E poi saremo salvi di Alessandra Carati

E poi saremo salvi è il primo romanzo di Alessandra Carati, pubblicato da Mondadori ad aprile 2021, ed è stato candidato al Premio Strega 2022.

Cosa succede a una famiglia costretta a fuggire dal proprio paese in guerra? Quanto può incidere il dolore sugli equilibri già fragili? Come si supera il disagio di sentirsi sempre altrove?

Scappare dalla guerra

Aida, originaria di un villaggio bosniaco, all’età di sei anni è costretta a lasciare la propria casa, i nonni e il suo mondo di bambina, per scappare al sicuro oltre confine durante il conflitto che ha lacerato i Balcani negli anni Novanta.

Dopo una spaventosa fuga notturna e un lungo viaggio insieme alla mamma incinta, Aida incontra finalmente il padre che le porterà al sicuro in Italia; con altri profughi si insediano alla periferia di Milano dove vengono accolti e inseriti in una nuova realtà, aiutati anche da tanti volontari, tra cui Emilia e Franco, che saranno da quel momento un punto di riferimento per la bambina e per la sua famiglia.

Il nuovo contesto non verrà mai totalmente accettato dai genitori di Aida che, ancorati alla propria cultura e alle proprie origini, vivono la situazione come “una pausa tra due tempi”, in attesa del ritorno in patria. Il padre ha l’obiettivo di tornare in Bosnia e di ricostruire mattone dopo mattone la casa che è stata distrutta. Il suo fine ultimo è di riportare la famiglia nel paese di origine, nella consapevolezza che sia un desiderio comune.

La ricerca di appartenenza

Aida invece sente il bisogno di appartenere al nuovo ambiente e seppur legata ai ricordi dei nonni e della sua infanzia spensierata in un mondo rurale e semplice, appare determinata a costruirsi una nuova identità e a integrarsi nella nuova città, frequentando la scuola per imparare la lingua e non sentirsi una straniera. Si butta quindi a capofitto nello studio, che diventa il suo rifugio e lo strumento del suo personale riscatto dai pregiudizi, e inizia a frequentare i coetanei scoprendo una realtà che mette in discussione alcuni dei valori che fino a quel momento credeva gli unici possibili.

Nel suo percorso di crescita Aida affronta i tipici problemi del conflitto generazionale, esacerbati dalla differente mentalità dei genitori, legati ancora profondamente alle proprie radici e che mal tollerano i tentativi della figlia di inserirsi in un mondo tanto differente dal loro. Aida si rifugia quindi da Emilia, che la comprende anche senza parlare e che la supporta con affetto, considerandola la figlia che non ha mai avuto.

Aida e la sua famiglia

Con il trascorrere degli anni il rapporto della ragazza con i genitori diventa sempre più difficile e la tensione sfocia inevitabilmente nella scelta di lasciare la propria casa e di entrare a far parte della famiglia di Emilia, il cui desiderio di maternità sembra finalmente esaudirsi.

Aida riesce a raggiungere traguardi ambiziosi, frequenta il liceo classico e poi si iscrive a medicina, ma anche con la maturità non riesce a costruire un legame con i genitori naturali che si staccano da lei sempre di più e che sembrano non comprendere come abbia potuto inserirsi nella vita in Italia senza desiderare un ritorno al proprio paese di origine. L’unico con cui ha un rapporto di affetto e quotidianità è il fratello Ibro, che manifesta fin da bambino un carattere difficile, iperattivo e poco incline alle responsabilità.

Aida prova per il fratello un sentimento di protezione che condizionerà anche la sua vita, portandola a sacrificare per un periodo gli studi per seguirlo e accudirlo fino alla temuta diagnosi di schizofrenia.

La malattia del fratello costituisce nel romanzo il punto di svolta, perché da qui si sviluppa il percorso che porterà la famiglia di Aida a comprendere la forza del legame che li unisce.

Ibro rappresenta il collante tra i due mondi e il dolore estremo a cui sottopone i propri famigliari nell’evoluzione della sua malattia sarà lo strumento per riavvicinarli e per aiutarli ad aprire gli occhi davanti alla sofferenza altrui.

Il percorso emotivo di E poi saremo salvi

Alessandra Carati affronta con una scrittura diretta e priva di orpelli una storia dura e commovente e i capitoli brevi rendono la lettura scorrevole nonostante la complessità dei temi trattati.

L’autrice è riuscita a creare un percorso emotivo molto coinvolgente. Ogni personaggio della storia affronta in solitudine un dolore che si manifesta in varie forme: nel padre si trasforma in rabbia, nella madre in piccole disperazioni quotidiane, in Aida nel senso di estraneità e, infine, nel fratello in un’estrema vivacità che nasconde una fragilità ben più profonda.

L’incapacità di comunicare crea una spirale di disperazione che esplode con la malattia del fratello di Aida e trova il suo culmine nel tragico atto finale della sua evoluzione. Nessuno dei personaggi sembra essere a proprio agio nella propria vita. Tutti procedono su binari paralleli fino a quando la necessità di affrontare la schizofrenia di Ibro li porta a incontrarsi.

Fino a quel momento ciascuno ha vissuto in silenzio il proprio sacrificio per non fare male agli altri, ma il percorso che sembrava portare la famiglia alla dissoluzione si interrompe improvvisamente e la condivisione di un dolore comune e ancora più profondo li avvicina portandoli a superare la rabbia e i rancori e a guardare finalmente nel cuore degli altri.

“E poi saremo salvi” è la storia di una famiglia, del legame indissolubile che si crea dopo un percorso di sofferenza e delle crepe che vengono riparate, della malattia che può trasformare gli equilibri, del senso di impotenza che si prova di fronte a una guerra che non è solo un conflitto bellico ma anche una battaglia interiore, della capacità di sopravvivere, di ricostruire muri di mattoni per ricreare il passato e di abbattere muri interiori per affrontare il futuro, ma è soprattutto un elogio della fragilità che può salvarci.

Ed è proprio alla fine che un’Aida adulta e matura trova finalmente pace e capisce che la sua continua ricerca di indipendenza per essere amata è stata inutile, perché invece è tutto il contrario, perché “amare la fragilità è più facile”.