George Eliot, una voce di spicco del victorian novel
Una nota
Torna Women Writers in the attic perché, come ormai sapete, sono moltissime le scrittrici dei tempi passati che dimorano impolverate in soffitta. Se sali le scale e tendi l’orecchio alcune voci arrivano forti e chiare perché il tempo le rende più vicine e raggiungibili, altre, invece, sono flebili e lontanissime. Una di queste voci flebili è quella di George Eliot, che ha forse risentito anche della fama prepotente di colleghe a lei contemporanee che la società ha saputo apprezzare (quasi) subito. La sua voce è talmente flebile che per restituirvela oggi lascio la parola a Paolo, un suo strenuo ammiratore che saprà meglio di me raccontare la scrittrice e l’intellettuale che merita di essere (ri)letta.
Melissa
George Eliot
Se adoperiamo parole ordinarie in una grande occasione, esse risultano tanto più sorprendenti, in quanto ci accorgiamo per la prima volta ch’esse hanno un significato particolare, come le vecchie bandiere, o gli abiti di tutti i giorni esposti in un luogo sacro.
Le parole che Gorge Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans, fa pronunciare a una delle protagoniste meglio caratterizzate della letteratura inglese dell’Ottocento, Maggie Tulliver – attorno alle cui vicende ruota il suo secondo romanzo, Il mulino sulla Floss (1860) -, riflettono e massimamente sintetizzano la natura e la portata del pensiero che domina lo stile di scrittura di questa insigne esponente del romanzo vittoriano. Uno stile, quello di George Eliot, possente e ricco di riferimenti colti alla tradizione classica, medievale e alla religione cristiana, che non compromettono una limpidezza e un’esaltazione del valore della parola nel contesto di una narrazione realista, filtrata attraverso una prosa delicata e raffinata.

George Eliot merita di essere riscoperta e apprezzata anche dai lettori del XXI secolo, che spesso dimenticano la polifonia tipica della letteratura inglese del 1800. Non soltanto Jane Austen e le sorelle Brontë, dunque, ma anche questa autrice così sagace e intelligente merita il giusto spazio nelle vostre librerie.
Non è mai troppo tardi per essere ciò che avremmo potuto essere.
Addentrarsi nelle pieghe e nei risvolti di una vita complessa e dalla natura spesse volte contraddittoria e apodittica come quella di George Eliot non è semplice. Sembra che in lei siano convissuti diversi spiriti, a sostegno della fondatezza della teoria orfico-pitagorica relativa alla trasmigrazione delle anime.
Il profilo intellettuale di una donna rivoluzionaria e avanguardista
George Eliot è stata, in giovinezza, credente devota che, come riportano svariate testimonianze di parenti e amici, rifiutava di andare a teatro pur di trascorrere le serate in preghiere e nella recita dei salmi, salvo poi redimersi – quasi in un senso di adesione all’ateismo di Feuerbach e al laicismo di Spinoza, autori da lei stessa studiati – e curarsi di quello che le sembrò poi essere il più grave dei mali: la fede.
Marian, così vezzosamente chiamata da tutti, condurrà una vita all’insegna di estremismi all’apparenza inconciliabili, ma che restituiscono al lettore della sua opera e della sua biografia l’essenza complessa e sfaccettata di una personalità in perenne e cangiante mutamento. Dopo una formazione domestica all’insegna del rispetto dei precetti cristiani, Miss Evans si affranca dalla soffocante autorità paterna e abbraccia ideali laici, che la portano a comportarsi in modo non consono rispetto a ciò che la rigidità della società vittoriana pretenderebbe da una donna della sua estrazione e provenienza sociale. Dal giorno in cui non prese parte a una funzione religiosa dipesero una serie di conseguenze che Marian non poté far altro che accettare con coraggio.
