Dipendenza di Tove Ditlevsen

E’ appena uscito in casa Fazi Dipendenza” di Tove Ditlevsen, il terzo volume delle memorie della scrittrice, dopo Infanzia e Giovinezza.

Di fatto viene da domandarsi di che età parli il volume Giovinezza, dal momento che la incontriamo qui appena ventenne (ed infelicemente sposata ad un uomo ben più vecchio di lei).

Purtroppo di Ditlevsen conosciamo pochissimo: uniche opere tradotte in italiano sono queste tre autobiografie e qualche breve poesia da lei stessa riportata nel testo.

Sappiamo che è nata nel 1917 a Copenhagen e che ha scritto le prime poesie quando era ancora una bambina; infine che è morta nel 1976, a 58 anni, suicida, dopo essere stata lungamente depressa. All’epoca la sua vita piena di divorzi e dipendenze ha contribuito alla sua celebrità (nel bene e nel male) in patria. Questi pochi dati biografici ufficiali, uniti alle difficoltà del vivere da lei stessa raccontate, rendono ancora maggiormente l’idea di quanto sia fragile e passeggera l’esistenza.

Fatti e Fattacci

Il romanzo comincia con una Bella e una Bestia in un interno (modesto): lei giovanissima sposina, già poetessa affermata è maritata infatti con Viggo Frederik Møller, molto più vecchio di lei, direttore della rivista letteraria Vild Hvede, presso cui lei pubblica la sua prima poesia. Viggo la costringe ad occuparsi dei mestieri domestici per tirchieria (d’altronde lui ha in bocca un solo dente per non affrontare le spese di una dentiera), non la vuole nel letto con sé, non vuole che lei le rivolga la parola mentre legge il giornale a colazione e non le riserva le attenzioni che dovrebbe. Il matrimonio non dura molto e il giovanile, lecito desiderio di romanticismo la spinge tra le braccia di Piet, che partecipa insieme a loro al Circolo dei Giovani Artisti, fondato attorno alla rivista di Viggo. 

Di Piet dice che è “praticone, materiale e anaffettivo”e da lui comincia a farsi mantenere in una pensioncina, dopo aver chiesto al marito il divorzio (che non glielo concede subito, nella speranza di vederla tornare). Da qui in avanti, dietro sua stessa ammissione, la sua vita smette di scorrere su binari predefiniti. Crolla la “sicurezza di essere una donna sposata, che andava a fare la spesa e preparava la cena ogni giorno. Adesso è tutto distrutto. Piet non parla mai di matrimonio e non gli importa che Viggo F. voglia il divorzio oppure no. Finalmente Piet trova una pensioncina adeguata e io mi ci trasferisco con ‘impressione di essere di nuovo una bambina dall’esistenza fragile, transitoria e incerta”.

Quel che è peggio è che Tove non rinuncia solo alla sua vecchia vita ma abbandona anche la rivista, il circolo e le sue amicizie, isolandosi in pratica volontariamente per chiudersi un’altra volta in una specie di prigione.

Inutile dire che Piet la lascerà molto presto, con il conto della pensione da pagare e una vita da ricostruire, stavolta contando solo sulle sue forze e quindi, su suggerimento dell’amica Nadja, vendendo le sue poesie.

Ad una festa in maschera ha luogo poi l’incontro combinato con Ebbe, che ha buon esito. Di Ebbe, studente e attivista politico, lei rimane incinta e con lui decide quindi di sposarsi, dopo aver finalmente ottenuto il divorzio. Ma non sarà lui l’uomo più mostruosamente significativo della sua vita: ben altri orrori la attendono nel buio futuro per farla precipitare dalla dipendenza da un marito alla dipendenza dalle droghe. Calo il velo per necessità sulla parte più succosa della narrazione, quella in cui comprendere si fa sempre più difficile, in cui Tove consegnerà la sua vita totalmente in mano altrui, affidandosi ingenuamente a qualcuno mentalmente più instabile ancora di lei.

Uno sguardo dal futuro

La narrazione di Tove è priva di espressione, asettica e soprattutto priva di giudizio: come se i fatti fossero stati digeriti e normalizzati dal tempo e da una qualche sorta di analisi intrapresa e perpetrata fino allo svuotamento.

La critica l’ha definita una Ernaux danese, ma la Ernaux, nonostante non si risparmi nel mettersi a nudo fino a risultare violenta nei confronti del lettore, lascia comunque trasparire l’eco emotivo che gli eventi narrati hanno lasciato su di lei. La Ditlevsen – sarà dovuto ad uno stile di scrittura particolarmente asciutto – invece no.

Di fronte a tali lacune interpretative, il lettore non può che trovarsi fomentato a riempirle;  e quindi si stupisce, si impressiona, si indigna. 

Vederla passare da un uomo ad un altro, da un divorzio all’altro senza amore, avere figli quasi per caso, subire raschiamenti “per farsi dare una rassettata là sotto”, scegliere di sposarsi infine con un medico che non ama e che non trova nemmeno attraente solo perché le può somministrare la Petidinalo spinge a chiedersi, ma dov’è Tove

Tove non sceglie, viene scelta: come un gatto randagio segue il primo passante che le fa due coccole. E in questo suo non esprimersi, Tove scompare.

Il luogo in cui si trova è altrove: gli eventi storici che la circondano (prima l’occupazione Nazista, poi la liberazione) la sfiorano anche attraverso l’attivismo di Ebbe, ma senza toccarla. Il vero sfondo di questa storia infatti è l’oblio, l’incessante tensione a scappare, isolarsi, trovare un luogo in cui perdersi.

Una storia senza lieto fine

Quanto del narrato sia completamente sincero e quanto un po’ ritoccato credo sia impossibile stabilirlo.Un romanziere è un romanziere e noi non stiamo leggendo delle confessioni o degli atti di tribunale. 

Il finale comunque, abbiamo già visto, non è lieto: Tove muore suicida nel 1976, 5 anni soli dopo l’uscita di Dipendenza, quasi a confermare quanto espresso nelle ultime frasi del suo romanzo, ovvero che le cose non cambiano mai davvero.

Ero stata salvata dalla mia annosa tossicomania, ma ancora oggi si desta in me quell’antica brama, non appena mi capita di farmi fare un prelievo di sangue, o di passare davanti alla vetrina di una farmacia. Non morirà mai del tutto, finchè vivo.”