Un racconto crudo, una narrazione in cui si alternano passato e presente, una storia autobiografica: si tratta di Hijra il romanzo d’esordio di Saif ur Rehman Raja pubblicato ad aprile per la casa editrice Fandango.

L’opera conquista il lettore sin dalla copertina, un ritratto di Marshan Francesco a cura di Marco Servina e Matteo Strocchia: la posa raccolta, quasi a esprimere una chiusura, il capo chino, come intimorito, contrastano fortemente con lo sguardo diretto e penetrante che sembra indicare invece sicurezza e fierezza. La fotografia in copertina appare come una fedele rappresentazione del protagonista di questa storia, il ragazzo dagli occhi persiani che non ha più voglia di sottomettersi ai dettami del mondo che lo circonda.

Hijra

Saif, il primo figlio

È dada Farmaan a scegliere il mio nome.
Saif ur Rehman Raja.
La spada di Allah. Colui che ama la giustizia, colui che non la teme, colui che alza la voce per essa.
Un nome pesante, che responsabilità.
Lo sa, Farmaan, che il nome di una persona è la sua prima identità e che spesso la personalità e il carattere ne risentono?

Nomen omen: nel nome è contenuto il destino di un individuo e questo Saif lo sa, ne pagherà le conseguenze sulla sua pelle.

Nome di gran responsabilità e di pregio in Pakistan, nome alieno e continuamente storpiato in Italia: non si pronuncia Saif, si pronuncia Sef. Il primo atto di giustizia che compie sin da bambino riguarda il suo nome. Spaesato davanti a quella pronuncia estranea, inizialmente crede che lo facciano di proposito per canzonarlo, ma presto comprende che si tratta semplicemente di una questione linguistica, così perdona l’errore e corregge. Crescendo diviene l’espediente che lo aiuta a comprendere di chi può fidarsi e chi non merita alcun interesse, così «divido il mondo in due categorie di persone: chi pronuncia male il mio nome e mi chiede scusa quando lo correggo, e chi non lo fa. Questi se ne fregano. A loro non do nessuna possibilità».

Il Pakistan

Saif nasce a Rawalpindi, in Pakistan, trascorre i primi nove anni della sua vita circondato dagli affetti in quella casa dal tetto che permette di osservare l’esterno, in quel salotto che somiglia a un’agorà. Un’infanzia felice, tra alti e bassi, finché gli eventi della vita non costringono la sua famiglia a trasferirsi in Italia. Suo padre vive lì da anni, ormai i problemi cardiaci di sua madre e l’infanzia difficoltosa di suo fratello Faiz necessitano una presa di posizione forte. Ma non possono partire tutti, qualcuno deve restare. Saif è il figlio maggiore, quindi tocca a lui sacrificarsi.

Quello del sacrificio è un ritornello costante durante l’infanzia e l’adolescenza di Saif: è sempre lui a dover abbassare la testa, è sempre lui a dover dare il buon esempio, è sempre lui a essere ingabbiato nei doveri.

A volte mi sembra di non esistere. Che qui nessuno mi voglia bene.
“È il più vecchio, il più grande tra i fratelli. Deve imparare a sacrificarsi, si arrangerà”, continuano a ripetermelo. Tutti i giorni, a ogni occasione. Non mi spiegano che cosa significhi o che cosa io debba sacrificare. Lo dicono anche ad alcuni miei cugini, tutti i più grandi, nelle loro famiglie.
Mi impongono il sacrificio.

“Cosa significa che devo sacrificami, amma? Me lo dicono tutti, ma io non capisco.”
“Sacrificio, figlio mio, a volte significa lasciare il posto. È un dovere dei primogeniti.”
La ascolto. E mi comporto di conseguenza, perché ad amma voglio bene.

Il piccolo Saif si sente solo, abbandonato da tutti, soprattutto da sua madre, la sua amma: non riesce a credere che l’abbia lasciato lì in Pakistan mentre loro costruiscono una nuova vita così distanti. Ma è il destino dei primogeniti e, con immensa sofferenza, l’accetta. Soltanto due anni dopo raggiungerà la sua famiglia in Italia, a Belluno, e verrà al mondo per la seconda volta.

Uno scontro tra culture

Belluno è circondata dalle montagne, l’orizzonte non è libero come a Rawalpindi: ci si sente soffocare. Qui non si alza la polvere dalle strade, non c’è un caldo afoso che porta gli abitanti a celebrare la pioggia come un dono, qui il cielo è spesso grigio e la pioggia mette di malumore. Le donne mostrano le gambe, fumano, parlano con gli estranei, sembrano o uomini d’affari o poco di buono: l’abito colorato di amma Shakeela si staglia nel panorama straniante dell’aeroporto, quando finalmente Saif torna tra le braccia materne.

