Empusium: una storia di natura e orrore
Premio Nobel nel 2018, Olga Tokarczuk – una delle principali autrici della Polonia contemporanea – torna in libreria con il suo nuovo romanzo, Empusium, pubblicato in Polonia nel 2022 e recentemente edito in Italia da Bompiani. L’opera si pone, per stessa ammissione dell’autrice in un’intervista rilasciata a Literary Hub, in una linea ideale con l’opera di Thomas Mann La montagna incantata, con la quale condivide la medesima premessa.
L’autore tedesco è considerato dalla Tokarczuk come una delle principali influenze per la sua scrittura, e La Montagna incantata è visto dalla scrittrice polacca come uno dei libri che più hanno plasmato tutto il ‘900, i cui echi si sentono ancora oggi. Quello di Mann è uno dei grandi esempi di letteratura priva di donne – come lo definisce la Tokarczuk – e dunque figlia del suo tempo. Con Empusium, spiega l’autrice polacca nell’intervista sopracitata, non vuole in alcun modo criticare una delle opere fondamentali per la genesi del suo pensiero, bensì ritornare al romanzo di Mann proponendone una nuova interpretazione, cercando nuovi significati.
La trama
Nel 1913 Mieczyslaw Wojnicz, studente di ingegneria polacco originario di Leopoli e malato di tubercolosi, arriva a Görbersdorf, noto centro di cure della Bassa Slesia che promette guarigioni rapide e miracolose dalle varie malattie polmonari. Qui, il giovane entra subito a far parte della piccola variegata comunità che aspetta la guarigione passeggiando, conversando, mangiando e bevendo specialità locali. Non si segue un approccio tradizionale alla medicina, bensì si fa affidamento sulla qualità dell’aria e sulla capacità della natura – indiscussa protagonista dell’opera – di aiutare i malati nella guarigione.
Qui, i malati trascorrono le proprie giornate conversando di filosofia, arte, guerra e – soprattutto – di donne, rivendicando una forma di misoginia radicale che vede le donne come naturalmente inferiori all’uomo. Nella pensione in cui Mieczyslaw abita, però, iniziano a succedersi eventi bizzarri: la moglie del proprietario, la signora Opitz, è morta in circostanze miseriose, che attirano l’attenzione del giovane polacco, al punto tale da introdursi di nascosto nella stanza della donna. Ma il decesso della signora Opitz non è il solo evento ad attirare l’attenzione di Mieczyslaw: una leggenda locale narra di misteriose creature dei boschi – feroci e seducenti – dalle fattezze femminili che sembrano essere coinvolte in misteriosi decessi di uomini, a cadenza annuale.
In questo clima, il giovane studente polacco si troverà a sperimentare sulla sua pelle tutta la forza creatrice e distruttrice della natura, grazie alla quale imparerà – finalmente – ad accettare ciò che è.
Una critica radicale alla società patriarcale
Tokarczuk, con Empusium, disseziona la società patriarcale dei primi del ‘900 – i cui echi si sono sentiti per tutto il XX secolo – che emerge in tutta la sua essenza grottesca. I discorsi misogini narrati nell’opera non sono altro che le riproposizioni di una specifica tradizione di pensiero occidentale, come sottolinea l’autrice nella nota finale, che ha plasmato la relazione fra i due generi per secoli.
Uno degli elementi di maggiore interesse, a questo proposito, è proprio il forte contrasto che si genera fra la misoginia radicale predicata dagli uomini come Opitz, che vedono le donne come esseri inferiori atti solamente alla riproduzione del genere umano, e la drammatica potenza di una natura dalle fattezze femminili, che si riprende lentamente quegli spazi che per secoli le sono stati tolti. Il titolo stesso fa riferimento all’Empusa, mostro soprannaturale femminile della tradizione greca che, abitualmente, spaventava i viaggiatori. La relazione fra donna e natura è inscindibile; la prima prende la sua forza dalla seconda, si muove nell’ombra e rifiuta le imposizioni di una società patriarcale. Così quelle figure di cui si narra nel romanzo, che hanno abbandonato la società civile per ritornare alla natura, diventano donne che hanno trovato nella liminalità e nel margine la loro autodeterminazione.
“Quella linea è uguale, vedi? Identica. Com’è possibile?” Wojnicz portò lo sguardo dall’una all’altra, e in efetti era così: in maniera inspiegabile le due linee, quelle del grafico della febbre e quella della cima delle alture, erano molto simili, anzi, pressoché identiche.
“Te lo dicevo io; qui il paesaggio uccide. Questo è un posto, uno dei pochi al mondo, dove il paesaggio uccide” Disse Thilo con fatica. “Loro qui non curano ma uccidono, anche se non lo sanno”.
I discorsi misogini appaiono, dunque, come idee grottesche e antiquate, testimonianza di un mondo che è destinato a scomparire. A questo proposito, è interessante il finale; gli spiriti della foresta non accettano in sacrificio il giovane Mieczyslaw – che si scopre essere in realtà intersessuale – ma si vendicheranno, portando gli uomini del villaggio a una follia collettiva che li condurrà nel bosco, dove le forze demoniache femminili chiederanno in sacrificio il misogino Opitz.
Siamo qui, un po’ cambiate, ma le stesse di prima, calde ma anche fredde, vedenti e cieche. Siamo qui, sono qui le nostre mani di rami marci, i nostri ventri, i capezzoli di vescia, il grembo che si tramuta in tana di volpe, nelle profondità della terra, e ora si prende cura della figliata delle volpi. Finalmente ci vedi, Mieczyslaw Wojnicz, bravo ingegnere delle steppe piane prive di boschi? Ci vedi, gracile creatura umana intenta a essiccare foglie per incollarle e salvarle dalla decomposizione e la morte?
Conclusioni
Empusium è, senza dubbio, un romanzo interessante. La tematica della potenza della natura è particolarmente cara alla Tokarczuk, che già l’aveva affrontata in opere passate come Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, ma che in questo romanzo raggiunge il suo apice.
Stilisticamente parlando, l’autrice polacca può vantare una prosa densa e particolarmente evocativa, dalla quale emerge non solo una grande capacità descrittiva, ma anche un bagaglio culturale degno di nota. Ogni dialogo di Empusium è ricco di riferimenti alla cultura classica o a quella europea, restituendo così quel dialogo con Mann di cui la scrittrice polacca si fa portatrice fin dalle prime righe dell’opera.