Cose che non voglio sapere: introduzione a un memoir femminista

Mi aveva detto di esprimere i miei pensieri ad alta voce, ma io avevo provato a metterli su carta.

Ci sono libri che arricchiscono chi li legge. Ce ne sono altri che sembrano guardare dentro. Altri ancora aiutano a tirar fuori ciò che giace sotto la brace. Cose che non voglio sapere di Deborah Levy fa tutte queste tre cose assieme. Uscito a febbraio 2024 per NNEditore, è un memoir femminista, una finestra su una vita piena e inquieta. Soprattutto, però, è il principio, l’introduzione di una storia più lunga, già capace di restare addosso.

Prendendo spunto da grandi autrici (o comunque rendendone vivo il ricordo), Levy ci regala un testo emotivo ed emozionante in cui potersi rivedere e scoprire qualcosa di nuovo. La sua è una voce fortemente ironica ed è probabilmente questo, più di ogni altra cosa, a portarci a leggere le sue parole, fino a farle risuonare dentro di noi.

Cose che non voglio sapere

Quattro capitoli e tre luoghi (dell’anima)

La storia di Deborah Levy è fatta di spostamenti, di una politica incomprensibile e di pochi punti fermi. Nata in Sudafrica al tempo dell’apartheid, vive la situazione sociale di quella terra e percepisce le profonde ingiustizie che la animano. Sogna l’Inghilterra, da sempre, ma quando riuscirà ad andarci assieme alla madre, al padre (che poi li lascerà) e al fratello, resterà ancorata e vicina a quel mondo distante che ha conosciuto da bambina.

Fortissimo e importante è il legame che stringe con Melissa, figlia della madrina Dory da cui va a vivere in un momento difficile per la sua famiglia. La giovane ragazza, infatti, assume i connotati del modello da seguire per la piccola Deborah, perché libera e sfacciata, ma soprattutto distante da tutti i dogmi dell’apartheid.

Le ragazze devono farsi sentire, perché nessuno le ascolta comunque.

Ed è probabilmente grazie a lei e al suo spirito anticonformista, che Levy cerca la sua voce attraverso la penna, mettendo pensieri su carta e comprende chi vuole essere: una scrittrice. Crede, quindi, che spostandosi da adolescente in Gran Bretagna potrà farlo, e già si sente così scarabocchiando su tovagliolini seduta a una tavola calda.

Siamo, però, a Maiorca nelle prime pagine del libro, il terzo luogo dell’anima. È lì, adulta, che tenta di mettere in ordine pensieri e avvenimenti. In quattro capitoli dai titoli evocativi (“Finalità politica”, “Impulso storico”, “Puro egoismo” ed “Entusiasmo estetico”), ripercorre così le origini della sua vita, non solo come donna, ma anche come autrice.

Sudafrica, Inghilterra, Maiorca: qual è “casa” per Deborah Levy?

Ero nata in un paese e cresciuta in un altro, ma non ero sicura di quale fosse il mio posto.

Un memoir femminista sulla scia delle grandi autrici

Cose che non voglio sapere è un memoir femminista, o meglio l’introduzione a un testo più lungo, diviso in tre parti. E questo lo si respira da subito, anche grazie all’apporto di Olga Campofreda, che cura la prefazione.

La ricerca, infatti, della “stanza per sé” è qualcosa che si percepisce fin dalle prime pagine, e diventa sempre più presente entrando nella vita dell’autrice. Ma non solo. Levy sente una forte connessione con Woolf, de Beauvoir, Duras, che cita e a cui rimanda coscientemente. Non è difficile trovare vere e proprie citazioni all’interno di questo suo scritto, su cui riflette e a cui si accosta. In altre occasioni, però, il riferimento è più sottile, sebbene sia impossibile non notarlo.

Mentre ero a quattro zampe davanti alla lavatrice, con la testa nell’oblò, mi venne in mente che era proprio così che si suicidavano le poetesse, solo che infilavano la testa nel forno a gas.

Dar forma alla propria voce e al proprio pensiero diventa per Levy necessità. Lo è quando da bambina le insegnano a farsi ascoltare, così come quando da adolescente comprende chi vuole essere.

Questo è solo il principio, ma già si avvertono tutto il fuoco, l’ironia e la forza di questa donna. Intanto il 10 maggio 2024 potremmo entrare nella seconda parte della sua vita, Il costo della vita, e dopo l’estate ci aspetta la conclusione di un viaggio che, se mantiene le atmosfere di questo, sarà unico ed emozionante.

Una scrittrice non può percepire in modo troppo chiaro la propria vita. Se lo fa, scriverà con rabbia quando dovrebbe scrivere con calma.