Visse l’infanzia e la prima giovinezza tra le campagne della sua natìa Arbury e di Coventry, nel pieno della regione delle Midlands dove si trasferì a seguito della morte della madre e del matrimonio del fratello. In seguito, Marian Evans cominciò a frequentare la buona società inglese e in particolare una coppia di spicco, Charles e Clara Bray, grazie ai quali conobbe personalità di primo piano come Robert Owen, Herbert Spencer, e il filosofo Ralph Waldo Emerson, tra i fondatori del Metaphysical Club.
Ottenere un posto nel mondo
Al pari di Maggie Tullier, George Evans cercò sempre di creare per sé un proprio spazio, un «proprio mondo al di fuori dell’amore, come fanno gli uomini», studiando le lingue straniere – soprattutto l’italiano e il tedesco – e collaborando con un giornale, The Westmister Review, di cui divenne redattrice nel 1851, fatto rarissimo se non del tutto impensabile per l’epoca.
Dopo un periodo di anonimato, che le vide utilizzare quello pseudonimo con il quale ancora oggi è conosciuta e che caratterizzò le sue prime pubblicazioni (Adam Bede e Il mulino sulla Floss), Miss Evans rivendicò la paternità – anzi, la maternità – dei suoi scritti, provocando uno scandalo che andò a unirsi a quello di essere sentimentalmente legata a un uomo sposato, il filosofo George Henry Lewes, di cui fu la compagna more uxorio fino alla morte di lui.
Traduttrice, scrittrice, intellettuale di prim’ordine, George Eliot fu innanzitutto, però, una donna che visse in modo davvero anticonformista, in un contesto che fece di tutto per osteggiarla nonostante il successo ottenuto. Noi, in questa sede, le vogliamo rendere omaggio con due romanzi che meritano tutta la vostra attenzione di lettrici e lettori.
Il Mulino sulla Floss: tra autobiografia e intimismo
Troppo presto le toccava di conoscere uno di quei supremi momenti della vita, in cui tutto quello che abbiamo sperato e amato, tutto quel che abbiamo temuto e sofferto decade ai nostri occhi come cosa insignificante: e si perde, simile a memoria banale, in paragone col semplice, primitivo amore per gli esseri che più ci sono stati vicini, e adesso attraversano la loro ora di disperazione e di cordoglio.
Partiamo dal suo romanzo più celebre e maggiormente caratterizzato da una spiccata vena autobiografica. Il mulino sulla Floss, composto tra il 1859 e il 1860 narra il tentativo di emancipazione, strenuo e progressivo, della già menzionata Maggie Tulliver, figlia del proprietario del mulino che dà il nome al romanzo. Il romanzo è stato di recente oggetto di una riedizione a opera della casa editrice Neri pozza così che ora è possibile leggere la versione più fedele al testo manoscritto e criticamente orientata.
Maggie è la personificazione esatta dell’anticonformismo, un perfetto alter-ego letterario di Marian. Non convenzionale dal punto di vista estetico, lontana dai canoni del tempo in quanto a mentalità, condotta e aspetto, Maggie cerca di ritagliarsi in tutti i modi uno spazio proprio che le viene costantemente sottratto dalla famiglia di origine. In particolare deve scontrarsi con il fratello Tom – evidente elemento di biografismo presente all’interno del romanzo – e con la società, bigotta e perbenista in cui vive.
Nel romanzo che ha fatto emergere forse per la prima volta la cifra stilistica che le appartiene e che sempre la accompagnerà, George Eliot inserisce tutti i topoi della sua produzione. Le minuziose descrizioni dell’ambiente rurale in cui è ambientata la storia trovano nella ricchezza di acume e penetrante attenzione rivolta alla psicologia dei personaggi il perfetto contraltare che riesce a bilanciare in modo mirabile il mondo esterno, della materialità, e quello interiore, così efficacemente restituito dalla penna dell’autrice, che scandaglia l’animo dei protagonisti e dei comprimari delle sue storie, riflettendo sui sentimenti, sulle pulsioni e sensazioni di ognuno di loro.
Comincia a emergere, a mezzo di una storia d’amore irrisolta e frustrata per volere di terzi, il tema della disillusione e dei desideri inappagati; tema, questo, che condizionerà e governerà la stesura del suo capolavoro: Middlemarch.
