Febbre di carnevale di Yuliana Ortiz Ruano

Ainhoa è una bambina felice e spensierata, balla al ritmo della musica ecuadoriana, si rifugia sugli alberi e gioca con le sue tate: eppure questo romanzo allegro e ludico assume presto delle tinte fosche, di fiaba nera.

Febbre di carnevale (edito SUR 2023, vincitore del premio IESS Romanzo d’esordio latinoamericano) di Yuliana Ortiz Ruano racconta di un mondo spaventoso e violento, profondamente reale malgrado somigli a un’enorme distopia.

Al ritmo del Pacifico

La parvenza di gioia alla quale sembra rimandare la voce colorata della bambina-narratrice che balla felice nella meravigliosa illustrazione in copertina di Ave Chandelle Verte e il titolo del romanzo, viene subito spazzata via dall’incipit funereo:

È morto il tato Jota, se n’è andato, mi ha detto il papi Manuel quand’è venuto a prendermi a scuola per portarmi alla veglia funebre. Ero stata nervosa tutto il giorno, un’ansia che mi saliva dalla bocca dello stomaco fino alla lingua, un ammasso di lumache che facevano su e giù, annunciando qualcosa di denso. […] Denso come la mia mami Nela che dice che, quando è mancata la tata Marilù, lei si è svegliata come se le avessero buttato un secchio d’acqua gelida in faccia, è così che ti si presenta la morte, gioiamia. Una cosa simile stava succedendo nel mio piccolo corpo, un grumo lo risaliva annunciando qualcosa che non potevi succhiare via dalla lingua e trasformare in parola.

Sin dall’incipit vengono fuori i temi portanti di Febbre di carnevale: l’elemento del macabro, la presenza ingombrante e confusionaria della famiglia, la corporeità delle emozioni e del linguaggio.

Di fondamentale importanza – difatti compare immediatamente dopo il passo sopracitato – è la musica, alla quale è riservato ampio spazio, sino ad occupare pagine intere: sono trascritti stralci di brani e intere canzoni, lasciate in spagnolo in modo tale che il lettore possa lasciarsi guidare dal ritmo, le cui traduzioni si trovano poi nelle ultime pagine del romanzo. Inoltre è possibile ascoltare le canzoni citate nel testo tramite la playlist pubblica su Spotify, alla quale rimanda il QR code sulla pagina iniziale.

Le canzoni inserite da nel romanzo sono quelle della diaspora afrodiscendente del Pacifico, proprie della cultura di Ortiz Ruano, ma anche di Ainhoa e del luogo in cui il romanzo è ambientato, l’Ecuador della provincia di Esmeraldas. Febbre di carnevale è un romanzo in cui la comunicazione con il lettore non avviene soltanto sotto forma di parole, ma anche di ritmo: trasportato tra le strade della città, s’immerge in quei ritmi gioiosi e carnevaleschi. Tuttavia, quell’allegria cela un qualcosa di losco, uno stridore che attraversa l’intero romanzo: sono canzoni d’amore, di desiderio e di festa, sì, ma anche di sottomissione, di violenza e oggettificazione femminile.

E la gente entrava in una sorta di trance ed euforia, le pareti vibravano, era chiaro che avrebbero buttato giù la casa al suono dei Saboreo. Io mi sedevo sul divano e immaginavo le assi che cedevano, i ritratti della mamma Doma e i soprammobili che cadevano sulla gente, che continuava a ballare indiavolata sotto le macerie di questa grande casa […].
Dopo quei giorni di carnevale in cui ho imparato a ballare senza freni, a far sudare il mio corpo ossuto e piccino come un cavallo selvaggio, nessuno mi ha più fermata. Mi lavavo ballando, a suon di salsa o della canzone di Sayayìn, quella canzone che la mia mami Checho odiava. […]. E io non capivo mica perché non le piacesse e non la facesse ridere nemmeno un po’.

La famiglia è una cosa difficile da comprendere

Febbre di carnevale è un romanzo ribelle, in quanto sperimentale nella forma e per il contenuto in grado di evidenziare le falle della famiglia come istituzione: un sistema che vorrebbe tutelare e proteggere e in tal modo invece ingabbia e avvelena.

La giovane protagonista si sofferma molto sulla sua famiglia, dando ampio spazio ad ognuno dei suoi componenti: interi capitoli sono dedicati alle tate (le zie) e al rapporto che ha con loro, alle sue mami (in particolare, sua madre Checho e sua nonna Nela), i suoi papi (suo padre Manuel e suo nonno Chelo). Ainhoa e i suoi famigliari abitano tutti insieme nella grande casa di mami Nela e papi Chelo, lì dove vige un rigido, tradizionale, sistema patriarcale.

