Cortocircuiti Catartici – Un’intervista

Quando leggi un fumetto, sono due gli strumenti di narrazione che trovi: il disegno e la parola. Entrambi gli strumenti devono collaborare strettamente per veicolare in maniera efficiente il messaggio prefissato.
In alcuni casi sono le immagini ad avere un ruolo preponderante, in altri a comandare sono le parole.

In tutti i modi, nelle opere ben riuscite, nulla viene lasciato al caso ed è giusto tener conto di queste due anime quando si voglia comprendere a fondo una Graphic Novel. Mi direte “ma voler analizzare troppo fa perdere l’incanto” ed io vi risponderò che non sono certo l’ingegnere della situazione, che davanti al gioco nuovo vuole solo rompere tutto per vedere com’è fatto dentro.

Tuttavia sono una lettrice avida ormai da più di quarant’anni e quando mi gusto qualcosa (a volte anche fino a perdermici) voglio capire quali sono i meccanismi che mi hanno avvinta così. Mi sembra lecito. Così la prima volta gusto, la seconda analizzo. Sarà anche un modo per mantenere il controllo – chissà.

Tutto questo preambolo era per dire che questa volta ho avuto l’enorme fortuna di poter parlare di questi meccanismi direttamente con i due autori – cosa non da poco, converrete!

Sto parlando di Glauco Piccione (scrittore) e Niccolò Pizzorno (disegnatore), che mi hanno accompagnato in un’ illuminante rilettura “da dietro le quinte” del loro originalissimo Graphic Novel “Cortocircuiti Catartici”, edito da Dei Merangoli.

Trama

In un curiosamente familiare Belpaese 2.0, tutti i cittadini sono preda di un terribile incantesimo, che li intrattiene vuotamente mentre i Proprietari Costruttori a suon di cemento e di petrolio, devastano tutto quello che c’è rincorrendo l’unico fine del profitto. Improvvisamente un cortocircuito: l’interruzione delle trasmissioni risveglia il nostro eroe, Ciano Blu, che si ricorda di sé e parte per un viaggio attraverso la sua terra, luogo ormai reso sterile e vuoto.

Un viaggio, al seguito del Gestore, che non sarà turismo ma cambiamento. Questa presa di coscienza, arricchita e fomentata dall’incontro con l’antropologo Paupau e l’operatore ecologico Origami Gong, sfocia nella dissidenza e poi, con il supporto dei barbari (extracomunitari, emarginati, ribelli e squatter vari) nella rivolta.
Il finale è curiosamente aperto… quasi sicuramente alla speranza.


E qui sorge subito la marzulliana domanda per Glauco, scrittore e sceneggiatore: un cortocircuito ci salverà?

G: Sì, l’unico modo per salvarsi è il cortocircuito, l’interruzione delle trasmissioni, lo spostamento del punto di vista. Finchè nuotiamo nella stessa acqua, nessuna salvezza sarà per noi possibile, nemmeno la cultura sarà sufficiente.

Nel romanzo l’antropologo Pau Pau è l’unico già libero da catene perché viene da un altro mondo ed entra in questo come esterno, alieno e quindi con il punto di vista giusto per poterlo analizzare e comprendere.

La prima cosa che notiamo nel fumetto è il linguaggio: colto, elevato, a tratti ermetico tanto da esigere in alcuni punti una seconda rilettura. A cosa è dovuta una tale scelta?

G. Utilizzare un linguaggio troppo diretto avrebbe avuto sul lettore un effetto repulsivo, data la materia spiacevole che andavamo ad affrontare. La nostra opera è dichiaratamente satirica e volutamente feroce: il lettore, ed il lettore italiano soprattutto, non ama vedersi proporre argomenti fastidiosi. Occorreva trovare un escamotage che rendesse il prodotto invitante, da qui anche la scelta di parlare di un mondo distopico e l’utilizzo a mani basse di metafore ed ossimori.

Inoltre un linguaggio di un certo tipo serve a restituire valore ad un qualcosa che entra sul mercato come bene di consumo, ma che non vuole essere banale intrattenimento. L’intento era di non creare, insomma, un ennesimo prodotto usa e getta.

E infatti metafore, simboli e suggestioni si sprecano in entrambi i linguaggi, quello scritto e quello disegnato. Da subito incontriamo infatti dei personaggi ben noti: di fianco al Gestore, nel ruolo di guardiani incontriamo infatti l’uomo di latta e lo spaventapasseri, richiamo a Il Mago di Oz

G: Non sono ovviamente causali, ma sono indicatori per il lettore dell’ingresso in un altro mondo. Il meccanismo narrativo di Cortocircuiti Catartici, infatti, è lo stesso de Il Mago di Oz, o di Alice nel Paese delle Meraviglie: un eroe che entra in un mondo altro, bizzarro, in cui ottiene delle rivelazioni, acquisisce coscienza. I due guardiani hanno qui funzione metanarrativa, sembrano fuori contesto ma attraverso il loro eloquio, apparentemente sconclusionato, introducono avvenimenti che avverranno successivamente.

