Grande meraviglia di Viola Ardone: un romanzo sulla pazzia e l’amore

Dopo l’enorme successo de Il treno dei bambini e Oliva Denaro, Viola Ardone torna in libreria con Grande meraviglia (edito Einaudi). Un romanzo di formazione commovente ambientato in un manicomio italiano subito dopo l’approvazione della Legge Basaglia, che da lì a poco ne avrebbe decretato la chiusura. Attraverso il legame tra una ragazza e lo psichiatra che decide di salvarla conosciamo la realtà del manicomio all’inizio degli anni ’80 e il potere della libertà.

Mi ha detto Aldina che fuori dai cancelli è uguale. Solo che i matti qui dentro girano in camicia, dicono quello che pensano e hanno una prigione più stretta rispetto ai matti di fuori, che girano tutto il giorno in camicia e cravatta, si sentono liberi e ogni tanto si dicono tra loro: che ti credi, sono mica matto?
I mica-matti odiano i matti, li chiudono nel mezzomondo e qui non ci vogliono mettere piede, neanche nei giorni di visita perché, sotto sotto, hanno paura che non li facciamo uscire mai più. Tutti quelli che danno fastidio nel mondo di fuori li portano qua, perché sono brutti, perché sono cattivi e perché sono poveri. […] è più comodo tenere tutti i difettosi in un unico post nascosto, così nessuno li vede e non esistono più.

Trama

Elba è nata all’interno di un manicomio a causa dell’internamento di sua madre quando era in gravidanza. Non conosce suo padre né il mondo esterno, ma solo il Mezzomondo (come lo chiama lei) e gli internati, i medici e gli operatori della struttura sono l’unica famiglia di cui abbia mai fatto parte.

Il mezzomondo è la casa dei matti, ci stanno i cristiani che sembrano gatti:
non hanno la coda, non sanno miagolare, però son gatti. Gatti da legare.

Sarà lei a raccontarci, nel primo capitolo, la vita all’interno del manicomio raffigurandolo come un mondo fiabesco in cui esistono personaggi dai nomi parlanti: Colavolpe, Lampadina, Gilette, Nana la cana, Mastro Lindo e tutte le donne con cui condivide le giornate. Elba ci racconta quello che fa, quello che vede e quello che sente, e ormai ha perfino imparato a riconoscere i sintomi di ogni male annotandoli tutti, in rima, nel suo diario dei malanni di mente. La regina della sua fiaba, però, è sua madre Mutti. Una donna di mezza età internata per adulterio che ha saputo crescere la figlia con allegria e fantasia in una realtà non-tipica.

La vita di Elba procede sempre nella stessa maniera, con orari stabiliti e abitudini ormai definite, finché non viene allontanata per essere istruita in un collegio di suore. Anche qui la realtà raccontata da Elba sarà tutt’altro che facile, ma ben nota a molti. Nel collegio ci sono suore violente, suore che fumano di nascosto e suore sessualmente attive nonostante il voto di castità. Sembrerebbe proprio che la “follia” sia davvero ovunque.

Così, dopo qualche anno, Elba inizia a mostrare finti segni di follia e malcontento, studiati per farsi internare nuovamente e ricongiungersi con la sua amata madre. Purtroppo, però, al suo ritorno la madre è scomparsa, morta, a detta di tutti. Ma Elba non può credere che la sua Mutti se ne sia andata, sente dentro di sé che è ancora presente nella struttura e per anni si affannerà a cercarla.

Ogni vita è calamita, anche quella più appassita.
Io sto dentro al mezzomondo: pure questa è vita, in fondo.

Il mondo esterno

La legge Basaglia è ormai diventata ufficiale, ma in Italia le cose procedono (come sempre) molto lentamente. Il Mezzomondo si trova così in una fase intermedia in cui si alternano uno psichiatra di vecchio stampo, che adopera ancora l’elettroshock e l’abuso farmacologico, e uno psichiatra di nuova generazione che, invece, crede nella funzione delle parole e dell’accoglienza. Sarà proprio quest’ultimo psichiatra, Fausto Meraviglia, a dare una svolta alla vita di Elba portandola con sé nel mondo esterno.

