Dio di illusioni di Donna Tartt

Donna Tartt (Greenwood, 1963) ha esordito nel 1992 con The secret history, tradotto in italiano con il titolo Dio di illusioni (BUR Rizzoli) la cui pubblicazione ha rapidamente consacrato la scrittrice come una degli autori maggiormente influenti nell’orizzonte della narrativa americana contemporanea.

Aggiudicatasi il premio Pulitzer nel 2014 con il romanzo Il cardellino, Donna Tartt risulta essere una delle più potenti voci del panorama letterario odierno. I suoi romanzi, intrisi di riferimenti alla cultura classica come nel caso di Dio di illusioni, o ancorati saldamente alla narrazione di eventi ordinari ed extra-ordinari del quotidiano come nel caso de’ Il cardellino e del meno celebre Il piccolo amico (2002), sono il risultato di una rara maestria e di uno spiccato talento.

La trama

La storia, la cui datazione risulta essere abbastanza incerta, si svolge in un raffinato college del Vermont, che rappresenta, al pari di una qualsiasi tragedia greca, il palcoscenico su cui si consuma ben presto il dramma narrato in prima persona dal protagonista, Richard Papen, proveniente dalla fittizia cittadina di Plano, in California.
Dopo aver preso possesso del proprio alloggio studentesco, Richard si rende ben presto conto della presenza di un gruppo di giovani rampolli di famiglie altolocate che frequenta il corso di lingua e letteratura greca tenuto dall’affascinante ed enigmatico Julian Morrow. Ben presto, anch’egli rimarrà ammaliato da questa misteriosa figura, tanto da volerne iniziare a frequentare le lezioni.

A seguito di una serie di tentativi, Richard riesce a farsi ammettere all’interno della comitiva. Ma rispetto agli altri, Richard si sentirà sempre un estraneo.
Viene inizialmente trattato con freddezza da colui che della fisionomia di questa élite sembra essere il maggior rappresentante, Harry Winter. Nel frattempo, si avvicina progressivamente agli altri componenti del gruppo, tra cui figura soltanto una ragazza, Camilla Macaulay, gemella di Charles. Durante la narrazione, i due fratelli intrecceranno un rapporto sempre più morboso e incerto.
Oltre ai personaggi già citati, nel romanzo figura anche il dandy omosessuale Francis, che con il protagonista intesse a sua volta una relazione ambivalente, fatta di complicità e, allo stesso tempo, diffidenza.

Tuttavia, un ruolo decisivo nello sviluppo degli eventi lo gioca il personaggio di Edmund ‘Bunny’ Corcoran, proveniente anch’egli da una famiglia agiata ma incline a sfruttare le risorse finanziarie degli altri componenti del gruppo in modo particolare di Harry. Ma dopo gli eventi di una notte, e dei segreti che non resteranno tali, le loro esistenze sono destinati a precipitare, con delle conseguenze irreversibili.

La fusione fra Érōs e Thánatos

«La morte è la madre della bellezza» disse Harry.

«E che cos’è la bellezza?»
«Terrore»

«Ben detto!» Esclamò Julian. «La bellezza è raramente dolce o consolatoria. Quasi l’opposto. La vera bellezza è sempre un po’ inquietante»

La scrittura di Donna Tartt si avvale di una serie di riferimenti di che affondano le proprie radici nella cultura greca e nel mondo classico.

La fusione tra Érōs e Thánatos, la cui biunivoca relazione viene spesse volte travisata, è restituita al lettore con rara perizia dall’autrice, che da una conversazione tra Julian Morrow e i suoi allievi definisce l’essenza della bellezza, caratterizzata da una comunione tra gli opposti.

Il romanzo è un’ode alla cultura classica, contrapposta alla contemporaneità e alla sua frenesia inconsapevole, sia sulla condanna di un travisamento totale della stessa. I giovani protagonisti perseguono una vita all’insegna dell’antico, mostrandosi ignari della dimensione pratica della vita che caratterizzava molti aspetti della cultura classica.

La Kalokagathìa: un’ideale travisato

Persi nelle proprie elucubrazioni filosofiche, influenzati da Julian, i giovani compiono atti apparentemente contrari a ciò che siamo soliti credere sia sinonimo del bello nel mondo classico, inteso come Kalokagathìa, vale a dire armonia delle forme e magnanimità. I protagonisti di Dio di illusioni sembrano essere più prossimi a quella concezione di bellezza che, nella tradizione classica e poi moderna, sfocia in modo inesorabile nella definizione di Sublime (Hýpsous). Stiamo parlando di quella sensazione di scuotimento, di un timore suscitato da qualcosa che potenzialmente ci distruggerebbe. Non può far altro che affascinarci, rendendoci anche edotti circa l’esistenza di un’altra tipologia di bellezza, ben più sinistra e, allo stesso tempo, cupamente affascinante.

Donna Tartt, in questo senso, recupera anche la dottrina aristotelica e, più precisamente, la riflessione
dello Stagirita in merito al motivo che ci spinge a divenire fruitori di opere e di spettacoli terrificanti.

Nella Poetica di Aristotele, infatti, sappiamo che da questi spettacoli, che toccano le corde più recondite della nostra anima, discende un processo catartico che ci scuote nel profondo e ci pone dinnanzi ad emozioni a tal punto estreme e ad esperienze così radicali che difficilmente sarebbero provabili nella vita quotidiana.

Conclusioni

Dio di illusioni, dunque, riesce a coniugare perfettamente correnti di pensiero che rimandano non soltanto al mondo classico, ma anche al moderno e al contemporaneo. La visione di scenari spaventosi, nello iato che separa noi fruitori dalla rappresentazione stessa, agisce su di noi in un senso impossibile da definire.

Harry, Richard e tutti gli altri attori di questo dramma superano quello iato e passano dal timore potenziale al terrore effettivo. Così, traslano il valore ipotetico, astratto e temibile di quella bellezza tanto ricercata su un piano concreto e materiale, stravolgendo ineluttabilmente le proprie esistenze.

In questo scenario paradossale, anche l’amore cessa di svolgere la propria funzione consolatoria, divenendo quell’Eros dolceamaro di cui ci parla la poetessa Saffo. Si tratta di un sentimento e un afflato che irrazionalmente distrugge e non lascia spazio a lenimento alcuno.