Dare forma al dolore: Parole nascoste di Arianna Montanari

Romanzo d’esordio della libraia del Colibrì Arianna Montanari, Parole nascoste (Mondadori, pp. 252) è il tentativo di dare forma ad un dolore indicibile come quello della perdita di un genitore. Una perdita avvenuta troppo presto, senza via di scampo e nessuna reale possibilità di salvataggio. Con un linguaggio lirico eppure mai retorico Montanari costruisce un testo dove prova a fare pace con i sensi di colpa, lasciando andare la tristezza e facendo spazio ai ricordi più preziosi.

Sinossi

Nato dall’esperienza della pandemia che tutto ha attutito e tutto ha acuito, Parole nascoste racconta il rapporto complicato e intenso di una figlia verso il padre, un amore alla costante ricerca di parole per potersi esprimere e per dare un senso al vuoto con cui l’autrice si è trovata troppo presto a dover convivere. Il padre infatti, nel momento della narrazione, non c’è più: un brutto tumore e un trascorso da alcolista se lo sono portati in via. Tra i ricordi del passato e l’attualità del presente la protagonista ricostruisce i trascorsi del padre, nella consapevolezza che le parole non possono cancellare quanto accaduto ma possono mitigare la malinconia con cui ci si volta indietro.

La scrittura come salvifico strumento di guarigione

La scrittura costituisce il perno su cui verte tutta la narrazione. Una scrittura fatta di una costante e forse anche insoddisfacente ricerca delle giuste parole per dare la giusta dimensione al dolore. Un dolore sincero, fatto di tristezza e di rabbia, di angoscia e malinconia, verso il padre e verso se stessa. L’autrice è terribilmente sincera mentre racconta la sua storia: la frustrazione nel vedere la figura paterna che lentamente e inesorabilmente si lascia andare con quei troppi bicchieri di vino mandati giù, anche quando ormai l’alcol dove essere il nemico assoluto da evitare; il nervosismo dovuto all’impossibilità di aiutarlo concretamente. Ma anche una certa tenerezza nel vedere colui che l’ha cresciuta resistere stoicamente al dolore, senza mai mostrarsi debole.

E i sensi di colpa, più o meno impliciti. “Se avessi fatto qualcosa prima forse le cose sarebbero andate diversamente?” e “Se avessi insistito, se non avessi lasciato perdere ora forse lui sarebbe ancora qui?” sono le domande che si leggono tra le righe di questo romanzo. Nella dolorosa consapevolezza finale che non si può cambiare la natura delle persone e, che senza gli aiuti più adatti, non le si può salvare dai loro fantasmi. Si può solo restare loro accanto.

Di depressione, fantasmi e abuso di alcol

Tra i temi portanti del romanzo, ci sono indubbiamente depressione e alcolismo. La prima, spesso taciuta e mai realmente diagnosticata al padre; il secondo, fin troppo evidente nelle parole, nei comportamenti e nello stato di salute del genitore. Forse, probabilmente, può essere che la figura paterna soffrisse di depressione senza che però ci sia mai stata una diagnostica certa. Il buio e il silenzio nel quale l’uomo sprofonda probabilmente sono i segni di un qualcosa di più di un carattere prettamente burbero e introverso: sono lo specchio di un disagio che va oltre la normale tristezza. E questo ricorda implicitamente al lettore l’importanza della salute mentale, che deve essere compresa, capita e soprattutto tutelata.

L’alcol è l’altro elefante nella stanza: un problema evidente spesso minimizzato e trascurato. I bicchieri di troppo, prima lo strumento per annebbiare e nascondere i propri fantasmi, diventano poi una dipendenza dalla quale purtroppo non si esce. Una spirale inesorabile nella quale l’uomo continua a cadere.

Uno stile che funziona

Grande pregio e grande forza del libro è lo stile dell’autrice, che inserisce Arianna Montanari tra le penne più interessanti e meno retoriche della narrativa italiana contemporanea. Il difficile tema affrontato poteva lasciare spazio a profonde digressioni stilistiche atte a se stesse. Montanari invece ha una dote che sintetizza perfettamente la liricità della parola e l’asciuttezza che rendono il romanzo potente e non banale, limpido e discreto. Uno stile che però è ricco, scorrevole e mai sciatto. Una caratteristica che non si trova tanto facilmente nei nuovi romanzi del Belpaese.

L’autrice

Arianna Montanari è nata a Bologna nel 1987. È cresciuta a Milano, si è laureata in Filosofia e lavora alla libreria Colibrì. Si occupa della rubrica dedicata ai libri all’interno della trasmissione “Caffè Nero Bollente”, ogni giovedì su Radio Popolare.

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