Middlemarch: un romanzo corale
Noi mortali, uomini e donne, fra l’ora di colazione e quella di cena, ingoiamo molte delusioni; tratteniamo le lacrime e ci facciamo un po’ pallidi attorno alle labbra, e per tutta risposta a chi ci chiede qualcosa diciamo: «Oh nulla!»
Il capolavoro di George Eliot è senza dubbio Middlemarch. Composta tra il 1869 e il 1872, l’opera – recante il sottotitolo evocativo Uno studio di vita di provincia – sussume sotto di sé tutto ciò che possiamo ricondurre alla prosa eliotiana.Ambientato durante il periodo politicamente frenetico del Reform Act (1829-1832), quello che fu definito da Virginia Woolf «l’unico romanzo inglese veramente per adulti» si arroga la pretesa di districare con lentezza il bandolo della matassa.
Al centro di Middlemarch, il cui titolo prende in prestito un espediente toponomastico di finzione di Eliot (Middlemarch è una cittadina fittizia, probabilmente delle Midlands, a giudicare dal nome), troviamo le vite e la ritualità quotidiana degli abitanti della cittadina inglese. La ricca Dorothea Brooke, spiazzando tutti, decide di convolare a nozze con un anziano prelato, Mr. Edward Casaubon, desiderosa di accrescere la propria cultura. Il matrimonio, al pari di quello di colui che possiamo considerare il protagonista maschile del romanzo, Tertius Lydagte, un medico dalla deontologia controcorrente che sposa la bella ma superficiale Rosamund Vincy, si rivelerà fallimentare, costellato di frustrazioni e insuccessi dovuti alle diverse prospettive e aspirazioni di ognuno.
Attorno a questa coppia gravitano un’infinità di personaggi, tra cui si distinguono l’inconcludente e viziato Fred, fratello di Rosamund e figlio del sindaco di Middlemarch, il cugino di Casaboun (e artista) Will Ladislaw, l’ipocrita banchiere Bulstrode, dal fosco passato, e l’umile – per natali e aspetto – Mary Garth, figlia del carpentiere locale; nonché una pletora di comprimari, come Celia, la sorella di Rosamund, spirito perfettamente allineato con i dettami del tempo, e Mrs. Cadwalleder, deliziosamente e insopportabilmente pettegola.
Dare significato all’insignificante
L’aspirazione di George Eliot, tutt’altro che disattesa rispetto ai sogni infranti dei suoi personaggi, è stata quella di raccogliere la sconfinata, oceanica natura umana in una goccia.
Henry James, che si dichiarava «innamorato di questa intellettuale dal volto cavallino», oscillava tra una sincera e profonda ammirazione per la profondità psicologica che adorna tutta l’opera nel suo complesso e un senso di frustrazione dovuto alla lunghezza notevole del romanzo. Noi possiamo solo dirvi che, al termine della lettura, vi dispiacerà che vi abbia accompagnato per solo poco meno di 1000 pagine.
Infine, per restituire la grandezza di questa autrice, è sufficiente riportare l’explicit di Middlemarch, che a nostro giudizio non può che rappresentare un ulteriore – semmai ce ne fosse bisogno – incentivo alla lettura:
Il bene crescente del mondo in parte dipende da azioni prive di storia; e il fatto che per me e per voi le cose non vadano così male come sarebbe stato possibile, è per metà merito di coloro che condussero fedelmente un’esistenza nascosta e riposano in tombe neglette.
George Eliot è in grado, più di altri autori, di restituire dignità a tutto ciò che noi, erroneamente, riteniamo essere insignificante e privo di scopo, anticipando nuovamente i tempi e assurgendo a precorritrice del correlativo oggettivo di un suo quasi omonimo, T.S. Eliot: la modestia e l’ordinario come terreno per il germinare dello stupefacente e del particolare. Questa è stata ed è tutt’ora Mary Anne Evans.