Sono messi qui per essere i guardiani della storia.

E per quanto riguarda il “Cristo Croato”, ovvero lo scheletro di un tronco umano senza testa inchiodato ad una croce ed una corona di spine, su cui gli uccelli hanno fatto il nido e deposto uova?

G: Noterai nel corso del fumetto diversi elementi religiosi e non perché io sia particolarmente credente. Il rimando biblico è utilizzato come strumento per creare la sensazione di catastrofe imminente: così soprattutto la pioggia di cavallette e le varie rivolte ambientali, che ricordano le piaghe d’Egitto.

E’ insito nella nostra cultura vedere e credere sempre nel progresso e, nei momenti di crisi strutturale ed economica, radicalizzare gli aspetti “caotici” e far tornare in auge simbologie da catastrofe. Sta accadendo anche ora con i discorsi allarmistici su antropocene e disastro climatico. Parlare di catastrofe è un modo per sviare in qualche modo la ricerca di una soluzione: solo per fare un esempio il 13% della popolazione mondiale riesce a vivere con un dollaro al giorno. Quando si parla di determinate situazioni, occorre sempre prima di tutto individuare in quale realtà culturale si è immersi. Torniamo all’esempio del pesce rosso che nuota sempre nella stessa acqua: se non esce da quest’acqua, non capirà mai.

Altri due personaggi davvero curiosi sono il Sindaco e il Re cane.

G: Incontriamo il Sindaco assieme all’Assessore alla sopravvivenza: sono entrambe il simbolo del classico politico italiano: rappresentano il non saper vedere a lungo termine. Idolatrano un cane ma poi, insieme ai cittadini, non hanno remore a divorare un asino. Rappresentano la ricerca di  feticci, di falsi ideali che li sollevino dal compito arduo di risolvere davvero i problemi (prima i nostri cittadini…). Sono l’esasperazione del politico che mira a vincere le prossime elezioni, a conquistare un elettorato, senza mai raggiungere una consapevolezza, una visione ad ampio raggio.

Con questo non si voleva dire che tutti i politici italiani sono così, ma sicuramente che questo tipo di tendenza si riscontra facilmente. D’altronde questa è un’opera di satira: è normale che le caratteristiche dei personaggi vengano esasperate.

Ed ora i barbari, ovvero la piaga ufficiale del Belpaese 2.0. Impossibile non riconoscervi un minestrone di migranti, squatter e altra gente di vario genere, che non sottostando alle logiche comuni vive ai margini di questa società così irregimentata.

G. Come Ciano, Paupau e Gong all’inizio vengono destinati all’ immolazione perché a  questa comunità in disfacimento serve un capro espiatorio che ripoti equilibrio, ugualmente nel macro lo stesso meccanismo è ripetuto coi “barbari”: attraverso la soppressione dello straniero e più genericamente del diverso, come sceneggiatore voglio rappresentare la chiusura mentale di questo paese, la sua incapacità di vedere fuori dagli schemi. Il barbaro rappresenta qualcosa di irriducibile, che non può essere uniformato (anche perché troppo genericamente connotato o meglio connotato senza analisi – ndr) e quindi spauracchio per l’equilibrio del Belpaese.

Voglio anche fare una piccola digressione sulla lingua parlata dai barbari, che è un misto di italiano, spagnolo e inglese. Ho preso l’idea dal protoitaliano medioevale utilizzato da Monicelli in Brancaleone alle Crociate: anche in quel caso il linguaggio era creato ad hoc per generare un’idea di medioevo “parallelo”.

In una collaborazione come questa, Niccolò, immagino che ci sia stato un lavoro di scambio e di elaborazione per la creazione delle immagini a corredo e completamento del testo. E che in qualche modo i due tipi di linguaggio si siano evoluti insieme, modificandosi durante il viaggio.

N: Glauco in realtà ha scritto una sceneggiatura molto dettagliata, con indicazioni precise, ma certo, ovviamente abbiamo studiato insieme un sacco di cose. Un esempio è quello – parlando di personaggi bizzarri – della scena della discesa agli inferi sulla quale troneggiano due pescatori, di cui uno cinese.

In questo caso l’idea di raffigurarlo come cinese è stata mia, in omaggio alla TV Serie Kung Fu di Carradine, degli anni ’70. In realtà tutta quella quella scena, con il suo caos di corpi, oggetti e animali si è ispirata ad un immaginario fumettistico-cinematografico anni ‘70/80.

Per quanto riguarda la connotazione dei personaggi, è stata studiata per esacerbarne le caratteristiche.

Ciano Blu è stato volutamente vestito da damerino ma squattrinato, con lo zaino vuoto. Ha il gilet ma la camicia abbondante, i pantaloni stretti ma gli scarponi. Presenta tutta una serie di contrasti che rispecchiano la sua psicologia.

