19 Aprile 2024

Consigli di lettura per capire il conflitto israelo-palestinese

Il conflitto israelo-palestinese va ormai avanti da più di 70 anni, ma se ne è iniziato a parlare in Occidente in seguito all’attacco del gruppo paramilitare palestinese Hamas, che il 7 ottobre 2023 ha attaccato Israele dalla striscia di Gaza.
C’è da dire che negli ultimi anni Israele ha lanciato diverse operazioni nella Striscia di Gaza e continua a espandere le colonie nei territori palestinesi.

La questione è più complessa e articolata di quello che si immagina e per fare ordine e sensibilizzare sull’argomento, noi della Redazione di Universo Letterario, abbiamo pensato di proporvi dei titoli non mainstream che possano aiutare a fare chiarezza.
Abbiamo scelto di citarvi una lista di titoli di autori israeliani e palestinesi che affrontano la questione in maniera neutrale e senza diffondere odio e pregiudizi religiosi di ogni tipo.

Ciò che ci preme dire è che noi siamo contro ogni forma di guerra, prevaricazione e appropriazione forzata di territori.
Noi siamo per il cessate il fuoco, perché dal 7 ottobre la striscia di Gaza è diventata una prigione a cielo aperto, al cui interno sono morti più di 10.000 bambini, dove si vive in condizioni disumane e dove anche gli aiuti, comprendenti viveri e beni di prima necessità, difficilmente arrivano. La nostra speranza è che la nostra società si svegli e abbia il coraggio di prendere una posizione.

Narrativa – autori palestinesi

Una trilogia palestinese di Mahmud Darwish

Dice Elias Sanbar: “Darwish non era ambasciatore del suo paese ma un poeta slegato dalla nazionalità e dal passaporto. Certamente la Palestina era il suo humus, la terra dove affondava le radici: la sua flora e la sua fauna, la sua musica e le sue nuvole, ma tutto questo non doveva essere il suo limite. Se parla di terra, quella terra è proprio la sua terra. Non si è mai impantanato nelle chiavi di lettura che davano della sua opera”. Diario di ordinaria tristezza (1973) ripercorre il tempo che precede la scelta dell’esilio, gli arresti domiciliari, gli interrogatori degli ufficiali israeliani, il carcere, e chiude la fase più drasticamente militante del poeta. Memoria per l’oblio (1987) evoca l’invasione israeliana di Beirut nell’agosto del 1982. In presenza d’assenza (2006) è una riflessione sull’esperienza poetica e sulla lingua. Una sorta di testamento, che coincide con l’addio dello struggente poema Il giocatore d’azzardo (2009), che chiude questo volume.

Rifqa di Mohammed El-Kurd

Poeta, scrittore e giornalista, Mohammed El-Kurd ha fornito al mondo una finestra sull’occupazione a Gerusalemme Est, aiutando a stimolare un cambiamento internazionale nella retorica riguardo al conflitto israelo-palestinese. Rifqa, la sua prima raccolta, si inserisce di diritto nella tradizione della poesia resistente palestinese. Ogni giorno la nonna di Mohammed El-Kurd lo accoglieva sulla porta di casa. Il suo nome era Rifqa: un’icona della resilienza palestinese. Le poesie ripercorrono l’esilio di Rifqa da Haifa fino all’attuale espropriazione della sua famiglia a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est. L’edizione italiana è arricchita da tre testi in prosa che raccontano la lotta degli abitanti di Sheikh Jarrah, scritti per The Nation e per The Guardian.

Nel blu tra il cielo e il mare di Susan Abulhawa

Il romanzo si apre con la voce narrante di Khaled, bambino di dieci anni la cui morte è vicina. Prima di entrare definitivamente nel blu, lo spazio-tempo degli spiriti, racconta la sua storia e quella delle donne della sua famiglia. Una storia che ha inizio settant’anni prima, a Beit Daras, sulla via che dalla Palestina conduce verso Il Cairo. Lì vivono Umm Mamduh con le figlie Nazmiyeh e Mariam e il figlio Mamduh. Umm Mamduh è tristemente nota per non avere un marito e temuta perché comunica con il mondo degli spiriti. Poi il disastro: nel 1948, l’anno della Nakba, la famiglia è costretta dai bombardamenti israeliani a lasciare il paesino, Mariam viene uccisa, Nazmiyeh stuprata e Mamduh ferito gravemente a una gamba. Umm Mamduh scatena il ginn Sulayman contro gli invasori, uccidendone molti prima di soccombere a sua volta.