Nel secondo capitolo è proprio Fausto, ormai anziano, a raccontarci la storia degli ultimi trent’anni. Con le sue parole scopriamo che Elba effettivamente è uscita dal manicomio ed è stata accolta nella casa della famiglia Meraviglia, dove si è impegnata negli studi universitari, per poi improvvisamente fuggire.

Ma conosciamo meglio anche la moglie e i figli del “dottorino”, vittime del suo troppo amore per il lavoro e la poca partecipazione alla vita familiare. Così Elba si ritrova in mezzo a un fuoco incrociato, figlia scelta da quello stesso dottore Meraviglia che l’ha salvata e che pure non sa comportarsi da padre con i figli che ha cresciuto, né da marito con la donna che ha sposato. Come già in Oliva denaro, anche in questo romanzo Viola Ardone descrive in maniera molto calzante il rapporto tra padre e figlia con tutta la complessità e le idiosincrasie proprie di un legame che ha bisogno di cure e ascolto.

Questa è la storia di come la pazzia sia dentro tutti noi, così come l’amore. Di come tutti siamo bisognosi di attenzioni, ascolto e abbracci senza alcuna distinzione. È anche la storia dei progressi sulla salute mentale in Italia e delle lotte fatte per cambiare finalmente le cose a riguardo. Grande Meraviglia insegna che abbiamo sempre il potere di sceglierci la famiglia che meritiamo e prendere le decisioni che ci rendono felici, in ogni caso, qualsiasi sia il punto di partenza.

Considerazioni

Leggere Grande Meraviglia scatena emozioni contrastanti.
Da un lato c’è la rabbia nel prendere coscienza dei trattamenti disumani effettuati all’interno del manicomio, come l’elettroshock e la violenza verbale, oppure per le cause fasulle di internamento che sono state accettate per tutto il ‘900. Sì, perché un uomo o una famiglia potevano decidere di far internare le donne per qualsiasi motivo: se parlavano troppo o quasi per niente, se mangiavano troppo o troppo poco, se tradivano o se i mariti volevano una scusa legale per divorziare. Questa non è finzione, tutt’altro. È una realtà esistita per decenni nel nostro paese. Pensate, quante donne hanno sofferto e sono state abbandonate all’interno dei manicomi solo perché desideravano esprimersi ed essere libere?

Noi matte siamo piante con le radici in vista, le dico, tutto quello che è sotto si vede da fuori: se abbiamo fame ne abbiamo troppa, se non ne abbiamo non mangiamo più, se siamo contente cantiamo e balliamo, se siamo tristi è come se fossimo morte da un pezzo. Se abbiamo un sospetto è già diventato realtà, se abbiamo paura, la paura è una porta spalancata sul vuoto. Se abbiamo voglia di parlare, le parole diventano un fiume, come me in questo momento. E se non ne abbiamo più voglia, allora punto e basta

Dall’altro lato c’è la tenerezza, perché nel libro traspaiono anche una gentilezza e un’umanità enorme. Elba è la vittima innocente di questa storia, nata e cresciuta in un manicomio nonostante fosse sana e indipendente. Lei non conosce il giudizio o la cattiveria, è un’anima pura e curiosa di tutto. È una figlia che ama la sua mamma incondizionatamente e che non si arrende mai nella sua ricerca per ritrovarla.

Il dottor Meraviglia incarna la volontà, l’intraprendenza e la bontà nonostante la sua grande dose di egocentrismo e stakanovismo (che causa l’allontanamento della sua famiglia). Meraviglia rappresenta il progresso per portare la libertà nella società, per liberare i “matti” dalla follia della reclusione e per iniziare la lotta contro la stigmatizzazione sulla salute mentale.

Essere capaci di cambiare qualcosa è un po’ come essere liberi.

Ciò che resta alla fine del romanzo è un insegnamento fondamentale: è importante riconoscere l’altro, sentire che esiste così come esistiamo noi e mettersi in ascolto. Perché infondo ogni storia e ogni vissuto meritano di essere ascoltati, senza giudizio. Solo così si può accedere alla grande meraviglia dell’umanità.

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