Delitto a Tokyo: due opposti alla ricerca della stessa verità

Keigo Higashino (Osaka, 1958) è indubbiamente uno dei principali esponenti del giallo nipponico contemporaneo. Il suo romanzo di debutto, Hōkago (1985) gli è valso il prestigioso premio Edogawa Ranpo, dedicato ai gialli inediti. Nel corso della sua prolifica carriera, che ha dato vita a romanzi, saggi e trasposizioni televisive, ha ricevuto altri prestigiosi riconoscimenti. Il Mistery Writers of Japan Award nel 1999 con La seconda vita di Naoko (Baldini Castoldi Dalai Editore), il Premio Naoki nel 2006 grazie a Il sospettato X (Giuntu Editore) e il Premio Chūōkōron nel 2012 con L’emporio dei piccoli miracoli (Sperling & Kupfer).

Dopo cinque anni di assenza, è finalmente tornato sugli scaffali delle librerie italiane con Delitto a Tokyo, pubblicato da Piemme a novembre 2023.

Copertina libro Delitto a Tokyo

Un caso da risolvere

Tokyo, quartiere Minato. In una zona chiusa per lavori, vicino al molo di Takeshiba, è parcheggiata un’automobile sospetta. Al suo interno, adagiato sui sedili posteriori, gli agenti di polizia trovano il cadavere di un uomo, con un coltello infilzato nel ventre. Il caso viene affidato alla Prima Divisione Investigativa. Il portafoglio, trovato intonso sulla scena del crimine, permette di identificare rapidamente la vittima: Shiraishi Kensuke, cinquantacinque anni, residente a Tokyo, avvocato.

Gli ispettori Godai e Nakamachi, impegnati in prima linea nelle indagini, hanno il compito di scavare nelle relazioni interpersonali di Shiraishi. La moglie Ayako e la figlia Mirei, ventisette anni, non riescono a pensare a nessuno che lo odiasse al tal punto da ucciderlo. Certo, essendo un avvocato non era benvoluto da tutti, ma ciò che lo contraddistingueva era l’onestà. Per lui non contava solo ridurre la pena dei suoi assistiti, ma soprattutto far capire loro la gravità dei crimini compiuti. Per questo, si teneva in contatto anche dopo la fine dei processi e riceveva molte lettere di ringraziamento.

Con le indagini a un punto morto, qualsiasi potenziale indizio può diventare una nuova pista da seguire. Così succede quando l’analisi dei tabulati del telefono che Shiraishi usava per lavoro fornisce il nome di Kuraki Tatsurō. L’uomo, sessantasei anni e residente nella prefettura di Aichi, aveva telefonato una sola volta all’avvocato, qualche settimana prima della sua morte, ma non si era mai presentato in studio. Godai decide quindi di fargli visita, notando con sospetto le risposte contradditorie ed evasive che l’uomo fornisce alle sue domande. Insieme a Nakamachi, indaga quindi più a fondo sulla vita e le relazioni dell’uomo, arrivando in brevissimo tempo a una confessione inaspettata. Kuraki, infatti, ammette di aver ucciso Shiraishi, tessendo una ragnatela di eventi che si dirama fino a trent’anni prima.

Una verità difficile da accettare

Per la Prima Divisione Investigativa il caso è chiuso. C’è un colpevole, che potrebbe essere condannato alla pena di morte, quindi la giustizia farà il suo corso. Tuttavia, c’è chi, per ragioni diverse, non è per niente convinto che questa sia la reale soluzione. Da un lato Mirei, figlia della vittima, non trova veridicità nella confessione dell’imputato, in quanto dipinge suo padre in un modo a lei del tutto estraneo. Invece Kazuma, figlio di Kuraki, non riesce proprio a credere che suo padre sia un assassino, gli sembra tutto così irreale.

Mirei e Kazuma sono come il giorno e la notte, due facce della stessa medaglia. Lei figlia della vittima, lui figlio di un assassino. L’unica cosa che li accomuna è un forte desiderio di verità e chiarezza. Ognuno con i propri mezzi, cercano di far luce sull’accaduto, addentrandosi in un intricato labirinto dal quale rischiano di non trovare più la via d’uscita.

Delitto a Tokyo: suspense continua e trama fitta

In Delitto a Tokyo Higashino conferma le sue spiccate doti di giallista. Uno degli elementi che più caratterizza la sua penna, infatti, è l’abile utilizzo della suspense, presente a piccole dosi in tutto il romanzo, per culminare poi nel colpo di scena finale. Così, nonostante le 464 pagine, non c’è mai la sensazione di annoiarsi, perché ogni capitolo, seppure breve, fornisce al lettore qualche nuovo tassello del puzzle.

Ne risulta una trama molto approfondita, che si dirama su più piani spazio-temporali. Tutti i personaggi che entrano in scena godono di una buona caratterizzazione psicologica, cosicché ognuno di loro assume un ruolo attivo nello svolgimento della narrazione.

Lo stile è molto scorrevole e fa uso di uno degli espedienti cardine dei romanzi gialli, ovvero concludere i capitoli con una domanda, un dubbio o un nuovo indizio. Il lettore è così invogliato a proseguire la lettura, impaziente di arrivare alla risoluzione del mistero. Una cosa è certa: per quante ipotesi possa aver formulato, la soluzione sarà del tutto inaspettata!