Contro un mondo senza amore: una storia di lotta dalla Palestina

Nahr è rinchiusa nel Cubo: tre metri quadrati di cemento armato levigato, privata di ogni riferimento di tempo, con i suoi sistemi di alternanza luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Le fanno visita dei giornalisti, ma vanno via a mani vuote, perché Nahr non condividerà la sua storia con loro. Il mondo lì fuori chiama Nahr una terrorista e una p*ttana; alcuni forse la chiamerebbero una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Narh è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. È una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l’amore è un solo tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait, è una ragazza arrivata in Palestina con le scarpe sbagliate e che, senza andare a cercarseli, ha trovato scopi, passione politica, amici. E ha trovato Bilal, rivoluzionario dagli occhi scuri che le insegnerà a resistere, contro ogni pronostico, contro ogni disgrazia: contro un mondo senza amore.

Un romanzo totale

La scrittura della Abulhawa è estremamente densa e fitta, non lesina particolari, approfondimenti, qualche deviazione dai filoni narrativi principali, generando così un romanzo di una certa lunghezza: tuttavia l’abilità di quest’autrice le permette di non scivolare mai dentro un ritmo troppo lento e di causare noia nel lettore.
Al contrario, tutti i suoi sforzi collimano nella stesura di una storia di ampio respiro, che dalla Palestina riesce ad abbracciare il mondo e la storia intera; che dalla solitudine della protagonista raggiunge tutta l’umanità.

La donna nel Cubo

Il tema principale di “Contro un mondo senza amore” è il popolo arabo, con la sua storia, la sua cultura, le sue particolarità e anche le sue contraddizioni: lo scopriamo attraverso le labbra della protagonista, Nahr, esponente prescelta di un universo complicato e misterioso che lei stessa decide di rivelarci solo a sprazzi.

Sembra rappresentativo infatti l’incipit stesso del romanzo: Nahr è chiusa in una prigione di massima sicurezza, condannata per terrorismo. I giornalisti occidentali entrano in punta di piedi nella sua realtà per farle domande scabrose e rubarle un pezzo della sua storia: è vista come una creatura pericolosa e incomprensibile.
Se Nahr è il mondo arabo, il Cubo è la scatola dove l’Occidente tende a rinchiudere l’Oriente, fatta di pregiudizi e preconcetti fondati dalla propaganda di determinate potenze internazionali e dalla paura del diverso.

E infatti poi Nahr inizia il suo monologo interiore, raccontando la sua storia (a se stessa, alle pareti del Cubo, ai fantasmi del suo passato) e ci svela le sue mille sfaccettature: non è una terrorista, e nemmeno una povera vittima, lei è molto di più.
È una danzatrice innamorata delle melodie orientali, che conosce e ama in profondità; è una rifugiata fin dalla nascita, di sangue palestinese, cresce in Kuwait circondata da persone di origini disparate, egiziani, yemeniti, iracheni, siriani e iraniani; è stata una figlia, una sorella, una moglie, una prostituta, un’amante, un’attivista, e tutte queste identità sono parti di lei senza definirla completamente.

Sfumature distopiche

La storia è impiantata su un forte dualismo: da una parte il passato di Nahr, la sua giovinezza nella periferie di Amman e poi la maturità trascorsa nelle campagne palestinesi, un’esistenza fatta sì di stenti, povertà a rinunce, ma anche di affetti, di genuinità e di lavoro gratificante. Dall’altra parte il presente nel Cubo, una struttura descritta come talmente futuristica da ricordare vagamente la letteratura di fantascienza.
Questa contrapposizione tra iperrealismo e distopia quasi grottesca restituisce al lettore un contrasto che ci permette di entrare profondamente in empatia con Nahr e la sua storia: cresciamo, speriamo, amiamo con lei nella terra bruciata dal sole e nelle notti desertiche, e l’improvvisa scomparsa di tutti gli elementi spaziali e ambientali che compongono il mondo della protagonista a favore dell’esistenza sospesa nel Cubo ci fanno sentire orfani e isolati proprio come si deve sentire lei.

Un amore anticonvenzionale

Aprendo un libro che contiene la parola “amore” nel titolo ci si aspetta probabilmente quantomeno una storia romantica.
Il libro di Susan Abulhawa è pervaso dai grandi amori della protagonista: per la musica, per le sue radici, per la sua famiglia, e infinine l’amore con Bilal, unico uomo nel cuore e nella mente di Nahr, che incarna gli ideali che entrambi condividono e perciò diventa la sua ragione di vita.
Anche nel raccontarci il rapporto tra i due protagonisti Abulhawa gioca di antagonismi: non c’è sdolcinatezza, né affettazione, eppure la storia semplice e realistica tra Nahr e Bilal conserva delle reminescenze di realismo magico e di innocenza fiabesca che la rendono particolarmente struggente.


“Contro un mondo senza amore” si presenta come un’opera completa, dove il romanzo di formazione si intreccia armoniosamente con temi sociali, politici e di attualità: senza mai scivolare nel saggistico la Abulhawa ci offre uno spaccato autentico del Medio Oriente, senza addolcirlo ma trasmettendo anche tanto amore per la sua terra e la sua storia.