Figli di ieri: furore e contestazione giovanile

I racconti di gioventù portano con sé venti di rivoluzione e ribellione, ancor di più se gli eventi narrati risalgono agli anni Sessanta e Settanta: in Figli di ieri di Elisabetta Sala, edito Ares Edizioni, la contestazione giovanile è protagonista indiscussa.

Un romanzo di formazione che affonda le sue radici nella storia del secondo Novecento, in cui l’autrice mostra uno spaccato affascinante dell’Italia settantottina attraverso il racconto della gioventù di Tino e dei suoi compagni, narrato con uno stile spesso celere tuttavia lirico nei brani dedicati alla natura e alla tensione estetica. Particolarmente interessante l’utilizzo dei brani musicali all’interno del romanzo, che spesso evidenziano questioni storico-sociali fondamentali, e la resa delle voci dei personaggi, il cui linguaggio muta assieme alla loro provenienza, maturità ed età anagrafica.

Monno, Milano

Il romanzo si apre nel 1965 con l’immagine della Valcamonica, più precisamente di un paesino montano, Monno, dove un bambino allegro e introverso sogna di diventare un eroe.

Costantino trascorre le sue giornate tra gli impegni scolastici, portati avanti con successo, e le avventure quotidiane con i suoi amici P.P., Berto e Giulio assieme ai quali combatte contro le angherie del Gigiazza, il bullo della scuola.

La serenità della sua infanzia si spezza quando entrambi i genitori perdono il lavoro e, per ricercare un guadagno sicuro, sono costretti a trasferirsi in città, a Milano, dove il progresso sembra aver trovato il suo posto.

Il trasferimento da Monno a Milano è vissuto dal piccolo Tino come un vero e proprio sradicamento: la mite vita di montagna viene cancellata dalla confusione della città che ogni giorno sembra espandersi e modificarsi sotto i suoi occhi.

Milano era fumo e rumore. Era una voragine che inghiottiva i colori dei monti, l’odore del fieno fresco, il latte preso dalla stalla e persino l’Adamello in tutto il suo splendore, quando si colorava di rosa per il sole calante, insieme alle quattro case di sassi tra cui lui era nato e vissuto. Dovevano abbandonare tutto ciò che amavano, tutti i loro cari, per trasferirsi in un grattacielo? E che facevano, i ragazzi di città, dopo la scuola? In mancanza di boschi e prati, giocavano per strada, con tutte quelle automobili, con tutto quel rumore? Per non parlare dei pericoli, e delle tristi notizie che i suoi leggevano sul giornale, di tanto in tanto, di bambini investiti da pirati della strada o precipitati da finestre o cornicioni.

Con il passare del tempo Tino si adatta ai ritmi della città, trova la sua dimensione nel caos milanese e impara ad apprezzarne le opportunità che gli si presentano, impossibili da trovare nella piccola Monno. Eppure, nonostante riconosca il valore del progresso proprio di quegli anni, non riesce a distaccarsi dalla sua vita precedente, bucolica e lirica, come Milano, ne è conscio, non potrà mai essere:

Il progresso era qualcosa di meraviglioso, per quanto simile a un aratro che procede dritto per il suo solco: rivolta la terra, taglia radici, uccide piccoli animali che pensavano di essere al sicuro; ma vuoi mettere la bellezza, la produttività di un campo coltivato?

La nostalgia di casa non l’abbandona mai: in radio suona una canzone di Adriano Celentano, Il ragazzo della via Gluck, e la paura che anche la sua Monno possa diventare di catrame e cemento cresce sempre di più.

Il valore dell’istruzione

La scuola è il luogo adatto a fare nuove amicizie e subito Tino si lega a Salvatore, un emigrato come lui: da Napoli a Milano per cercare di costruirsi un futuro migliore. Tore racconta della bellezza del Meridione, della maestosità del Vesuvio, dello splendore del mare e Tino si riconosce in quei racconti malgrado narrino una realtà così distante dalla sua: entrambi sono mossi dalla stessa malinconia, dallo stesso desiderio di tornare a casa, prima o poi.

