19 Aprile 2024

Femminismo: Una storia per immagini

Femminismo. Una storia per immagini, edito da Fandango, è un’interessante nuova uscita per la collana Documenti. Si tratta di un lavoro a sei mani, scritto da profili molto diversi fra di loro: Cathia Jenainati, docente ordinaria all’Università di Warwick di Inglese e studi comparativi, Judy Groves, pittrice e illustratrice,  e Jem Milton, fumettista non-binary, con un focus sulle relazioni queer e il poliamore.

Questa fruttuosa collaborazione ha dato vita ad un atlante interessante e profondamente attuale, che permette a chiunque di scoprire la composita storia dei movimenti femministi.

Femminismo o femminismi? La storia di un movimento

La trattazione prende il via interrogandosi proprio sul significato del termine: che cos’è il femminismo? E per quale ragione dovrebbe occuparsene chiunque?

Si parte dalla definizione di bell hooks, secondo cui:

Il femminismo è la lotta per porre fine all’oppressione sessista

Ma la lunghissima tradizione dei movimenti delle donne ci ha insegnato che, dietro alla parola femminismo, si nascondono altre innumerevoli implicazioni, impossibili da elencare in un solo lavoro.

Ed è proprio da queste premesse che parte questa storia per immagini.

L’utilizzo del plurale, femminismi, avviene dai movimenti della seconda ondata: la ragione dietro questa scelta è molto chiara, e risiede proprio nella diversificazione della condizione della donna. Recentemente, la storiografia che si occupa dell’evoluzione della donna nella storia ha messo in evidenza un dato fondamentale: a prescindere dal periodo storico di riferimento, l’esperienza della singola non può essere elevata a dato oggettivo. L’etnia, la classe sociale, la religione e il paese di appartenenza giocavano, e ancora giocano, un ruolo centrale per l’esperienza della donna. Per questa ragione, molti storici – come Merry E. Wiesner-Hanks – preferiscono parlare di Storia delle donne, proprio per restituire il dinamismo e la complessità che caratterizza tali esperienze.

Lo stesso discorso si può applicare al concetto di femminismo: esiste una vera e propria coscienza di genere che accomuna tutte le donne a prescindere dalla loro appartenenza culturale o di classe. Ma ogni singolarità vive in un clima culturale che ne determina inevitabilmente i valori, cambiando così anche molte rivendicazioni.

Un esempio di questo è il caso del femminismo nero o del femminismo post-coloniale, soprattutto nel mondo arabo. Entrambi questi movimenti hanno delle necessità molto specifiche, che fanno riferimento alla cornice valoriale in cui si muovono, che non è quella del femminismo bianco. Dunque, ridurre tutto sotto un unico termine non ne restituirebbe l’intrinseca complessità.

La storia dei movimenti femministi: cosa c’è prima del 1900?

Prima di proseguire con l’analisi del testo in questione, è fondamentale stabilire una premessa: non si sta parlando di un manuale, dunque non bisogna aspettarsi una trattazione scientifica della questione. Ed è proprio questa la sua forza.

Quello che Jenainati, Groves e Milton hanno scritto è un testo accessibile a chiunque, anche a chi non sa sull’argomento. L’idea alla base di questo lavoro risiede proprio nel voler diffondere il più possibile la composita storia dei movimenti femministi con tutte le loro sfaccettature, partendo proprio dagli albori.

L’idea di partire dalle prime rivolte inglesi per i diritti delle lavoratrici, nel 1642, è senza ombra di dubbio un’idea vincente: per quanto molte delle donne che si sono espresse per i loro diritti non possono dirsi femministe propriamente dette – il femminismo è una categoria storicamente connotata – questo specchio sulla storia dei movimenti delle donne restituisce la resilienza di quest’ultime, che per secoli hanno voluto riconosciuti i propri diritti. In questo caso specifico, un gruppo di donne ha marciato su Londra per chiedere al parlamento inglese il riconoscimento del loro status di donne lavoratrici, e di migliorare la loro qualità della vita.

Tutte queste donne sono accumunate dallo stesso sentimento: la voglia di lottare contro leggi inique.