In esergo una citazione dal romanzo È così che la perdi di Junot Dìaz recita:

Era arrivato a casa nostra a Santo Domingo a bordo di un taxi scassato portandoci dei regali insulsi […] non sapevo cosa pensare di lui. Un padre è una cosa difficile da comprendere”.

Papi Manuel è un ragazzo ingabbiato nel corpo di un uomo: balla, si sbronza, fa uso di stupefacenti di ogni tipo, tradisce sua moglie, trascorre il tempo nella sua macchina bordello e con amici poco raccomandabili. Tuttavia è un buon padre, un buon marito nonostante i tradimenti, è comprensivo e non violento, abbastanza attento ai bisogni della famiglia.

Papi Chelo, invece, è l’anziano patriarca, il padre padrone, colui che fortunatamente vive lontano da casa, ma quando torna semina il terrore: le sue figlie conoscono bene la sua cinghia di cuoio duro, la sua voce possente e le sue mani violente. Sottomessa – e incosciente di esserlo – è anche mami Nela, colei che ogni volta al suo ritorno lo accoglie sorridente e con amore: la serenità della nonna non basta tuttavia a placare il terrore che quell’uomo, quel papi, si porta dietro come una scia.

Una notte, prima che si decidesse che dovevo dormire con la mami Nela quando papi Chelo tornava, lui è entrato nella mia stanza.
Non ho capito subito che era lui finché non ho visto il suo corpo muoversi in direzione della finestra.
Ho aspettato per vedere cosa faceva, si è mosso impacciato dalla finestra al mio letto, d’istinto io mi sono spostata sul lato opposto. Non vedevo quasi niente, ma la stanza ha cominciato a riempirsi dell’odore del suo sudore acre e del suo fiato di acquavite. Era lui, doveva essere lui.
È tornato lentamente alla finestra della mia camera che dà sul giardino, da dove si sono i miei alberi di guaiava, cirimoia e quello di mango, e nel triangolo di luce che entrava ho visto che tra le mani una pistola.

La violenza s’infiltra ovunque.

La necessità di esser visti

Ainhoa, protagonista e voce narrante di Febbre di carnevale, utilizza quasi sempre un linguaggio respingente: ricco di volgarità inutili, superficiale, infantile, schietto sino a risultare irritante. Si tratta in fondo di una bambina che, con tutta la sua incoscienza e le sue ingenuità, utilizza parole e immagini spesso disgustose e volgari forse anche per dar sfogo a un bisogno atavico d’attenzione.

Difatti, nonostante la sua persona sia costantemente sotto osservazione di uno o più componenti della famiglia, a volte in maniera anche alquanto morbosa – come l’attenzione che viene rivolta ai suoi odori, al suo corpo, ai suoi capelli -, tristezza e solitudine proteggono la piccola Ainhoa, convinta che essere amata significhi essere ignorata:

La mia mami Nela ha sempre avuto un affetto insolito per me. Un amore strano, fatto di sguardi gelidi, di costrizioni a fare cose che non voglio, di capezzoli schiacciati col ferro tiepido perché non mi crescano le tette, di corpo appiattito per non farmi prendere una brutta strada e viso modellato per farmi diventare una signora fine. Da lei ho imparata che amare è questo, obbligare gli altri a fare cose che non vogliono, sempre e con il potere dello sguardo, dello schiaffo o della parola. L’amore è una supposta che t’infilano su per il sedere quando hai i vermi che ti nuotano dentro.

L’unico luogo in cui la bambina si sente al sicuro è sui rami degli alberi che crescono nel giardino.

Ainhoa ha un rapporto simbiotico con la natura, dialoga con gli alberi e le piante, gioca con la terra, prega rivolgendosi ai suoi frutti. Soltanto quando si trova sola nella natura si sente vista e ascoltata, riconosciuta, tanto che le appare necessaria la presenza degli elementi naturali anche per poter tentare di elaborare i suoi traumi inconsci:

Se non dimentico, non cresco.
Forse rimarrò intrappolata per sempre in questo corpo febbricitante, penso, con l’acqua che mi riempie ogni angolo del corpo e lo gonfia come un palloncino pronto per essere scoppiato in faccia a qualcuno a carnevale, mentre l’istruttore mi urla di uscire dalla piscina, di non trattenere così tanto il fiato, e io, violacea, emergo come una sirena orribile e con la pancia gonfia.