Gliff, il nuovo libro di Ali Smith tra distopia e realtá
Ali Smith è tornata nelle librerie italiane con Gliff, pubblicato da Sur Edizioni. C’è chi ha parlato di questo libro come di una “dystopia nightmare” ed è una di quelle storie che potrebbe benissimo iniziare con un “C’era una volta, in un paese neanche cosí troppo lontano dal nostro, una strana città, due bambini e un cavallo…”.
Partiamo dall’inizio: Gliff è il primo di un progetto in due romanzi, il secondo si chiamerà Glyph. Sebbene le due parole suonino in modo identico, i loro significati sono molto diversi. In scozzese, “gliff “indica uno spavento, un brivido improvviso o un’apparizione fugace. “Glyph”, invece, significa un carattere o un simbolo scritto. Allo stesso modo, anche in Gliff c’è un gioco di parole costante: un riflesso dell’interesse centrale del libro per il modo in cui il significato viene creato e distrutto.

Ma di cosa parla?
Raccontata principalmente dalla voce di Bri, giovane persona non binaria (abbreviazione di Briar/Brice), la storia è fatta di brutale oppressione, sorveglianza statale, ma anche di speranza. All’inizio del romanzo, Bri(ar) e la sorellina Rose vivono già ai margini. Partendo dai loro nomi, Briar è un nome di origine britannica, di genere neutro, che significa “cespuglio spinoso di rose selvatiche” o “rovi”. Ogni rosa ha la sua spina, e nulla potrebbe essere più appropriato per l’etimologia di questo nome. Scegliere, quindi, questo nome di genere neutro e accompagnarlo a un nome femminile come Rose fa di Ali Smith, di nuovo, un genio della letteratura queer contemporanea.
Loro madre, senza nome, era una whistleblower aziendale (una persona che denuncia attività illegali, non etiche o pericolose all’interno di un’organizzazione) che si era rifiutata di permettere ai figli di usare lo smartphone, rendendoli così “non verificabili” in uno stato guidato dai dati. Quando il suo compagno Leif riporta i bambini a casa, scopre che l’abitazione è stata segnata con vernice rossa: un processo imposto dallo Stato che di fatto “cancella” persone e luoghi, richiamando alla mente forme forse più sottili di sfratto.
In fuga con il loro camper, Leif, Bri e Rose passano la notte in un parcheggio, ma al risveglio trovano anche il furgone contornato in rosso. A quel punto, Leif lascia i due bambini da soli in una casa abbandonata con quarantadue scatolette di cibo, partendo per andare a recuperare la madre e portando con sé i loro passaporti. Rimasti soli, Bri cerca di mantenere un minimo di ordine, razionando il cibo, ma Rose non vuole seguire regole. Invece, in un campo vicino stringe amicizia con un cavallo grigio che chiamerà Gliff, un cavallo destinato al macello. Bri tenta di proteggerla da ulteriori perdite, ma la risposta di Rose mostra l’importanza del cavallo come simbolo di differenza e di speranza che attraversa tutto il romanzo, oltre che il suo rifiuto di partecipare a una società che non la riconosce come pienamente umana.
Chi siamo noi umani?
Il romanzo si muove avanti e indietro tra il presente di Bri, cinque anni più tardi, e il passato, restituendoci frammenti di linguaggio che illuminano il loro mondo interiore e quello che li circonda. Per la madre dei due ragazzi, la vita appare come un enigma irrisolvibile. Bri propone invece di “lenirlo” anziché tentare di risolverlo cercando di dar ordine a un contesto fatto di disastri climatici, povertà e oppressione. Le parole della madre risuonano familiari, quasi un’eco dei discorsi adulti di oggi.
«Sarete voi a rendere le cose migliori, migliori di quanto abbiamo fatto noi. Tocca a voi. Qualcuno deve farlo.»
Rose, d’altro canto, non si limita ad accettare ciò che la circonda. Lei pone domande che aprono a questioni cruciali sull’umanità e sull’appartenenza. In un mondo che classifica come “temporanei” o addirittura come meno che umani coloro che non possiedono documenti, la sua voce si fa netta.
«Un passaporto non prova che siamo noi… Noi siamo semplicemente noi. Non avere un passaporto non significa che… scompariamo.»
I cerchi tracciati con la vernice rossa rappresentano un simbolo sinistro ed efficace delle forme più sottili con cui le società escludono o marginalizzano gli indesiderabili di vario tipo. Questo espediente si colloca all’interno di una lunga tradizione della fantascienza. Offre infatti al lettore uno specchio deformato delle disuguaglianze e dei pregiudizi che regolano il mondo reale. Le barriere invisibili che separano ricchi e poveri, ad esempio, sono spesso rielaborate come muri o recinzioni concreti.
Distopia o realtá?
Bri e Rose sono bambini intelligenti, dotati di pensiero critico. Non trovano posto nella società perché non sono stati iscritti, come tutti gli altri, a una struttura statale e burocratica classica. Il romanzo non è affatto scettico nei confronti della tecnologia, come suggerisce il riferimento di Smith alle applicazioni più produttive dell’intelligenza artificiale, ma prende in giro la nostra spaventosa sottomissione allo smartphone e alle sue molteplici incarnazioni: orologio, tablet, fotocamera, occhiali. Briar e Rose sono emarginati, e lo sono molti altri insieme a loro.
Pur essendo un’opera di finzione, Gliff non è una distopia nel senso classico. Riflette in modo chiaro numerosi aspetti della nostra esperienza attuale della realtà, mediata e filtrata dalla tecnologia, i cui meccanismi la maggior parte di noi comprende solo in parte. L’ansia nasce, cosí, dalla sensazione di aver volontariamente ceduto la propria libertà per comodità, e dalla disperazione di un mondo governato da effetti pratici in cui nulla è davvero ciò che sembra. Per esempio, Colon, il ragazzo da cui i fratelli acquistano il cavallo, li osserva attraverso il filtro del suo dispositivo simile a un orologio, che gli segnala che non sono “verificati”.
Gliff è un romanzo che lascia il segno. Deviando dalle convenzioni narrative, subito dopo ci riporta nella distopia della vita quotidiana. Lo stile del romanzo riafferma il potente richiamo della libertà anche nelle circostanze più disperate, mantenendo così un tono fermamente ottimista e fedele all’immagine centrale che unisce tutta la storia: il cavallo ostinato di Rose che non poteva permettersi, ma che rifiuta il suo vecchio padrone e si fida istintivamente solo della sua autorità, per affetto e lealtà.
Conclusioni
Come accade in molte opere di Ali Smith, people are people significa entrambe le cose: speranza e disperazione, libertà e prigionia, gioia e dolore; ma anche, talvolta, che le persone possono essere un miracolo di coraggio, capaci di resistere e tendere una mano. A volte possono persino essere un cavallo quasi magico su cui cavalcare sotto la pioggia, per sfuggire alla cattura. Una parola sostitutiva per qualsiasi parola, esattamente come é Gliff.
Infatti, i molteplici significati di gliff racchiudono i personaggi e la trama in uno sviluppo che non finisce mai. Con questo romanzo Ali Smith conferma le sue qualità più riconoscibili come romanziera: una scrittura accessibile e coinvolgente, che tuttavia mantiene intatta una notevole complessità e sottigliezza. Il testo dissemina enigmi al lettore, solo alcuni dei quali trovano soluzione e che, a quanto pare, saranno rivelati nel secondo romanzo. Noi non possiamo che attendere!