Per i sopravvissuti comincia la dura vita da profughi: Mamduh si trasferisce con la moglie negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Ha un figlio che morirà giovane, dopo aver rinnegato le sue origini arabe, e che gli lascerà un’amatissima nipotina, Nur. Nazmiyeh scopre di essere incinta e sa che il figlio è frutto dello stupro: con il sostegno del marito decide di tenerlo. Nascerà Mazen, che diventerà un leader della lotta palestinese, incarcerato e torturato per oltre vent’anni. Arriveranno altri dodici figli, tra cui l’unica femmina, Alwan, la sola della famiglia ad aver ereditato il potere di interagire con il mondo degli spiriti.

Golda ha dormito qui di Suad Amiry

Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all’improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l’anima di chi in quelle case, in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera? Questa storia ha inizio nel 1948, quando gli inglesi, partendo da Israele, lasciarono due popoli in lotta: l’uno con tutto, l’altro con niente. Suad Amiry, palestinese, racconta quella perdita inestimabile, quella dei muri con dentro le anime, la memoria, i gesti, gli affetti. Muri a cui oggi, ai vecchi proprietari di sempre, è addirittura proibito avvicinarsi, è preclusa la vista, la memoria delle sensazioni. Come all’architetto Andoni, che vorrebbe tornare nell’abitazione che ha progettato e costruito, il “suo gioiello”, e scopre in tribunale di non poterlo fare in quanto “proprietario assente”; o come a Huda, che preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. 

Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele di Sayed Kashua

Qualche tempo fa Ha’aretz, il quotidiano progressista israeliano, ha affidato una rubrica a Sayed Kashua, l’autore di Due in uno e di Arabi danzanti, lasciandogli piena libertà nella scelta dei temi trattati. Grazie a un irresistibile connubio tra gli aspetti piú intimi e personali della vita dell’autore e la situazione storica e politica di Israele, la rubrica è diventata in breve un appuntamento imperdibile per i lettori di Ha’aretz. Kashua ne ha raccolto in volume gli scritti piú significativi, creando una delle sue opere piú riuscite. Il libro è la fotografia tenera, caotica e personalissima della vita di uno scrittore eccentrico: un palestinese nato e cresciuto in Israele, un arabo che scrive in ebraico, un Charles Bukowsky in versione mediorentale, che non esita, in pagine di incontenibile umorismo, a svelare i segreti della sua stessa esistenza privata, innanzi tutto l’intenso e agitato rapporto con una moglie che lo ritiene un bugiardo incallito inguaribilmente attaccato alla bottiglia

Narrativa – autori israeliani

Verso casa di Assaf Inbari

Negli anni ’20 del Novecento un gruppo di giovani ebrei lascia l’Unione Sovietica e si trasferisce nella Palestina mandataria. Ragazzi uniti dal desiderio di realizzare una società più giusta e inaugurare un nuovo modo di essere ebrei. L’insediamento nella realtà mediorientale si rivela però difficile: il lavoro è massacrante e il caldo insopportabile, la convivenza con gli arabi tutt’altro che pacifica e la nostalgia di casa fa capolino nelle ore più buie. Eppure, in quella terra dura, i giovani pionieri riescono a far nascere il kibbutz Beth Afikim, il vero protagonista di questa storia. I tanti personaggi che lo popolano sono tutti comprimari, tutti essenziali affinché il kibbutz abbia voce, cuore e mani. Seguendo le vicende di questi giovani sognatori ci ritroviamo immersi in un microcosmo multiculturale traboccante di vita, dove anche i più piccoli gesti quotidiani e le parole più banali hanno la forza del racconto epico. Dal sogno socialista fino agli anni della privatizzazione, Assaf Inbari ripercorre quasi un secolo di storia israeliana. 

L’uomo che vendeva l’aria in Terrasanta

Israele è il paese dove la geografia e la storia sono inscritte in ogni pietra, si respirano in ogni vento e intrecciano inesorabilmente i destini di uomini e donne, capaci di sfuggire alla violenza con un’immaginazione potente e sconfinata. Così, tra i vicoli di Tel Aviv, un truffatore e sua figlia vendono bottiglie di “aria santa” a turisti creduloni per non arrendersi all’evidenza della povertà; in un aranceto di Giaffa un vecchio coltivatore ebreo riconosce negli occhi neri di una donna lo sguardo dell’amico palestinese che ha dovuto tradire; in una Beirut devastata da una guerra logorante, si avverano gli ultimi desideri di tre giovani soldati, per mano di una donna affascinante che si fa chiamare Sheherazade. L’uomo che vendeva l’aria in Terrasanta è una costellazione di fiabe capovolte in cui la realtà opaca si colora delle tinte accese della fantasia, come in un quadro di Chagall. L’esordio letterario di Omer Friedlander è un libro intenso e delicato, una raccolta di racconti che, sulla scia dei romanzi di Eshkol Nevo, disegna una mappa dell’animo umano, un luogo vulnerabile e imperfetto ma sempre aperto alle possibilità della speranza.

