I dieci passi dell’addio di Luigi Nacci

Luigi Nacci è un’insegnante, scrittore e guida ambientale escursionistica che ha dedicato tutta la sua vita al tema della viandanza, riscoprendo sentieri e vie antiche all’interno dei boschi europei. I dieci passi dell’addio è il suo esordio narrativo con Einaudi, e anche in questo testo è centrale il tema del cammino.

Nel suo primo romanzo, Nacci affronta una tematica delicata: la separazione all’interno della coppia. Lo fa consegnandoci un protagonista totalmente distrutto dalla perdita, che cerca di sopravvivere al senso di vuoto lasciato dalla fine e che prova a dare un senso a ciò che rimane.
“Come si abita una casa in cui è stato presente così tanto amore?”

La prima cosa che ho imparato è che questa non è più la casa in cui vivevamo insieme. Per cui da qualche tempo, non saprei dire da quanto, ho smesso di chiamarla casa.

Il dolore della perdita

Quando si affronta una separazione ogni gesto quotidiano diventa una sfida. Ogni angolo della casa in cui si abitava in due si trasforma in un covo di ricordi pronto a farti male. E ogni attimo di silenzio diventa così assordante da martellare il cervello. Per cercare di dare un senso a tutto questo, il protagonista decide di sedersi ad un tavolo con carta e penna e stilare una lista di dieci passi necessari per dire addio.

La solitudine dopo l’addio è un buco nero. […] Chiami al telefono i conoscenti, i semisconosciuti. Più facile parlare con loro. Del nulla, di ciò che gira intorno al nulla. Puoi chiamare numeri della rubrica che non hai mai chiamato. Tutti i numeri e i prefissi, tranne il suo. Ed è l’unico che vorresti chiamare. Non lo fai. Non sapresti cosa dire. Non ci sarebbe nulla da dire. Non con le parole che hai. La vostra lingua è morta.

Alla fine di una relazione d’amore ci si ritrova a rivivere in mente tutti i momenti piccoli e grandi vissuti insieme. Perché in realtà, nella perdita ci si ritrova più connessi, nonostante la solitudine. Ma quando finisce davvero l’amore? Forse non c’è un giorno o un luogo specifico, eppure succede. E mentre si fanno tentativi per uscire da un dolore così profondo, si prova a riconciliarsi con ciò che resta partendo, magari, dall’abitazione che si condivideva.

La casa senza amore non è più una casa ma non si è ancora trasformata in qualcos’altro. Puoi passeggiare, non camminare. Camminare prevede un impeto della coscienza, passeggiare è attraversare uno spazio. E io passeggiavo, scansando meticolosamente gli scatoloni, gli stipiti, le mensole, gli attaccapanni e ogni altro oggetto sporgente, come i bastoncini d’incenso. Non toccare, dicevo. Un tocco corrispondeva a un ricordo. Due tocchi due ricordi. Al terzo tocco potevi cadere a terra tramortito.

I dieci passi per dire addio

La fine di una storia non è semplice da affrontare. Lo sa bene il protagonista di questa storia che sente di aver bisogno di un manuale di istruzioni per poter trovare un modo di gestire il dolore. Non trovandolo decide di scrivere una lista di dieci passi per poter dire addio e andare avanti.

Come può continuare a chiamarsi stanza matrimoniale una stanza in cui dormi da solo? Sempre che tu riesca a dormire. Anche se la persona che viveva con te ha portato via tutte le sue cose, le cose rimaste continuano a parlarti di voi. […] Il lampadario, ad esempio, che avete riparato assieme, con te che la tenevi per i fianchi, arrampicata su una sedia, quello non se l’è portato via. Era di entrambi, ma è rimasto con te. Quando fa luce, una parte di quella luce appartiene a lei. Si può dividere in due una luce?

Si passa dal rinominare le stanze della casa al fare pace con gli oggetti rimasti intorno. Poi si attraversa la fase più lunga: rivivere tutti i ricordi possibili e immaginabili per cercare di non gettare il proprio amore nell’oblio. Questa è la fase in cui si provano davvero dolore e mancanza per la persona persa. Ci si strugge e ci si colpevolizza. È solo il terzo passo, ma secondo me è anche il più importante.

Più in là arriva la consapevolezza di dover cambiare per migliorare la propria condizione e adattarsi al nuovo che arriva. E proprio mentre si inizia a sembrare consapevoli del cambiamento si fa un passo indietro e ci si convince che si potrebbe ritornare insieme, che sia solo un periodo di passaggio. Che serva per far rifiorire e crescere l’amore. Ma infondo è del tutto normale sentirsi sulle montagne russe perché il percorso di guarigione non è mai lineare.

Un altro passo importante è quello di ricordarsi di tutte le cose belle vissute insieme all’Altro. Tutto ciò che l’Altro ha lasciato di positivo. Compiere questo passo è necessario per arrivare a quello successivo: imparare a dire addio. Accettare la separazione, attivamente, e capire che nessuno dei due ha più il diritto di sapere qualcosa sulla vita dell’altro.

Ci lasciamo, non ci lasceremo mai. Non verrai più a casa, ci sarà sempre la tua stanza. Amerò un’altra donna, continuerò ad amarti. Farò dei figli, saranno anche tuoi. Un giorno morirò e un pezzo della mia morte ti apparterrà. Un giorno morirai e un pezzo della tua morte mi apparterrà. Non siamo più niente, siamo una cosa sola.

E infine gli ultimi passi: accettare il tuo dolore. Accettare di essere sballottolato tra gli umori e i ricordi. Vivere a pieno il lutto della perdita, cercando di non opporsi. Lasciarsi trasportare dalla vita, dove vuole. E poi, andare avanti, col cuore colmo di gratitudine per quell’amore (nonostante l’amarezza).

Un esordio nostalgico

Luigi Nacci con Dieci passi dell’addio è riuscito a scrivere un romanzo struggente e così reale in sole 111 pagine. Attraverso un flusso di coscienza costante, è stato in grado di trasportare il lettore nella sofferenza del protagonista facendola sentire fin dentro le ossa. Scorrendo le pagine, infatti, si ha quasi l’impressione di star vivendo la separazione insieme al narratore, trasformando questo libro in una vera e propria dose di empatia e compassione.

Il tema della separazione e del lutto d’amore è un tema universalmente conosciuto, ed è anche il tema più narrato della storia. Tutti, almeno una volta, hanno provato il dolore per la fine di una relazione d’amore. E tutti, sanno quanto possa sembrare incoerente, illogico e meschino il pensiero umano… anche quando si è il colpevole di quella fine. Perché in fin dei conti, la sofferenza è umana e prima o poi colpisce tutti, anche chi l’ha inconsapevolmente provocata.

Ci sono storie d’amore che si consumano come candele, altre che muoiono di morte violenta. Chi uccide una storia d’amore non va in carcere. La sua condanna è il senso di colpa.