Gente alla buona: amicizia, segreti e miseria in Pianura Padana

Gente alla buona è il nuovo romanzo di Mattia Grigolo, recentemente pubblicato da Fandango.

Grigolo, cresciuto in provincia di Milano, vive da dieci anni a Berlino. Lì, l’Ambasciata Italiana e l’Istituto Italiano di Cultura lo hanno nominato italiano dell’anno 2014. È fondatore della rivista letteraria Eterna, del magazine di approfondimento Yanez e del progetto culturale e creativo Le Balene Possono Volare. Inoltre, è curatore ed editor della collana Stormo di Pidgin Edizioni, presso cui ha esordito con il romanzo breve La raggia (2022). Nel 2023 TerraRossa Edizioni ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Temevo dicessi l’amore.

Gente alla buona copertina libro

La vecchia guardia

Fluttuando nel tempo, il romanzo si dilata dagli anni Sessanta al 2019, saltando da un secolo all’altro. Il denominatore comune è rappresentato da due generazioni, prima i padri e poi i figli, residenti in un paesino non identificato della Pianura Padana. Il piccolo borgo e la sua nebbia – così comune in Pianura – sono protagonisti attivi della storia. È come se avessero una propria forma, che ingloba tutto e tutti, senza lasciare via di scampo. La vita, lì, non è per niente facile, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare duro per portare il pane in tavola, spaccarsi le mani e la schiena. Lo sanno bene il Toni, il Sander e il Marione – come si chiamano affettuosamente – i padri.

“I tre sono cresciuti insieme, quando ce n’è stato bisogno si sono divisi pure lo stesso letto, le donne mai. Sono figli di quelle campagne, ereditate dai loro padri e dalla guerra, sudate dal lavoro che non li ha nobilitati, ma induriti come biscotti secchi. Sono uomini del paese, padroni e schiavi della terra e della ridicola economia di quel luogo. Sono contadini, becchini, barbieri, postini, netturbini, padroni di quelle quattro strade, di un posto sicuro tra le panche della chiesa la domenica, delle bestie che accudiscono […].”

Quando non lavorano – Toni e Sandro nei campi, Mario con i morti – i tre passano quasi tutto il loro tempo a ubriacarsi al bar Anna, uno dei pochi luoghi di ritrovo di quel buco di paese. A loro va bene così, quella è l’unica realtà che hanno sempre vissuto e concepito. Non hanno idea di cosa ci sia oltre le mura immaginarie edificate dalla cittadina, loro ci sono nati e sicuramente ci moriranno.

Le nuove leve

Gli anni passano anche in paesini come questo. La popolazione aumenta, si costruiscono nuove abitazioni e la vecchia guardia si avvia lentamente verso il tramonto. Toni diventa papà di Sara, Sander di Brando e Marione di Larcher. I tre vivono la loro gioventù negli anni Novanta, chi scorrazzando sulla propria bicicletta, chi agognandone una per Natale.

A differenza dei loro padri, sentono meno l’appartenenza a quel luogo freddo e nebbioso. Larcher, ad esempio, non vuole assolutamente fare il becchino, nonostante il suo futuro sembri già delineato con un tratto di pennarello indelebile. Lui vuole fare il ciclista, vincere gare e guadagnare tanti soldi, ma i suoi genitori gli ripetono che quello non è un lavoro vero. Sara non ama le cose da femmina, alle gonne preferisce i pantaloni, ma non le interessano proprio gli sguardi indiscreti e i commenti che le malelingue del paese le riservano. Brando, dal canto suo, va relativamente bene a scuola.

A completare il loro gruppetto c’è Mighè, nato al Nord da genitori meridionali, che soffrono in silenzio pur di offrire una vita migliore al loro bambino.

Al Nord nessuno ti regala niente. Hanno tutti il muso lungo per via del freddo e della nebbia, dei campi e degli animali che spesso sono lunatici. È gente, quella che nasce al Nord, che non lo sa che cos’è essere felici, perché non sanno cos’è il sole. Quella cosa sbiadita e timida che si accende per davvero solo in agosto, quello non è il sole del Sud. È un’imitazione.

Sembra andare tutto bene – al meglio delle possibilità – ma la Vigilia di Natale del 1995 Mighè, mingherlino e sempre felice, muore tragicamente, lasciando ai suoi genitori tanti dubbi e una tristezza infinita. Da allora niente sarà più lo stesso: il paese, il Natale, il gruppetto di amici, la vita.

Gente alla buona: vite miserevoli e sentimenti profondi

Gente alla buona non è un thriller. Infatti, il mistero attorno alla morte di Mighè – svelato gradualmente attraverso i vari flashback temporali – non è la componente principale del romanzo. Quello che emerge maggiormente, grazie alla maestria di Grigolo, è il dipinto di un tipico paesino della Pianura Padana. Piccolo, senza grandi attrattive, abitato da persone che conoscono tutto di tutti e amano le chiacchiere. Così come Brando, oggi molti giovani scappano da posti simili, anelando a un futuro di respiro più ampio.

Tutte le descrizioni – siano esse di persone, luoghi, azioni – sono molto poetiche e senza veli, rendendo così chi legge coinvolto nella storia. Che si venga o meno dalla Pianura Padana, è difficile non empatizzare con Toni, Sander o Marione, condannati a una vita di fatiche. Così come non si può restare indifferenti davanti al climax dei sentimenti messi in scena: ribellione, rassegnazione, odio, rabbia, disperazione, nostalgia, solitudine, omertà, senso di colpa. In fin dei conti, i personaggi del romanzo sono semplicemente umani, messi di fronte alle difficoltà quotidiane e animati da istinti primitivi.

Gente alla buona, quindi, è consigliato ai lettori e alle lettrici che amano immergersi anima e corpo nei romanzi crudi e reali, profondi ed emozionanti, che mettono in rilievo tutte le sfaccettature dell’animo umano. Che siate o meno originari della Pianura Padana, l’abilità descrittiva di Grigolo vi farà sentire il freddo e vedere la nebbia, mentre vi sembrerà di passeggiare tra le viuzze di quel pezzettino d’Italia.