E al mattino arriveranno i russi, di Iulian Ciocan

E al mattino arriveranno i russi, di Iulian Ciocan, tradotto da Francesco Testa, è una delle ultime pubblicazioni di Bottega Errante: dopo Prima che Breznev morisse, dello stesso autore, torniamo in uno dei paesi europei che più restano ai margini delle storie che siamo abituati a sentire, la Moldavia.

E al mattino arriveranno i russi è un romanzo forse distopico, ma non troppo: affonda le proprie radici nelle paure forse più profonde del giovane paese ex sovietico, schiacciato tra la Romania e l’Ucraina. Una raccolta di spaccati esistenziali bislacchi eppure drammatici. Vite semplici, a volte persino grottesche, ma nella discesa verso l’abisso non possiamo fare a meno di empatizzare profondamente con loro. È la storia di un grande “cosa succederebbe se?”, ma non è un se troppo improbabile, in un reale presente incerto. Fino, in fondo, alla rivelazione finale.

26 giugno 2020

È il 26 giugno 2020, e nel sonnacchioso mattino di Chisinau, la capitale moldava, qualcosa si incrina: la Transnistria, una repubblica separatista che, de iure, dai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica, è considerata parte della Moldavia, è insorta e, con l’aiuto di Mosca, ha invaso il paese. 

Per comprendere meglio il portato di un tale inizio, dobbiamo fare un passo indietro: la Transnistria, associata fino al crollo dell’URSS alla Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia, ha proclamato storicamente la propria indipendenza il 2 agosto del 1990, un anno prima dell’indipendenza moldava. Da quel momento, la tensione tra le due parti ha provocato una guerra, seguita dalla creazione di una zona demilitarizzata a ridosso del fiume Dnestr’. Tuttavia, nonostante le relazioni non siano mai state realmente normalizzate, l’indipendenza della Transnistria dalla Moldavia non è mai stata riconosciuta a livello internazionale.

All’improvviso, dunque, la tensione covata per anni esplode: i russi, sostenitori dell’indipendenza della Transnistria, stanno arrivando a Chisinau. La frammentazione etnica del paese, diviso tra cittadini di lingua russa, moldava e rumena, esplode: inizia la corsa di molti verso il confine rumeno, e inizia la rivalsa di chi, anche al di qua del Dnestr’, è stato per trent’anni minoranza. 

Nicanor e Marcel

Incontriamo diversi personaggi, tra le pagine di E al mattino arriveranno i russi: Boris Aurelovič, vittima di se stesso e dell’alcolismo, la vedova Raia, assetata d’amore, Blina, che è costretto a diventare adulto anche se ne farebbe volentieri a meno, Silvica Zgura e una bellezza che forse non è sufficiente alla felicità, e molti altri.

Tutta la storia, tuttavia, si dipana essenzialmente attorno a due personaggi e a due piani temporali: Nicanor Turturica, professore di latino che, il 26 giugno 2020 si trova a tentare di scappare verso la Romania, salvo poi accorgersi di non poter espatriare per via del passaporto scaduto, e Marcel Pulbere, giovane neolaureato all’Università di Brasov che, nel 1995, ritorna in Moldavia e incappa in mille kafkiane peripezie, mentre cerca di pubblicare il proprio romanzo. Un libro che ha la colpa di anticipare un’ucronia che, però, è tremendamente plausibile.

Nicanor e Marcel sono due personaggi completamente diversi, accomunati però dal dibattersi in una cornice esistenziale che diventa sempre più stretta: potremmo dire che la fuga diventa il tratto comune ai due. Le vicende dei due si intrecciano in quello che altro non è che uno sfondo comune, la scena fissa delle loro vite: il dramma quasi grottesco di chi si trova a vivere in una terra perennemente contesa, dove il fantastico e la realtà, la distopia e la paura hanno confini labili.

Alla periferia degli imperi

La Moldavia è una terra di frontiera: per definizione, quando parliamo di questo argomento, non esistono frontiere che siano più frontiere di altre. Eppure, questo piccolo paese incastrato tra Ucraina e Romania, è la periferia latina degli imperi, linguisticamente, ma anche culturalmente: è la terra di confine su cui si sono incontrate (e scontrate) due delle anime dell’Europa. 

Nonostante tutto, però, da ogni lato è comune la narrazione di uno spaesamento, di paure ataviche e nemmeno troppo nascoste, un po’ come se fossimo seduti nella fortezza Bastiani, quella de Il deserto dei Tartari, in attesa di un nemico sempre annunciato ma che non arriva mai. 

In queste pagine c’è il racconto di qualcosa che, a dispetto dell’essere molto vicino nel tempo e nello spazio, non riesce a trovare posto e resta, non solo geograficamente, dimenticato.

Ecco, allora credo dovremmo essere grati a chi racconta, ed è qualcosa di cui siamo debitori a Iulian Ciocan, perché è inaspettato ciò che potremmo trovare: scopriamo di conoscere qualcosa che abbiamo sempre ignorato, ossia che ogni frontiera è una fucina di storie, spesso dimenticate, spesso più di vinti che di vincitori, che aspettano solo di essere raccontate, anche se ci fanno paura. In fondo, la libertà passa dall’ascoltare le storie dei margini della Vecchia Europa.