Ho fatto la spia di Joyce Carol Oates e lo sgretolamento della famiglia americana
Joyce Carol Oates è una scrittrice americana molto prolifica, con decine di opere a suo nome. Spesso definita come l’alter ego femminile di Stephen King, in effetti ha temi ricorrenti come la cronaca (spesso nera), lo smantellamento dei valori della famiglia americana e la questione femminile. La Nave di Teseo pubblica molte delle sue opere, tra cui Ho fatto la spia, un romanzo che narra una storia fittizia, ma lo fa con un’aderenza al reale tipica del true crime e della cronaca.
Il primo elemento interessante è il titolo inglese (qui riportato in copertina): My life as a rat, sottolineando la duplice natura del termine: Rat in inglese non è solo il ratto, ma in gergo anche la persona che si macchia di tradimento, una talpa, come diremmo in italiano. Proprio attorno a un tradimento ruota la trama principale del romanzo, da cui deriveranno tante e gravi conseguenze per la protagonista.

La trama
Violet Rue Kerrigan è la protagonista di questa storia. La più giovane di sette figli, è coccolata e protetta da tutti i membri della famiglia e soprattutto dal padre, che sembra avere un occhio di riguardo per lei. La ragazzina un giorno scopre, inconsapevolmente, la verità che si cela dietro la brutale morte di Hadrian Johnson, un giovane ragazzo morto 9 giorni dopo essere stato pestato brutalmente da alcuni teppisti. Violet scoprirà, con sgomento e amarezza, che quei teppisti sono proprio i suoi fratelli maggiori. Ovviamente la ragazza non intende smascherarli, ma un giorno la verità viene fuori da sola e da lì si avvia una macchina difficile da fermare.
Da qui si snoda una serie di sentimenti contrastanti in Violet, primo tra tutti il senso di colpa per aver fatto la spia e per aver in qualche modo deluso le aspettative che tutti nutrivano nei suoi confronti. Ciò che non si aspetta, però, è la reazione violentissima della famiglia al suo comportamento: la giovane viene infatti “esiliata”, cacciata di casa e mandata dai servizi sociali a vivere con alcuni zii in un’altra città.
La climax discendente
Il macroevento appena citato ne scatenerà altri a catena, ovviamente. La psiche già fragile di Violet verrà messa a dura prova negli anni a venire e il lettore è sempre reso partecipe di ciò: infatti, una bella peculiarità di questo romanzo è la sua forte componente psicologica con un unico punto di vista, quello di Violet. Ci viene dato accesso ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti in ogni evento citato nel romanzo. Particolarmente toccante è venire a conoscenza dei sentimenti della giovane in seguito all’allontanamento forzato da parte della sua famiglia.
Ciò che ne consegue ricorda un po’ gli eventi che leggiamo in Una vita come tante di Hanya Hanagihara: la lunga e perigliosa vita di un protagonista contro cui la vita si è accanita, un personaggio che si caccia in una brutta situazione (per sua volontà o degli altri, poco importa) e dalla quale purtroppo non riesce a uscire. Violet e Jude, in questo senso, sono molto simili: cadono vorticosamente in una spirale di abusi ripetuti che alla fine loro sentono di meritare. Violet nello specifico si sente sporca, usata, vile, proprio come il ratto a cui si paragona.
Le figure maschili
Il romanzo di Oates presenta, attraverso la lente di Violet, diverse figure maschili. Nessuna è degna di empatia, tutti gli uomini protagonisti sono per Violet motivo di sofferenza su più fronti e tutti in ugual modo sono per lei la rappresentazione di un sopruso.
Cominciando dalla figura del padre, un uomo amato, venerato ma anche temuto da Violet. La colonna portante su cui poggia l’intera famiglia Kerrigan e per la piccola Violet fonte di protezione che presto si trasformerà nel più grande dolore della sua vita. Una ferita difficile da rimarginare.
Ci sono poi i due fratelli, che nel corso degli anni diventano per Violet motivo di stress e di paura. La ragazza, che poi diventerà donna, vivrà sempre nel terrore di ripercussioni per ciò che ha fatto, nell’attesa che i fratelli escano dal carcere per fargliela “finalmente” pagare e schiacciarla come il ratto che è.
Senza fare troppi spoiler, ci saranno altri uomini che Violet incontrerà e che la faranno sentire ugualmente inadeguata. Tutti, ahimè, saranno per lei portatori di paura, tensione e sopruso di cui Violet porterà i segni per tutta la vita. Un maestro di matematica, lo zio da cui è ospite, il facoltoso medico per cui andrà a fare le pulizie.
La scrittura
Joyce Carol Oates è nota per la sua prolissità, altra caratteristica che l’accosta a Stephen King. Tuttavia, in Ho fatto la spia, la sua scrittura è semplice e scorrevole, come a voler dare più spazio ai numerosi eventi che si susseguono tra le pagine. Ciò non rende la penna di Oates meno profonda, ma è come se la scrittura cedesse il passo al contenuto emotivamente toccante.
Consiglio un libro del genere a chi si sente intimorito dalla mole dei libri di Oates e teme che una scrittura prolissa possa solo peggiorare la situazione. Vi posso assicurare che Ho fatto la spia può leggerlo chiunque, anche chi non si è mai approcciato alla penna di questa autrice.
Considerazioni finali
Non stiamo certo parlando di un romanzo leggero, è giusto che lo sappiate. La scrittura, è vero, un po’ alleggerisce le tematiche importanti e le rende scorrevoli, ma non la definirei una lettura da ombrellone. Tuttavia, se cercate un romanzo in cui l’analisi psicologica è approfondita, in cui si riesce ad empatizzare con la protagonista e in cui i temi trattati sono di tutto rispetto, vi consiglio vivamente la lettura di Ho fatto la spia. Potrebbe essere un buon pretesto per conoscere Joyce Carol Oates e assistere allo sgretolamento, pezzo dopo pezzo, di una famiglia americana ordinaria fino al giorno in cui il castello di carte crolla miseramente.