19 Aprile 2024

Dove i cani abbaiano in tre lingue di Ioana Pârvulescu

Dove i cani abbaiano in tre lingue, di Ioana Pârvulescu, edito da Voland, ci porta nella Brasov, nella Transilvania, nella Romania degli anni Sessanta, ma non solo. Ci porta nel mondo di quattro cugini, due coppie di fratelli, due maschi e due femmine, Dina, Doru, Matei e Ana, la più piccola, la nostra protagonista. Quattro bambini attorno a cui ruotano genitori, zii, nonni, vicini di casa, Neil Armstrong, il compagno Stalin e la Storia stessa. Un mondo in cui le lingue si alternano e si mescolano e tutto sa di casa; persino la casa è un membro della famiglia. Un mondo che non c’è più, che potrebbe sembrarci irreale, lontano, e che, invece, è più vicino e nostro di quanto pensiamo.

Dove i cani abbaiano in tre lingue

Con gli occhi dell’infanzia

Una delle cifre stilistiche (e non solo) più importanti è lo sguardo innocente della voce narrante, ma non per questo banale o puerile, anzi. L’innocenza, gli occhi, il portato dell’infanzia sono ciò che rende questo romanzo delicato e potente al contempo. Le parole di Ana, i racconti del microcosmo che la circonda, le avventure vissute assurgono, ancor più di una semplice storia scritta meravigliosamente, a un’ode nostalgica all’infanzia di ciascuno di noi. 

La Storia, la vita, le cose più grandi di noi, inevitabilmente, finiscono per raggiungerci, anche quando siamo bambini: eppure, i nostri ricordi, come quelli di Ana, sono ammantati di un velo a cui, in fondo, torniamo sempre, proprio in virtù della più pura forma di nostalgia. L’odore della casa dei nonni, le lezioni di scuola, la via di casa nostra, che sia quella dove siamo cresciuti o via Majakovskij in queste pagine, e gli avvenimenti del macrocosmo al di fuori: la passeggiata dell’uomo sulla luna e la volontà improvvisa di diventare cosmonauti, ma anche l’ombra delle deportazioni, della confisca dei beni, dei Gulag, la vita e la morte.

Eppure, gli innocenti (che è anche il titolo originale del romanzo di Pârvulescu, Inocentii) ci guidano non solo attraverso la loro esistenza, ma anche nel passato di ciascuno di noi, per riscoprire, con le differenze date dalle storie del singolo essere umano, la somiglianza nella percezione del mondo che ognuno di noi ha avuto da bambino, dove si cerca di dare un significato a ciò che ancora non si conosce.

Dove i cani abbaiano in tre lingue: la Transilvania

Un altro snodo fondamentale all’interno del libro di Ioana Pârvulescu è il luogo in cui si svolge la storia di Ana e degli altri personaggi della storia. La Transilvania è dove i cani abbaiano in tre lingue: in virtù della posizione storica e geografica di cui gode la regione, i suoi abitanti sono esiti di triplice identità: sassone, rumena e magiara

Nomi in tre lingue che si ripetono come una cantilena figlia di scontri e convivenze, tedesco, ungherese, rumeno, Kronstadt, Brassói, Brasov… ma anche francese, italiano, armeno: in questa babele di lingue, tuttavia, non ci si chiede il perché, forse proprio perché si è il prodotto di un’identità di frontiera che comprende tutto e tutto salva, anche nell’albero genealogico della famiglia di Ana, anche nel microcosmo di via Majakovskij. Una mulitculturalità, una pluralità di realtà, insieme a una fascinazione e a una percepita necessità di una lingua comune e neutrale come l’esperanto.

Tutto si tiene, nella Brasov dei bambini, un po’ come nella Černopol’ di von Rezzori o nei Balcani di Andrić: forse è una metafora di un’Europa vagheggiata in cui potersi sentire a casa, in cui ricordarsi che l’identità non è rigida ma sempre di frontiera, ed è quello a unirci, nonostante tutto.

La Romania di Pârvulescu

Se volessimo trovare un terzo snodo fondamentale, dopo l’innocenza dell’infanzia e la Transilvania, attorno al quale far ruotare questo libro, è la Romania di cui ci parla l’autrice. Una cifra stilistica che ritroviamo anche nel primo libro di Pârvulescu, La vita comincia di venerdì, ambientato nella Bucarest della Belle Époque.

In Dove i cani abbaiano in tre lingue, i singoli episodi della vita dei quattro bambini e del loro microcosmo da una parte ci restituiscono spaccati di un viaggio nel passato come tempo storico, nella Romania comunista, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria collettiva, ma anche nel periodo della seconda guerra mondiale e addirittura al mondo prebellico. Dall’altra parte, tuttavia, abbiamo la descrizione della Romania quasi come se fosse un corpo vivo e pulsante: da via Majakovskij, ai Carpazi, al Danubio, al Mar Nero, in un dispiegamento innamorato della carta geografica. 

Il racconto ci porta anche in una dimensione dell’identità culturale profonda della Romania: dalle descrizioni dei boschi a quello delle sarmale (gli involtini di cavolo ripieni di carne e riso), eredità dell’influenza turca, e così via, in un immergersi sempre più profondo tra gli oggetti, le tradizioni, i giochi di parole (una sfida anche dal punto di vista linguistico, soprattutto nella traduzione, come leggiamo nella postfazione della traduttrice Anita Paolicchi). È un invito, in fondo, a prendere parte alla vita e alla storia di un mondo vicino e legato al nostro, in cui le frontiere si toccano e diventano radici umane comuni.

Storie di case

Dove i cani abbaiano in tre lingue è un racconto innamorato della Romania, raccontato con la purezza e la nostalgia dell’infanzia: il ricordo di un mondo che non c’è più, ma a cui si può sempre tornare. Eppure, questo libro è anche la storia di una casa con una faccia, una faccia umana, ci dice Ana in apertura al primo capitolo. Una casa che è il fil rouge di tutto il romanzo e in cui capita la vita e capita la storia.

La casa di via Majakovskij diventa così immagine paradigmatica di quella casa che non è solo mura, ma è parte integrante della famiglia da cui si viene. In fondo, è la storia di ogni nostra casa: quella forse mitica in cui siamo diventati grandi e le cui storie ci hanno regalato la parte migliore degli adulti che siamo oggi.