Donne che parlano: storie di violenza e di fuga

Donne che parlano è l’ultimo romanzo di Miriam Toews, testo introdotto in Italia nel 2018 dalla casa editrice MarcosyMarcos e che ha portato l’autrice al successo internazionale. In questa dolorosa testimonianza l’autrice affronta il mondo ristretto e opprimente delle sette mennonite, in cui lei è cresciuta e poi fuggita.

Women talking, di cui film ha vinto il Premio Oscar 2023 per la miglior sceneggiatura non originale, è una testimonianza reale e cruda che apre uno scorcio attraverso un mondo chiuso, arretrato, dove le donne sono considerate unicamente come degli strumenti di riproduzione, non hanno voce e sono sempre state pronte ad obbedire a testa bassa agli uomini di cui sono vittime quasi inconsapevoli.


Autrice: Miriam Toews
Editore: Marcos y Marcos
Collana: Gli Alianti
Numero pagine: 253
Data di uscita: 2018


Gli stupri fantasma a Manitoba

Tra il 2005 e il 2009 in Bolivia, in una comunità mennonita chiamata Manitoba, più di 130 donne si svegliavano nei loro letti doloranti, piene di lividi, sangue e sperma, confuse e stordite. Venivano narcotizzate con lo spray usato per sedare le mucche e stuprate nei loro letti. La colpa fu data (secondo alcuni membri della comunità) alle donne stesse, si sosteneva che fossero state punite per i loro peccati da dei demoni. Altri sostenevano che le donne mentissero per coprire l’adulterio o attirare l’attenzione. Alla fine si scoprì che quei demoni erano in realtà i loro fratelli, cugini e zii. Nel 2011 questi uomini furono condannati a lunghe pene da un tribunale boliviano, anche se nel 2013 fu reso noto che queste violenze e altri abusi sessuali continuavano ad avvenire nella colonia.

In Women talking la narrazione parte proprio dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. La storia si snoda in 48 ore, le donne si riuniscono in un fienile e grazie all’aiuto di un uomo chiamato August Epp che trascrive le loro discussioni in dei verbali, visto che loro non sono in grado di scrivere e di leggere, cercano di prendere una decisione sul loro futuro.

Sono tre le opzioni che prendono in considerazione:
1. Non fare niente;
2. Restare e combattere;
3. Andarsene
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Attraverso lunghe discussioni vengono presentate diverse donne appartenenti a due famiglie principali: le donne dei Lowen (Greta, Mariche, Mejal e Autje) e le donne dei Friesen (Agata, Ona, Salomé e Neitje).

La religiosità ha un ruolo importante nella loro presa di posizione perché provare odio e rancore nei confronti degli uomini, desiderare che patiscano ciò che hanno patitolo loro è umano ma peccaminoso e le allontana da Dio. Anche se gli uomini dovessero scusarsi in maniera fasulla, ricevendo il perdono della comunità, le violenze non si fermerebbero, sarebbe solo momentaneo. E tutte loro continuerebbero a essere in pericolo perché la violenza non ha risparmiato neanche le bambine di pochi anni, che ora portano dietro traumi e varie infezioni.

La soluzione più plausibile sembrerebbe essere quella di andarsene, fondare una comunità tutta loro dove vige il rispetto per il prossimo a prescindere dal sesso. Comunità che seguono il pacifismo e non è tollerata alcun tipo di violenza. L’unico problema è che le donne sono state cresciute senza istruzione, tanto da non conoscere neanche la loro precisa posizione. Il loro compito è solo quello di allevare il bestiame e occuparsi delle questioni famigliari. Le donne iniziano a dubitare ad un certo punto anche della parola di Dio che loro essendo analfabete non hanno conosciuto direttamente me gli è stata tramandata dagli uomini, iniziano a farsi domande e vogliono delle risposte.

Donne che parlano è un romanzo che parla di violenza.
Le comunità mennonite sono dei luoghi in cui alle donne non è permesso neanche di guardare negli occhi gli uomini e di rivolgersi a questi. Vengono umiliate, picchiate, trattate come degli oggetti, il loro corpo diventa di uso comune e se si rimane incinta dopo essere stati stuprati, il peccato resta a te.
In questi luoghi anche se una donna resta nubile è peccato.
Il loro corpo non le appartiene.

Uno sguardo alle comunità Mennonite

I mennoniti costituiscono la più numerosa delle chiese anabattiste.
L’idea alla base della loro dottrina è quella di un ritorno alle origini della Chiesa cristiana che si è andata sempre più allontanandosi da ciò che loro ritengono il messaggio originale di Cristo.
Rifiutano il battesimo come sacramento, soprattutto sono fortemente contrari a quello dei bambini; rifiutano di prestare giuramento e non concepiscono il servizio militare. Fuori dal contesto religioso rifiutano l’elettricità, l’alcol e l’uso dell’auto.

L’obiettivo dei mennoniti (a livello teorico perché in quanto a praticità non ci siamo proprio) è quello di creare delle comunità basate su sobrietà e carità. Nelle intenzioni queste comunità si dovrebbero avvicinare molto alle prime comunità cristiane, chiuse al mondo esterno, fortemente disciplinate.
I mennoniti oggi continuano a combattere il lusso eccessivo e a vivere relativamente appartati rispetto alla società circostante.

Queste comunità sono maggiormente insediate nei Paesi latino-americani, come la Bolivia, il Paraguay e il Messico. I mennoniti sembrano essere ancorati al XVI secolo, con gli uomini che lavorano dall’alba al tramonto nei campi e le donne che si occupano delle numerose famiglie. Pur essendo una comunità chiusa, i visitatori descrivono i mennoniti come molto ospitali e curiosi per ciò che accade al di là delle loro colonie. In Italia la presenza mennonita risale al 1949, per l’opera dell’Ufficio della missione della Chiesa mennonita in Virginia. Attualmente sono presenti sei congregazioni: due a Palermo e una in ognuna di queste città: Bari, Termini Imerese, Capaci, Brescia. I mennoniti in Italia ammontano a circa 500.

Fonte: http://www.theuniversal.it/come-vivono-i-mennoniti-la-comunita-religiosa-che-rifiuta-lelettricita/