Cucinare un orso di Mikael Niemi

Benvenuti nell’estremo nord della Svezia, tra Kengis e Pajala, non lontano dalla Rovaniemi di Babbo Natale. Siamo nella metà dell’Ottocento, nelle immense terre sconfinate, dove le popolazioni, le lingue e le etnie si mischiano e la terra non è davvero di nessuno; eppure c’è tanto spazio per odiare.

Da un lato abbiamo i boschi, la natura immacolata, le piante con la loro ordinata catalogazione, che il pastore luterano Laestadius pazientemente insegna a Jussi, nomade Sami, dispregiativamente chiamato dai paesani “noaidi”, lo sciamano. Dall’altra abbiamo il “male”, il caos che si annida nelle città degli uomini, che ne sconvolge gli animi.

Laestadius ha esperienza di entrambe, oltre che un religioso, è anche uno scienziato: è capace di raccogliere indizi e di dedurre logicamente, come il miglior matematico; ma contemporaneamente è capace di percepire l’onda distorta del male che si insinua e scorre tra i suoi parrocchiani.

I suoi fedeli, in gran parte Sami, apprezzano queste sue capacità quasi sciamaniche e se è vero che per tutte le chiese cristiane il male è il male e il bene è il bene, non ovunque i fedeli sono incoraggiati a percepirli, come in grembo al suo movimento revivalista, nella pratica della Liikutuksia (sorta di estasi in cui i fedeli in trance si tenevano per le spalle in una specie di danza oscillatoria durante la quale confessavano i loro peccati).

Il male vuole sesso, il male vuole sangue; vuole disprezzo, vuole violenza e tutto quello che desidera gli viene dato. Così improvvisamente una giovane fanciulla viene trovata morta nel bosco, anzi: immersa nello stagno, come se un orso l’avesse prima uccisa e poi messa al sicuro da altri predatori. Una sommaria, crudele giustizia viene fatta dalla polizia e il caso archiviato.

Ma anche se l’orso è morto, la violenza continua.

Laestadius capisce da subito che il mostro non viene dai boschi ma si muove tra gli uomini. E già è consapevole che, assaggiato il primo sangue, ne vorrá ancora. Le sue indagini sempre più sottili e sempre più dettagliate lo spingono lontano e noi lo seguiamo a fatica, finché non capiamo in definitiva che non avevamo capito niente.

Mentre il suo intelletto fine ed il suo senso di giustizia si adoperano alla soluzione del caso, la polizia sembra appositamente sviare le sue indagini e la popolazione se la prende con il giovane Jussi, che ha come unica colpa di essere nomade, di andare e venire, e di essere figlio di nessuno.

Ho camminato nel freddo di quei boschi assieme a loro, sono entrata con loro nel pörte (casa di legno) del pastore, ho assaggiato la pappa d’avena di Brita Kajsa, sua moglie, versato nella kåsa (scodella in legno) di Jussi; sono entrata con loro nella sauna di casa; mi sono aggirata con loro nei boschi perché Maa vettää: la terra chiama. Non mi sono distratta mai un minuto, tutta presa a capire, a leggere gli indizi ma soprattutto a guardarmi intorno. Ho viaggiato per le loro terre come si fa in un sogno incantevole, con la speranza di ricordare tutto al risveglio. E con Jussi ho pensato che c’è anche un modo semplice di vivere su questa terra, per un uomo:

“Senza saccheggiare o distruggere. Senza esistere davvero. Semplicemente come il bosco, come il fogliame estivo e lo strame autunnale, come la neve d’inverno e le distese di boccioli che a primavera si schiudono al sole. Quando alla fine scompare é come se non fosse mai esistito.”