La collina di Assaf Gavron

Su una collina rocciosa, circondata da un paesaggio biblico, sorge l’avamposto Maalé Chermesh C. Per il governo israeliano non esiste, ma per l’esercito va difeso. Il suo fondatore coltiva asparagi, pomodorini e rucola, alleva pecore e cresce la sua numerosa famiglia mentre, aggirando la burocrazia e manipolando politici, riesce ad attirare altri coloni e a ottenere nuovi caravan da abitare. In pochi anni l’avamposto diventa una realtà ben radicata in quell’area contesa tra arabi ed ebrei. Questo romanzo corale ci svela le vite degli abitanti dell’avamposto, ognuno alla ricerca di una propria via nel mondo; traccia con arguzia le dinamiche politiche che governano la realtà delle colonie; racconta in modo brillante le diverse componenti della società israeliana, un caleidoscopio di tanti colori che nonostante le tensioni che lo animano non si frantuma mai.

Il terzo tempio di Abraham B. Yehoshua

Una giovane donna francese, Esther Azoulay, si presenta al Tribunale rabbinico di Tel Aviv per denunciare colui che l’ha ingannata impedendole di unirsi in matrimonio con l’uomo che ama. Una storia intima e dolorosa che diventa l’occasione per trasmettere un nuovo, inaspettato messaggio di pace, e trasforma l’ultima opera di Yehoshua in un estremo testamento civile e politico. Ingannando la giovane Esther Azoulay, guidandola verso una conversione non necessaria, il rabbino Eliahu Modiano ha sabotato il suo progetto di matrimonio con David Mashiah. Secondo le norme del diritto ebraico, proprio a causa di questa conversione, la loro unione è proibita e i loro figli non sarebbero ammessi con il padre al servizio sacerdotale nel Terzo Tempio. Benché la tradizione ebraica ortodossa preveda che il Terzo Tempio sorga in corrispondenza di quello precedente distrutto dai Romani nel 70 d.C., ovvero sull’attuale spianata delle moschee, Esther, donna, straniera e convertita, sottopone al Tribunale un’idea sorprendente che potrebbe cambiare le sorti d’Israele prima ancora delle proprie: «Fuori dalle mura della città vecchia, modesto, umile, tra la Tomba di Assalonne e la valle della Geenna. Un Tempio che non interferisce né minaccia con la sua architettura nessun altro luogo santo. Seppur modesto, questo Tempio assumerà un ruolo drammatico e rivoluzionario». Una proposta che salverebbe il suo matrimonio, e che nasconde un profondo messaggio di pace per uscire dalla spirale di violenza che insanguina quella terra. Fino alla fine Abraham Yehoshua ha sognato che arrivasse quel momento, il momento della pace: una pace attesa e desiderata come la venuta di un nuovo Messia.

Il sorriso dell’agnello di David Grossman

Il problema di Israele e la questione palestinese raccontati dalle voci di quattro personaggi: Uri, giovane soldato idealista di guarnigione nei territori occupati, l’innocente scagliato nel «cuore di una menzogna»; sua moglie Shosh, psicologa tormentata dal suicidio di un paziente; il comandante Katzman, un sopravvissuto all’Olocausto che non si fa più illusioni; e Khilmi, il cantastorie arabo che ha perso un figlio terrorista. Tutti ostaggi di un territorio dove la giustizia si è trasformata nel suo esatto contrario, vittime della corrosione morale provocata dall’occupazione, in un mondo in cui speranza, amore e tradimento assumono nuovi e inquietanti contorni. Romanzo d’ispirazione politica che approda a una verità esistenziale, Il sorriso dell’agnello è anche un’opera d’intenso fascino linguistico e poetico, un libro nel quale l’uso delle voci e delle immagini trae ispirazione dalla grande tradizione favolistica araba.

Saggistica

La questione palestinese di Edward W.Said

Molti sono i collegamenti e le affinità tra la storia degli arabi e quella dei palestinesi, così come si sono definiti nel secolo scorso. Ma l’incontro traumatico con l’occupazione israeliana ha reso unica la storia dei palestinesi. L’unicità di questa storia e di questo popolo, con le sue vite vissute, le sue tante sofferenze e le sue profonde aspirazioni, è messa a fuoco e analizzata in La questione palestinese. La storia nazionale palestinese testimonia uno scontro perdente tra un’ambiziosa ideologia, fondamentalmente europea, e l’incapacità di convincere l’Occidente della giustezza della causa anticolonialista araba. Eppure, nonostante questo tragico fallimento, nonostante i palestinesi siano stati dispersi, frazionati, espropriati dei loro territori, essi hanno saputo sviluppare una sorprendente capacità di resistenza e, soprattutto, dare vita alla loro specifica identità di popolo. A partire dalla realtà storica del suo popolo, Edward W. Said in questo libro mette crudamente alla prova l’infondatezza delle gabbie interpretative già criticate in “Orientalismo”, fornendo la definizione più esauriente e illuminante della questione palestinese.

