Gli unici Indiani buoni: quando il passato torna a tormentare

Gli unici indiani buoni è un libro a sé stante, difficilmente ascrivibile a delle categorie definite.

Scritto nel 2020, è arrivato in Italia grazie alla traduzione di Fazi Editore, ed è stato immediatamente inserito nella collana Darkside. Si tratta di uno degli ultimi romanzi di Stephen Graham Jones, scrittore contemporaneo nativo americano, appartenente alla tribù dei piedi neri.

Come di consueto, prima di procedere con l’analisi dell’opera, è necessario proseguire con una brevissima ricapitolazione della trama e dei punti salienti della narrazione.

Trama

Il romanzo inizia in una riserva degli indiani al confine col Canada: i protagonisti sono Lewis, Gabe, Ricky e Cassidy, quattro giovani nativi cresciuti insieme fra svariati eccessi di gioventù. Il loro legame viene, però, brutalmente interrotto quando Ricky muore improvvisamente in una rissa fra ubriachi, perlomeno stando alle fonti ufficiali. Sono trascorsi ormai 10 anni, e ognuno di questi ragazzi ha trovato la sua strada all’interno della società americana di bianchi, lasciandosi dietro la loro vita nella riserva e cercando di dimenticare il più possibile le tradizioni e le regole della loro infanzia.

Ma non è solo questo a turbare i tre giovani: prima che Ricky morisse, i quattro ragazzi avevano partecipato ad una terribile e cruenta battuta di caccia, che ha segnato la fine della loro ingenua giovinezza. Ed è proprio questo evento che, dieci anni dopo, torna a perseguitarli, costringendoli a rivivere un evento che avrebbero solamente voluto seppellire nelle loro memorie. Il primo ad accorgersi di una strana e inquietante presenza nella sua vita sarà Lewis, che segna solo l’inizio di una spirale di violenza e follia che vedrà coinvolti i nostri protagonisti.

La circolarità dell’esistenza: ogni cosa è destinata a tornare alla sua origine

Come primo elemento, è fondamentale sottolineare che il romanzo è divisibile in tre diverse parti, ognuna delle quali ha una sua struttura e, soprattutto, un suo narratore di riferimento. Questa scelta, in determinati frammenti dell’opera, risulta particolarmente azzeccata: attraverso questo tipo di narrazione, è possibile comprendere fino in fondo i pensieri dei protagonisti, osservando i loro pensieri e come essi discendano lentamente nella follia di quella battuta di caccia che è tornata a tormentare le loro esistenze. L’autore ci restituisce una spirale di violenza in un climax ascendente, dalla quale è impossibile uscire.

Tutto questo è possibile grazie alla penna grafica e immaginifica di Graham Jones, che consente al lettore di visualizzare perfettamente lo svolgersi della narrazione, dal ritmo costante e rapido, forse a volte troppo. A volte, infatti, la narrazione risente di questa velocità costante, rendendo leggermente complesso, per il lettore seguire nel dettaglio gli eventi della storia.

Proseguendo con l’analisi, una grande nota di merito che va messa in evidenza è l’accuratezza dello sfondo culturale relativo ai nativi americani, resa soprattutto grazie all’appartenenza ai piedi neri di Graham Jones. Le sue parole ridanno al lettore un interessantissimo insight riguardo la cultura dei nativi americani, spesso non presa in considerazione. Uno dei tanti ed interessanti temi è proprio quello della caccia, che è stata alla base della civiltà indiana per secoli e che, tutt’ora, viene praticata con discreta regolarità perché considerata culturalmente fondamentale da parte dei nativi.

Altro elemento centrale all’interno del romanzo, elemento che regge l’intero impianto narrativo, è la conseguenza del violare un sacro vincolo della propria comunità: come l’autore stesso riporta in una recente intervista, i quattro giovani si sono macchiati di un terribile crimine, uccidendo a sangue freddo e con tale violenza una mandria di wapiti innocenti, ed è proprio per questo atto di violenza efferata e gratuita che vengono puniti.

Inoltre, come sottolinea Graham Jones nella medesima intervista, lo sterminio da parte dei giovani degli animali è il suo tentativo di riscrivere il massacro di Baker del 1870, quando un gruppo di soldati americani uccise a sangue freddo 160 piedi neri. Il fulcro del romanzo diventa, dunque, non solo la violazione di un vincolo sacro della propria comunità, ma anche una critica al male gratuito spesso compiuto dagli esseri umani, i quali poi dovranno pagare per le loro azioni. Come è stato a più riprese specificato, i protagonisti saranno costretti a pagare con il sangue ciò che hanno fatto, destinati ad essere i protagonisti di una caccia all’uomo che solo in un modo potrà terminare.

Nel complesso, è possibile concludere che questa lettura sia stata particolarmente proficua e interessante: come ogni romanzo, ha delle problematiche interne che, però, non vanno a intaccare in alcun modo la godibilità dell’opera. Le tematiche prese in esame sono molte, e ognuna di esse è in grado di stimolare l’attenzione e la curiosità nel lettore, dando così la possibilità di riflettere circa ciò che si è appena letto.