Origami Gong, l’operatore ecologico, ha un carattere più sanguigno invece, più irruento. Quindi ha la barba ispida, i lineamenti del volto più impostati e spigolosi, i capelli gli coprono quasi del tutto il volto. E’ un uomo d’azione: il suo personaggio attiva una serie di meccanismi all’interno della storia ed il suo aspetto ha voluto esasperare questa sua caratteristica. Tra l’altro, a sottolineare come lui non tenga i piedi per terra, ma prenda decisioni di pancia, indossa solo ciabatte e non scarpe. E’ un personaggio che cambia completamente idea. Notarsi che anche nel suo caso la trasformazione avviene grazie ad un evento fortuito: il libro di Paupau gli cade sulla testa!

L’antropologo Paupau, invece, che proviene da un altro mondo, é rappresentato studiatamente come un alieno, un estraneo. Lui è uno che guarda tutti dall’alto in basso, non preoccupandosi minimamente di chi si trova davanti, anche se queste sono persone potenzialmente pericolose. E quindi abbiamo ideato per lui un abbigliamento fuori contesto: nonostante il tempo meteorologico nel racconto sia quasi sempre brutto, lui indossa maniche corte, bermuda e mocassini (+ il papillon, per darsi un tono).  Abbiamo inoltre deciso di connotarlo come uno studioso dell’800, di quelli alla Kipling, per cui la missione dell’uomo bianco è quella di civilizzare il resto del mondo: e di fatti entra in scena lanciandosi da una mongolfiera. Paupau è l’unico personaggio che non cambia idea.

Bushra, la fomentatrice della rivolta dei barbari riceve invece in dono un aspetto ed un abbigliamento da frequentatrice di centro sociale. Lei è l’unica tra i personaggi principali la cui fisionomia non richiama quella di alcuna persona reale. L’ispirazione è arrivata partecipando al Crack Festival di Roma – il più importante evento sui fumetti autoprodotti a livello Europeo – che si è tenuto per l’appunto all’interno di un centro sociale (lo CSOA Forte Prenestino).

In ogni caso, tutti i personaggi sono categorizzabili: abbiamo volutamente rimarcato un gioco di annullamento delle categorie precedentemente create. E’ per questo che i personaggi sono così tipizzati.

Quando e da cosa nasce questo progetto, com’è andata la storia?

N: Questa storia è cominciata ben 4 anni fa; purtroppo il Covid ne ha rallentato la realizzazione. Nasce da un’idea di Glauco, che mi ha proposto una sceneggiatura praticamente fatta e finita. Abbiamo fatto insieme qualche provino, la resa ci ha convinti e così abbiamo continuato. Inizialmente avevo pensato ad una grafica in bianco e nero, più legata agli ambienti di autoproduzione, al fumetto indipendente. Poi però ci siamo resi conto che il colore permetteva un maggior impatto visivo e lo rendeva più fruibile, più godibile. Io nasco come acquerellista e normalmente questa è la tecnica che utilizzo per le mie tavole. Tuttavia stavolta ho utilizzato i pantoni in quadricromia, in modo da avere una stampa perfettamente aderente all’originale.

Collaboravo già da tempo con la casa editrice Dei Merangoli: a loro ho esposto prima l’idea e poi una parte corposa della realizzazione del progetto e così è nato il libro.

Con loro abbiamo discusso anche la scelta grafica della cover: inizialmente trattandosi di un’opera “corale” si pensava di utilizzare la scena caotica in bianco e nero che ora compare nella terza di copertina.

Ma poi ci è venuta l’idea di inserire solo il protagonista ripreso mentre guarda la televisione secondo una tecnica cinematografica ben precisa, il Camera Look, utilizzato per raccogliere le emozioni del soggetto ripreso (avete presente John Wayne in Ombre Rosse?). Così in copertina ora facciamo subito la conoscenza di Ciano Blu, nella sua versione ancora incosciente, addormentata.

L’editore ha poi giocato con il proprio logo in maniera molto raffinata, incastonandolo nella grafica della pagina e ha aggiunto la patinatura della carta – che aiuta a rafforzare l’idea di “mondo altro”, di non reale – confezionando così un oggetto libro anche esteticamente molto bello.

L’ESPERIENZA DEL LETTORE

Non pensiate di leggere Cortocircuiti Catartici con leggerezza, come si fa di solito con i fumetti, scorrendo velocemente pagine con poco testo e molta immagine.

Come sicuramente avrete potuto intuire dall’intervista, è un’opera densa sia nella grafica che nei testi, piena di sfumature e di riferimenti che vanno colti con una lettura attenta.

Il linguaggio, di caratura elevata, in prima battuta disorienta – tanto da costringere il lettore ad una rilettura più attenta. E lo stesso vale per i disegni: le scene, soprattutto quelle corali, sono dei veri e propri mondi da ispezionare con cura. Questo è il segnale che ci siamo imbattuti in qualcosa di diverso, di originale, che reclama la giusta attenzione.

D’altronde, trattandosi di satira, sotto la crosta del grottesco si muovono delle riflessioni di indiscussa dignità, di cui spero che la breve intervista con gli autori abbia reso una giusta idea.