La radice sociale della sottomissione femminile

Dietro a tutto questo, vi era una consapevolezza ben precisa: l’unica cosa che impedisce alle donne di affermarsi in quanto individui è la condizione di sottomissione intellettuale ed economica in cui il corpo sociale le ha relegate.

Queste sono le parole di Christine de Pizan, autrice della Città delle Dame nel 1405. Purtroppo non è stata direttamente citata nell’atlante in questione, ma le sue parole sono ancora considerate un punto di riferimento per la storiografia femminile e femminista.

Nel suo ripercorrere i nomi di tutte quelle donne che si sono distinte nel corso della storia, Pizan afferma qualcosa che all’epoca era da considerarsi rivoluzionario, in quanto va a rivendicare la capacità femminile di affermarsi in quanto donne. La ragione della loro inferiorità non risiede, dunque, nei limiti biologici del loro sesso, come vuole la medicina tradizionale – Aristotele vede nella donna un uomo difettoso, mentre Ippocrate la vede schiava delle pulsioni uterine – bensì nella società che non dà loro gli strumenti. Il mancato accesso all’istruzione è uno dei fondamentali responsabili di tutto questo.

Per ritrovare simili argomentazioni, bisognerà aspettare l’età dei lumi, dove il trionfo della ragione porterà verso un interrogarsi sulla condizione femminile. Ed è qui che emerge il nome di Frances Wright (1795- 1852), pianificatrice sociale e attivista per l’istruzione femminile. Dalle posizioni abolizioniste e profondamente rivoluzionarie, sarà fra le prime a sostenere l’importanza dell’istruzione universitaria per le donne e a insistere sulla liberazione dalla schiavitù.

Il femminismo di I ondata: le suffragette

Convenzionalmente, quando si parla di femminismo si fa riferimento a tre ondate:

La prima, di cui si parla diffusamente in questo testo, è storicamente datata fra la fine del 1700 e la prima metà del ‘900. Le questioni politiche messe qui in campo erano diverse, e tutte giravano attorno al riconoscimento della donna come soggetto politico. Per questa ragione, il grande traguardo di questo periodo fu il suffragio universale – da qui, il termine suffragette. Ma non ci si limitava solo ed esclusivamente a questo: si mirava anche a garantire il diritto all’istruzione e a un notevole miglioramento delle condizioni lavorative.

Non è possibile restituire, in poche righe, la complessità di un movimento durato per più di due secoli. Però, al fine di far comprendere al lettore la profondità delle richieste di queste intellettuali, è necessario citare almeno un nome.

Fra queste, questo atlante illustrato ricorda la figura di Mary Wollstonecraft (1759-1797), pioniera del movimento e una delle prime donne a richiedere il diritto di voto. Con uno scritto del 1792, Rivendicazione dei diritti della donna, sulla scia degli ideali della rivoluzione francese, rivendica la capacità di autodeterminarsi della donna. Il suo obiettivo era garantire alle donne il diritto di frequentare l’università e di mettere in discussione i ruoli di genere imposti dalla società.

Non spero che le donne prendano il potere sugli uomini, ma su loro stesse.

Come è stato già accennato, il movimento per il suffragio universale è terminato solo nella prima metà del ‘900, quando i primi paesi nel mondo iniziarono a garantire il riconoscimento politico delle donne.

I femminismi di II ondata: l’intersezionalità

Il diritto di voto non basta. Come aveva rilevato Eleanor Roosevelt nella sua Autobiografia, una volta garantito il diritto di voto bisogna costruire le coscienze politiche. Esso è solamente un inizio, ma i movimenti per l’emancipazione delle donne non possono fermarsi qui.

La seconda ondata inizia, convenzionalmente, negli anni ’60 e adotta come manifesto ideologico Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Qui, l’oppressione della donna viene considerata come insita nella condizione di Altro socialmente costruita dagli uomini. Il termine stesso “seconda ondata” fu coniato da Masha Lear per descrivere questa intensa attività femminista che ha caratterizzato l’America e l’Europa dagli anni ’60 fino agli anni 2000.

Gli obiettivi principali sono diventati l’autodeterminazione della donna, il diritto alla contraccezione e il diritto di abortire. Qui, le femministe vogliono riprendere in mano il proprio corpo, contestando le disuguaglianze fra i sessi e i ruoli di genere tradizionalmente intesi.

