Scrittrice fuori dal comune, Goliarda Sapienza finalmente sta ricevendo l’attenzione che da sempre ha meritato. Oggi, nel novantanovesimo anniversario della sua nascita, vorrei ripercorrere con voi le tappe principali della sua biografia per celebrarne la memoria.

Nome: Goliarda

Cognome: Sapienza

Data di nascita: 10 maggio 1924

Città natale: Catania

Professione: attrice, “cinematografara”, scrittrice

Nelle sue vene scorre sangue siculo, da parte paterna, e sangue lombardo, da parte materna: i suoi genitori, con la loro rispettiva schiera di figli (sono dieci infatti i fratellastri e le sorellastre della giovane Goliarda), creano un ambiente originale e fuori dal comune nella loro casa, oasi di controcultura, come la definisce Pellegrino, nel quartiere più povero e malfamato della Catania degli anni Venti e Trenta, San Berillo, dall’autrice spesso denominato la Civita.

Tra le strade di questo quartiere eterogeneo e singolare, la giovane Iuzza cresce e porta avanti la sua formazione come cittadina consapevole, allenata a stare tra le gente, sporcarsi le mani e accogliere la diversità: possiamo osservarla infatti in Lettera aperta e in Io, Jean Gabin correre tra via Pistone e via Buda, in cerca del suo posto nel mondo.

Dall’isola Goliarda Sapienza riceve tutto, eccetto un’educazione sentimentale: malgrado la tenerezza e l’affetto di cui la circondano Ivanoe, Licia, Arminio, Nica, zio Nunzio, l’amore è un tabù del quale riuscirà a liberarsi soltanto in età adulta, quando approderà a Rebibbia. Ma procediamo per gradi.

«Nessuna disgrazia può essere paragonata a quella di svegliarsi un giorno con questo nome»

Scelta senza dubbio singolare quella di chiamare una bambina Goliarda. Certo, all’epoca era un nome attestato anche se non comune, ma quando la giovane Iuzza scorre disperata l’elenco telefonico della città in cerca di qualcun altro che porti il suo stesso nome, la ferita brucia, e non poco: «Piangendo dovetti accettare la realtà: non c’era nessuna Goliarda o Goliardo in tutta Catania, e per me in tutto il mondo. Ero sola.».

Quello del nome è un dolore che Goliarda sente sulla pelle per molto tempo, non aiutata dalla scoperta di portare lo stesso nome del primogenito di Peppino Sapienza, Goliardo, morto annegato (probabilmente si trattò di omicidio) alcuni anni prima che lei nascesse, ragazzo amato dalla famiglia e dalla comunità, un ragazzo perfetto a detta di zio Nunzio. La bambina non conosce però le ragioni della morte del fratellastro e pian piano si convince che sia morto proprio a causa del peso di quel nome così assurdo e altisonante, dunque, per mettersi in salvo, prova a sbarazzarsene e comincia a raccontare a tutti di chiamarsi Maria (significativo che il suo nome d’elezione sia lo stesso materno). Il tentativo però dura poco, finché il fratellastro Ivanoe non la scopre e la taccia di essere una bugiarda (e che condanna in casa Sapienza-Giudice essere chiamata così!).

Con il passare del tempo però Goliarda impara a svestire il suo nome da tutti i significati negativi che sente essergli cuciti addosso e trova il modo, grazie all’esempio della sua stessa vita, di dargli un significato nuovo:

Certo adesso mi sono abituata: non l’ho cambiato nemmeno quando facevo l’attrice e tutti mi pressavano a farlo. Ed ho avuto ragione, perché inconsciamente volevo portarlo fino a capire cosa significasse, perché me lo avevano dato, e dominarlo o morire annegata come lui, Goliardo, che non ce l’aveva fatta.