Superati gli esami dell’ultimo anno, entrambi si iscrivono al liceo classico Beccaria, cimentandosi in un’impresa che sembrava lontana dalle loro possibilità di periferia: il valore dell’istruzione e della cultura è un’altra novità che il progresso porta con sé, un’opportunità possibile anche per chi proviene dai ceti medio-bassi della società.

L’inizio del liceo è un momento di svolta per Tino, non soltanto per il prestigio degli studi scelti e per le nuove responsabilità che si aggiungono, ma anche perché lì scopre l’esistenza di una politica che parte dal basso.

[…] sempre più studenti parlavano di lotta all’ingiustizia, di uguaglianza, di diritti dei poveri e dei deboli, di lotta di classe. Disprezzare l’ipocrisia, il capitalismo, il perbenismo, l’opportunismo, e sbandierare il proprio anticonformismo, divenne segno di distinzione. Il liceo era tutto un fermento di idee nuove, di discussioni, di progetti per un mondo migliore.

Il cenacolo del professor Anselmi

Piero, di un anno più grande dei due ginnasiali, è un leader nato, pieno di idee grandiose, pacifiche e sovversive rispetto alla norma. Tino si lega sempre di più a questo ragazzo, così carismatico e interessante, intelligente e coraggioso: valoroso, pensa, come l’eroe che ha desiderato diventare sin da bambino. Pian piano cresce in lui un sincero interesse verso la contestazione politica, nonostante senta un’ansia oscura che lo porta a non condividere fino in fondo le ideologie dichiarate: Tino però sceglie di metterla a tacere e si uniforma al discorso rivoluzionario dei suoi compagni.

Conclusosi il ginnasio, una nuova persona di grande carisma entra a far parte dell’esistenza di Tino: il professor Anselmi. Giovane e di idee progressiste, dà vita a un circolo culturale assieme ai suoi studenti, un luogo sicuro e libero dove poter discutere di tutti cambiamenti e le migliorie di cui necessità la società. Gli incontri diventano sempre più frequenti e il discorso culturale si allarga sempre di più sino a trasformare il docente in un vero e proprio idolo, un esempio da seguire in tutto e per tutto, un faro sicuro pronto a guidarli in ogni scelta e in ogni azione.

Pochi sono i giovani non affascinati da Anselmi: Sara, studentessa modello e ragazza enigmatica, in costante disaccordo con l’ideologia del circolo, e Lorenzo, l’amico riservato e benestante di Tino, che frequenta scuole private sin dalla tenera età, disilluso nei confronti degli ideali che i suoi coetanei seguono con così tanto fervore.

La caduta degli idoli

Figli di ieri è inevitabilmente un romanzo amaro: come ben sappiamo oggi, il mondo non è cambiato per mano di quei giovani.

Elisabetta Sala non si limita a raccontare gli ideali e le vittorie di quella gioventù, ma anche le sconfitte subite: le conseguenze della modernità e del progresso nella piccola Monno, nelle relazioni sociali, nei rapporti con e tra gli adulti.

Anche lei era parte di un mondo andato in frantumi: un mondo in cui aveva creduto “da piccolo”. E in cosa credeva adesso? Cosa gli era rimasto? Nemmeno in questo era l’eroe che aveva creduto di essere: non aveva più un mondo ideale da salvare dentro di sé, non c’era più nulla di veramente bello e puro per cui dare la vita.
Persino i loro ideali di costruire un mondo migliore erano solo un gioco da bambini, mentre il vero futuro gli si spalancava davanti tetro, squallido, freddo. Il mondo poteva, sì, cambiare, ma solo in peggio; crescere voleva solo dire rendersene conto?

La contraddizione dell’animo umano dilaga nella parte finale del romanzo quando la storia si ingarbuglia sino a confondersi in una sorta di romanzo noir e vengono esplicitati difetti e corruzioni degli uomini.

Cosicché gli ideali e gli idoli non possono che cadere, anzi, schiantarsi al suolo.