Ma è proprio con la seconda ondata che è necessario iniziare a parlare di femminismi, insistendo sulla pluralità intrinseca del movimento. In questi anni nasce la riflessione sull’autocoscienza e sulla coscienza di genere. Fino a quel momento, i movimenti femministi si erano concentrati su necessità tradizionalmente associate alle donne bianche, non considerando quanto siano diverse le esperienze delle donne arabe o nere.

E sono proprio queste ultime, Angela Davis e bell hooks fra tante, che forniscono le basi teoriche del femminismo nero. Alla base di esso, sorge proprio la categoria dell’intersezionalità, che stabilisce un‘impossibilità di scindere razza e genere.

I femminismi di terza ondata

Negli anni ’90 inizia quella che, ad oggi, è definita Terza ondata femminista. Sulla scorta del femminismo intersezionale, si inizia a insistere sull’esperienza individuale di ciascuna donna, definita dall’etnia, dalla classe sociale, dall’orientamento sessuale e dall’appartenenza di genere.

L’obiettivo di molti dei movimenti della terza ondata, come quello trans-femminista, è quello di creare un movimento il più inclusivo possibile. Si riprendono i temi sul corpo della seconda ondata, continuando e ampliando le medesime battaglie: negli anni ’90 si mira a combattere Il mito della bellezza (1990- Naomi Wolf), analizzando l’enorme influenza dei media sulla percezione dei propri corpi da parte delle donne.

Le donne provano sentimenti di inadeguatezza, odio di sé e imperfezione a causa del bombardamento di rappresentazioni del corpo ideale.

L’aumento dei disturbi alimentari del comportamento sembra essere, infatti, legato in proporzione diretta alla rappresentazione di uno standard di bellezza irrealizzabile. Ed è questo uno dei punti fondamentali del femminismo di ultima ondata.

Ad oggi, i movimenti femministi vanno a includere anche le donne transgender, ancora vittime di innumerevoli violenze fisiche, verbali e psicologiche.

Infine, prima di concludere, è interessante osservare come questa ultima ondata vada a concentrarsi su un fattore completamente nuovo: il sessismo quotidiano. Negli ultimi anni si è finalmente compreso quanto la violenza patriarcale vada a permeare tutti i comportamenti sociali, e che molte azioni siano in realtà manifestazioni di un problema culturale radicato. Nel 2012 nacque Everyday Sexism Project, ad opera di Laura Bates, un forum dove ogni donna può raccontare le proprie esperienze di molestie. L’archivio crebbe fino a 100.000 testimonianze.

Conclusioni

Come già accennato in precedenza, si tratta di un ottimo testo introduttivo all’argomento, che mira a restituire una panoramica più ampia possibile del movimento delle donne e tutte le sue innumerevoli intersezioni.

Si tratta di un atlante illustrato che può costituire una interessantissima base teorica da cui partire, o anche una buona introduzione per approcciarsi alla storia dei movimenti femministi e alle battaglie che li hanno caratterizzati. Alla fine della trattazione vi è anche una bibliografia molto densa, che può servire da spunto per approfondire i movimenti che hanno più colpito il lettore.

Il suo stile diretto e scorrevole permette anche ai meno esperti di seguire tutte le varie articolazioni del movimento.

Forse, l’unica pecca di questo interessantissimo lavoro è la mancanza quasi totale di quei movimenti femministi, anche molto recenti, che cercano di conciliare la prospettiva religiosa con i diritti civili da loro richiesti. Per quanto alla fine si citi Fatima Mernissi e il femminismo islamico, purtroppo non si restituisce la volontà di molte femministe islamiche di voler conciliare la propria cornice valoriale con il progresso sociale. Il lavoro di questa frangente di attiviste ha alla base la volontà di emanciparsi attraverso la loro religione, rifiutando il concetto di emancipazione ereditato dalla cultura europea.

Questa è, forse, l’unica pecca che ho trovato in un testo che, però, rimane estremamente valido. Se non sapete come avvicinarvi a questo complesso mondo fatevi un regalo, e acquistate questo gioiellino.