Attrice e “cinematografara” a Roma

Nel 1941 la giovane e sua madre si trasferiscono a Roma, in via Tripoli, Goliarda Sapienza è infatti riuscita a superare il provino alla Regia Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, però con riserva: il suo talento attoriale è innegabile, ma l’accento catanese sembra essere indomabile. Iniziano così le lunghe sessioni di studio autonomo di dizione davanti allo specchio che la portano pian piano ad eliminare la propria sicilianità in nome di un fantomatico «accento buono»:

“Talento, talento, ma l’accento spaventoso.” Non sapevo che c’era un accento buono e uno brutto, ma lì eravamo all’estero e per loro, quelle “o” sdolcinate e protratte in lunghezza, come in una coda di sospiro languoroso, quelle “e” aperta che aprivano la bocca a mostrare tutto senza ritegno, era l’accento buono e dovevo piegare le mie mascelle e le mie labbra a quei suoni impudichi che non conoscevo negli uomini, ma solo nei piccioni o nelle “signorinette leziose e narcise”.

Le lezioni all’accademia però sono presto interrotte dall’invasione nazista a Roma, quando Goliarda Sapienza, arruolatasi come partigiana e ricercata perché figlia di antifascisti, vive in clandestinità nel convento di suore francesi in via Gaeta. Al termine della Resistenza e con la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, finalmente può tornare allo scoperto, ciononostante decide di abbandonare gli studi accademici e fonda, assieme ad alcuni suoi compagni, la compagnia d’arte teatrale d’avanguardia T 45.

L’esperimento teatrale durerà poco, tuttavia in quegli anni non solo recita a teatro, ma inizia anche la sua ascesa come attrice cinematografica: nel 1946 è in Un giorno nella vita di Blasetti e continua a lavorare con il regista in Fabiola e Altri tempi, nel 1954 è in Senso di Visconti, lavora poi con Comencini, Pabst, Camerini e Maselli.

Per Francesco “Citto” Maselli non è soltanto attrice, ma anche compagna di vita per circa diciassette anni: dal 1947 nasce tra i due un amore profondo e duraturo oltre che un vero e proprio sodalizio artistico. A partire dagli anni Cinquanta infatti Sapienza collabora con Maselli per film e documentari, lavorando alle sceneggiature, come assistente alla regia e come insegnante di dizione: è una “cinematografara”, come lei stessa si definisce, una donna impegnata a lavorare con e per il cinema a 360°.

La scrittura come terapia

Gli anni Cinquanta però sono per Goliarda Sapienza anni difficili e presto si rende conto che il cinema non è la sua strada.

Nel 1953, dopo lunghi anni di squilibrio mentale, muore sua madre, Maria Giudice. Questo lutto pesa per anni sul cuore di Sapienza, che inizia a soffrire di insonnia e di depressione: tuttavia, in una di quelle notti bianche, scopre il conforto della scrittura, dedicando i suoi primi versi a sua madre.

Mi decisi. Presi un pezzo di carta, e scrissi qualcosa: tre, quattro pagine. Citto dormiva accanto a me profondamente, e non si svegliava mai quando io accendevo la luce per leggere, ma quella notte sì, quella notte, senza rivoltarsi, mi chiese: “Scrivi?” “Sì.” “Una poesia?” “Sì.” “Bene.” Naturalmente era brutta, e la buttai in terra, ma la mattina Citto la lesse e ne fu entusiasta. Citto mi spinse, come tanti anni prima: per mano mi condusse fuori da quel cerchio sordo che la pazzia di mia madre aveva sigillato intorno a me

Maselli la incoraggia in questo suo nuovo talento così, anche se un po’ restia, continua a scrivere versi e brevi prose che vedranno luce in parte soltanto negli anni Settanta sulla rivista Nuovi Argomenti (oggi le sue poesie sono raccolte in Ancestrale e i suoi racconti in Destino coatto).

