno bisogno di essere spiegati: lo sguardo basso delle donne, il silenzio sulle ferite, il peso invisibile della “forma” e della “buona condotta”.

Un libro necessario, oggi più che mai

“Non mi interessa essere amata. Voglio solo non dover spiegare chi sono ogni volta.”

Rileggere oggi, nel 2025, un romanzo scritto venticinque anni fa, ci costringe a fare i conti con l’attualità. I dilemmi delle protagoniste di Yamamoto non sono affatto superati: anzi, risuonano più forti che mai in un mondo dove la retorica dell’empowerment si scontra con una realtà fatta ancora di disuguaglianze, sfruttamento e aspettative oppressive. Yamamoto ci ricorda che la libertà non si misura in slogan, ma in decisioni quotidiane, a volte minuscole: licenziarsi, restare sole, non rispondere a un messaggio, scegliere di non avere figli, decidere di non spiegarsi. Ogni scelta, per una donna, è ancora oggi una piccola battaglia.

In conclusione

I dilemmi delle donne che lavorano, edito finalmente da Neri Pozza è un romanzo che non alza la voce, ma costringe a riascoltare la nostra. È una lettura necessaria per chi vuole capire cosa significa essere donna oggi, in Giappone come altrove. Un testo che unisce femminismo, dolore, autoanalisi e resistenza silenziosa, con una scrittura chiara come il vetro e tagliente come un rasoio. Nel raccontare il “normale” con tale lucidità, Yamamoto ha creato un classico senza tempo. E la sua assenza – è scomparsa nel 2021 – rende questa riscoperta ancora più preziosa. Perché, come ci insegna Haruka, a volte il dolore ci definisce. Ma la scrittura, se è buona, può liberarci.