19 Aprile 2024

Diario del tempo: la non umanità del non fare

Diario del tempo è l’esordio nel panorama letterario di Lucia Calamaro, pubblicato dalla casa editrice Fandango.

Lucia Calamaro è una regista e drammaturga di fama, nata a Roma e formatasi tra Montevideo e Parigi, dove si laurea in Arte ed estetica presso la Sorbona, alunna prediletta di Jacques Lecoq. Sul finire degli anni Novanta collabora alla nascita di una nuova disciplina, la ethnoscénologie, ossia lo studio comparativo degli spettacoli in vivo, inoltre lavora sul personaggio del clown assieme a Philippe Gaullier e Gabriel Chame. Torna in Italia nel 2002, a Roma, con una borsa di specializzazione in Drammaturgia antica e versificazione, fonda una compagnia teatrale, le Malebolge, con la quale prova in piccoli teatri e centri sociali.

Presto le sue opere autoprodotte, come Tumore. Uno spettacolo desolato e Autobiografia della vergogna, vengono notate e apprezzate dalla critica, ma il successo vero e proprio arriva con L’origine del mondo. Ritratto di un interno che viene altresì trasmesso su Rai Radio 3: grazie a quest’ultimo spettacolo riceve ben tre premi Ubu e il premio Enriquez per la regia. Nel 2019 viene insignita del premio Hystrio per la drammaturgia, inoltre nel 2021 diventa presidente di giuria del premio Riccione per il teatro e nello stesso anno fonda e dirige la scuola di drammaturgia Scritture.

I suoi testi teatrali sono stati pubblicati nel corso degli anni da Einaudi e Marsilio.

Il 20 ottobre 2023 pubblica il suo primo testo letterario con la casa editrice Fandango.

Dal palcoscenico alla pagina scritta

Nell’autunno del 2014 debutta in teatro uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro intitolato Diario del tempo. L’epopea quotidiana. L’opera vede in scena tre personaggi che hanno un rapporto conflittuale con il tempo: Federica, disoccupata, ne ha troppo; a Roberto, precario part-time eppure oberato di lavoro, ne servirebbe un po’ di più; Lucia, insegnate di educazione fisica, vorrebbe trovare il modo di impiegarlo meglio. Sul palcoscenico teatrale si assiste a un incontro tra solitudini e capacità inespresse a causa della tirannia del tempo, personaggi sospesi nel vuoto che li circonda.

A distanza di nove anni Calamaro torna sulla sceneggiatura per farne un romanzo, o meglio un testo prosastico ibrido – ci si muove infatti tra diversi generi: il diario, il romanzo, il monologo, l’autobiografia, l’autofiction, la saggistica – e fortemente influenzato dalla precedente esperienza teatrale. È presente un mutamento importante però tra i due testi omonimi: se sul palcoscenico erano in tre ad affrontare la fatica del tempo, nel libro invece resta soltanto un personaggio, accentuando così maggiormente il senso di solitudine che pervade la protagonista.

«miserrimi homo laborans»

Ancor prima della citazione ad esergo e della premessa, Diario del tempo si apre con dei versi firmati con le iniziali L. C.:

A quelle povere bestie da soma/ che sono gli umani,/ miserrimi homo laborans./ Ahinoi./ Specie per cui nell’ozio non c’è mondo./ Specie che da oggi in poi,/ dovrà affrontare il vuoto del fare,/cercando di esistere,/anche al di là della sua funzione di adempiere./ Esistere e basta, per quello che si è,/al di là di quello che si fa./ Peccato./ Era una soluzione questo “fare”.

Sin da subito dunque l’autrice presenta la complessità del tema principale affrontato in quest’opera, ossia la centralità del concetto di lavoro nell’esistenza di ogni individuo. Addirittura appare retorico chiedersi: è possibile esistere senza lavoro? A prescindere dalla remuneratività di un impiego, dunque della condizione economica del singolo, è possibile esistere e basta, per quello che si è, al di là di quello che si fa? In questi versi Calamaro sembra individuare un rifiuto di questa idea, tant’è che se l’essere umano è una specie per cui nell’ozio non c’è mondo, allora non fare significa non esistere. Allo stesso tempo, ed è qui che la crepa si espande sempre più, il lavoro è qualcosa che ci rende bestie da soma: dunque dove trovare un compromesso tra queste due tipologie di non umanità?

Fuori dal tempo, fuori dal mondo

Per sopravvivere in un tempo che sembra distendersi e ridursi allo stesso tempo, come un elastico tirato senza sosta che tuttavia mai si spezza, Laura riempie le sue giornate di cosa da fare: pulisce la casa con scrupolo da cima a fondo ogni mattina, esce a fare delle lunghe passeggiate, fa jogging, legge molto e dorme tantissimo (poiché nell’immobilità del tempo anche dormire diventa fare).

Questo tentativo di riempire la giornata di attività di qualunque tipo è certo un modo per far scorrere il tempo, per non ossessionarsi con i problemi che la disoccupazione comporta, ma soprattutto per giustificare, a sé stessa in primis, la sua perenne stanchezza.

Non è esattamente così. Non si tratta proprio di perdere tempo. Subisco uno stato di stanchezza generica, animicomuscolare direi, non so, è una cosa, sotto queste spoglie, che conosco poco. Si traduce in pochezza di slancio, temperatura sempre un filo febbricitante, fatica fisica strascicata che mi fa perdere voglia, che mi smussa la spinta e mi riduce gli intenti a inutilità.

Si tratta di una stanchezza cronica, animicomuscolare, che non solo toglie la volontà di fare ciò che è necessario fare – come alzarsi dal letto al mattino, lavarsi, vestirsi, cucinare e nutrirsi… – e di ciò che si ama fare, ma porta a un rifiuto anche di provare emozioni come la rabbia o la gioia che appaiono troppo dispendiose, e prova una grande fatica anche a parlare, a pensare, a stare tra la gente. Per quante strategie si tenti di mettere in atto, sembra dirci Laura, il non fare è un po’ come morire.

Che poi stando sempre così da sola, quello che mi disturba è questa misura striminzita, queste passioni rimpicciolite, questo momento svuotato di umani che gira gira e ha la misura della stanzetta adolescenziale, si restringe tutto nel nascondiglio. Mi sento un decimo di quello che sono.

Malgrado la materia sia complessa e desolante, Diario del tempo appare come una lettura estremamente piacevole e scorrevole per il tono ironico dell’autrice: Lucia Calamaro crea una commistione tra umorismo e sofferenza tale da riuscire a far sorridere il lettore dello sconforto della protagonista, forse unico elemento nel quale può finalmente esistere e definirsi umana.