Nel maggio del 1962, non ancora guarita dal dolore opprimente del lutto, tenta il suicidio: durante l’ennesima notte insonne ingurgita un pericolosissimo mix di sonniferi e whisky, dal quale la salva il celere aiuto di Citto che la porta in ospedale. Lì le vengono prescritte delle sedute di elettroshock, dalle quali, ancora una volta, è Citto a salvarla, questa volta assieme a un giovane psicoanalista freudiano, Ignazio Majore, che la prende in cura. La psicoterapia però risulta fallimentare per Goliarda Sapienza, innamoratasi del suo medico e divenuta sua paziente-amante, e, dopo aver dovuto abbandonare la psicoterapia, tentato ancora una volta il suicidio ed essersi separata da Citto Maselli, trova nuovamente conforto nella scrittura, questa volta consapevolmente utilizzata come strumento di cura: nascono così Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno.

Non è per importunarvi con una nuova storia né per fare esercizio di calligrafia, come ho fatto anch’io per lungo tempo; né per bisogno di verità – non mi interessa affatto, – che mi decido a parlarvi di quello che non avendo capito mi pesa da quarant’anni sulle spalle. Voi penserete: perché non se la sbroglia da sé? Infatti ho cercato, molto. Ma, visto che questa ricerca solitaria mia portava alla morte – sono stata due volte per morire «di mia propria mano», come si dice – ho pensato che sfogarsi con qualcuno sarebbe stato meglio, se non per gli altri almeno per me.

La «carusa tosta», Rebibbia e gli ultimi anni

Dopo la pubblicazione con Garzanti dei suoi libri della cura, Sapienza si mette a lavoro per un progetto letterario ampio e originale che la vede impegnata per moltissimi anni: dal 1969 al 1977 scrive quello che oggi è conosciuto come il suo capolavoro, L’arte della gioia.

Protagonista dell’opera è Modesta, una donna del Novecento che affronta la vita con sfrontata libertà, senza mai piegarsi davanti a nulla che non sia una sua libera scelta. Questa voce, così emancipata per l’epoca tanto da dover attendere il 2008 per essere finalmente edita, porta a una metamorfosi nella scrittura di Sapienza, finalmente conscia delle sue capacità letterarie.

A distanza di pochi anni, nel 1979 (anno del suo matrimonio con Angelo Pellegrino), mette a punto un altro personaggio «carusa tosta» come Modesta: è lei stessa bambina, finalmente liberata dai ricordi dolorosi e osservata con la lente della distanza, narrata in Io, Jean Gabin.

Un ulteriore punto di svolta nella vita di Goliarda Sapienza avviene nell’ottobre del 1980 quando, dopo aver disseminato delle prove schiaccianti verso sé stessa, viene arrestata per furto di gioielli e incarcerata a Rebibbia. Tra le mura del carcere, in cui si è volontariamente condotta, scopre un’umanità nuova, autentica e sincera, la cui frequentazione la porta a compiere una vera e propria educazione sentimentale. Dall’esperienza nel carcere femminile di Rebibbia nascono altri due libri autobiografici, profondamente diversi però dai precedenti: L’Università di Rebibbia e Le certezze del dubbio.

Dopo la pubblicazione per Rizzoli del primo testo su Rebibbia nel 1983, finalmente Sapienza riceve una degna attenzione non soltanto critica ma anche mediatica, così, convinta che la sua carriera stia per decollare, scrive d’un fiato Appuntamento a Positano (testo che invece resterà “nel cassetto” fino al 2015).

Mentre attende un riconoscimento che purtroppo non arriverà a conoscere, collabora con alcune riviste come Quotidiano Donna e Minerva, frequenta un corso di scrittura e progetta nuovi libri, insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma come docente di recitazione, e soprattutto trascorre gli ultimi anni della sua vita in cerca di un editore per il suo romanzo tanto amato eppure incompreso, L’arte della gioia.

Purtroppo, oltre alla pubblicazione della sola prima parte del romanzo dalla casa editrice Stampa Alternativa nel 1994, Goliarda Sapienza morirà a Gaeta nel 1996 senza poter vedere il suo capolavoro finalmente edito e amato com’è oggi.