Vedo una donna: è mia madre. Lì, con il velo in testa, con i suoi abiti colorati, che mi cerca.
Che mi brama. Lo percepisco.
I nostri sguardi si incrociano. I nostri petti si alzano. Espiriamo, tremando. Acceleriamo il passo l’uno verso l’altra. La signora che mi ha aiutato – alla quale non ho nemmeno chiesto il nome – fatica a starmi dietro. Si arrende. Capisce che c’è un bambino che sta correndo verso sua madre. Una madre che non vede da due anni.

Ciò che unisce da sempre madre e figlio è l’amore per la cucina, in particolare per le spezie: è una delusione cocente per il giovane Saif scoprire che in Italia le spezie non hanno lo stesso sapore né l’odore di quelle utilizzate in Pakistan, resta scandalizzato di fronte ai contenitori di curry in polvere. Amma e Saif provano una devozione quasi religiosa nei confronti delle spezie, quelle che trovano in questi supermercati sono considerabili alquanto blasfeme, così come il cibarsi tramite l’utilizzo di posate piuttosto che delle mani. Corpo e natura sono sempre più distanti, non c’è comunione tra loro.

Adolescenza e pregiudizio

A scuola e per strada non fanno che ripetergli quanto sia diverso, spesso con la cattiveria tipica degli adolescenti a cui si aggiunge l’intollerabilità del pregiudizio razzista da parte di ragazzi, professori e adulti. Saif scopre così che anche in Italia – dove, come lo riproverò la maestra il primo giorno di scuola elementare, ci sono in vigore regole diverse da rispettare – deve sobbarcarsi il peso della sua identità. Non è più responsabile solo delle sue azioni e di quelle dei suoi fratelli, ma diventa improvvisamente l’ambasciatore di tutti i pakistani, dunque «se Filippo ruba una caramella, la ruba lui e basta. Se la rubo io, la rubiamo noi pakistani, tutti. Filippo fa una cazzata ed è una ragazzata, mentre io, che sono pakistano, sono così di natura: un ladro».

La ricerca di sé

“Ora che siete italiani, mangerete con le posate.”
Una pugnalata al cuore.
[…] Io non sono italiano. Non per gli altri. Anche se mi ci sento, in parte. Ma a volte ho l’impressione di dover superare la prova delle posate, un viaggio di transizione, dal prima al dopo, da incivile a incivile, da pakistano a italiano. E io non la voglio nemmeno scalare, questa montagna. Perché non penso mi possa definire in un modo o nell’altro. Eppure, sembra sia necessario. Gli altri lo ritengono necessario. Ma gli altri sono gli altri, nana, tu mi hai visto nascere.
[…] È frustrante.
Se perdessero tempo a chiedermelo, risponderei che non mi considerano italiano, mi considerano altro.
Un umanoide in divenire. Un essere umano da civilizzare, quasi.
Mi sento pakistano ma vengo trattato come un ospite, e sentirmi italiano sembra non essermi permesso.
A chi appartengo?
Come dovrei rispondere quando mi chiedono di dove sono?

Trovare il modo per definire la propria identità sembra essere uno scoglio insormontabile per Saif: le radici si spezzano, le culture si mescolano, nessuno sembra accettarlo completamente. Inoltre, quando scopre la sua omosessualità e decide di non tenerla nascosta, rischia di perdere l’unico legame davvero profondo, quello che non l’ha mai abbandonato: il rapporto con amma Shakeela. Andare oltre preconcetti culturali e religiosi non è semplice per lei, mentre suo marito definisce Saif un hijra, un mezzo uomo, e per strada subisce insulti e violenze.

Tuttavia l’amore è in grado di superare ogni cosa, anche la più complessa.

Hijra è un romanzo forte, scritto in una lingua fluida, frammentata, composta da frasi brevi e dirette, una lingua in cui si mescolano la sintassi breve e concisa dell’urdu con la complessità della grammatica italiana: italo-urdu. Raja racconta con coraggio e fierezza la sua storia, scavando nel suo intimo per potersi mostrare a nudo in questo romanzo schietto e sincero.

Io non sono pakistano.
Io non sono italiano.
Io sono altro.
Io sono oltre.
Un ibrido.
Che ama esserlo.

La mia egira.
Prenderò le vostre purezze e le sporcherò di nuove possibilità incerte.
Io sono contaminato.
E sono in armonia.