La guerra che non si può vincere di David Grossman

Nel corso di questi anni David Grossman, cittadino israeliano e padre di famiglia prima ancora che scrittore letto in tutto il mondo, ha raccontato sulle pagine dei più importanti quotidiani europei e americani la tragedia di due popoli ormai abituati a vivere all’ombra della morte, pronti ad accogliere in ogni momento la notizia di un attentato, della perdita dei propri cari, dello scoppio di una nuova guerra: uno stato di conflitto così profondo e radicato nella vita quotidiana che nessuno sembra più in grado di uscire dalla terribile logica della vendetta. Perché la pace invocata da Grossman non è solo il rifiuto di ogni forma di ricorso alla forza e alla violenza: è l’unica conclusione possibile di una guerra che nessuno può vincere.

Con gli occhi del nemico di David Grossman

Cosa può fare uno scrittore per aiutare il proprio paese a ritrovare la pace? Semplicemente il proprio mestiere: scrivere, raccontare, creare storie e personaggi in grado di far entrare i lettori nella pelle di un altro, farli pensare con la testa di un altro, far loro guardare la realtà con gli occhi di un altro. Anche se l’altro è un nemico. Un personaggio inventato può diventare una persona vera, viva e intimamente familiare: è il miracolo della letteratura, che incanta gli uomini da sempre. Ma che è anche un dono prezioso per chi vive in un paese in guerra, un dono capace di accendere una speranza e indicare una via di uscita dal tragico labirinto del conflitto tra israeliani e palestinesi. Scrivere diventa, allora, un mezzo per rendere il mondo meno estraneo e nemico, il dolore meno paralizzante e insopportabile, il linguaggio meno povero e fossilizzato dagli stereotipi dell’odio e della paura. Nei quattro brevi saggi che formano questo libro David Grossman offre una testimonianza sul valore della letteratura e, insieme, una amara riflessione sulla situazione israeliana: la tragedia concreta e attuale di due popoli in guerra diventa lo specchio delle difficoltà – che sono di ogni uomo e di ogni epoca – di trovare la via del dialogo, della comprensione, della pace.

Ho visto Ramallah di Murid Al-Barghuti

Dopo trent’anni, l’autore racconta i ricordi della sua giovinezza a Ramallah, poi il giorno in cui ha dovuto abbandonare tutto, senza sapere che non sarebbe tornato. Come lui, c’è chi ha lasciato la pentola sul fuoco, chi un bambino che dormiva, le distese degli ulivi, i forni d’argilla. Ma adesso, sul ponte che lo ricongiunge alla sua Terra, le prime immagini della Palestina occupata scorrono davanti agli occhi di un uomo maturo, che finora, in paesi lontani, non ha mai avuto una collocazione precisa: rifugiato, turista, straniero. Questa è la vita della ghurba, la condizione di chi vive altrove e non si sente mai a casa, nello straordinario racconto di un esilio lontano dai comuni percorsi dell’odio.

Fumetti e Graphic Novel

Racconto Palestina di Mohammad Sabaaneh

«Ci hanno detto che siamo nati dai sogni di libertà» scrive Mohammad Sabaaneh in questo capolavoro del fumetto contemporaneo, tradotto per la prima volta in italiano dopo le edizioni in inglese, in francese e in arabo. E Racconto Palestina nasce dalla necessità di custodire, narrare, dare voce a quei sogni di libertà. La forza della fiaba e la crudezza del presente, in queste tavole pazientemente incise dall’autore una ad una su linoleum, si fanno testimonianza poetica e politica, impegno creativo per non dimenticare. Un giorno qualunque un uccello si posa sulla finestra di una cella e propone al prigioniero che la occupa un accordo: «tu porta la matita, io porto le storie». Racconto dopo racconto, uomo e uccello come dolenti cantastorie raccoglieranno i fili della memoria e del trauma intergenerazionale dell’occupazione ancora in corso in Palestina, tessendo in immagini nette e potenti la trama di un popolo in ostaggio. Il suo ordito è la speranza di una possibile solidarietà e la scelta di restare, di resistere con una determinazione più forte del sopruso.

Tunnel. L’arca della discordia di Rutu Modan

Nel 1987 l’archeologo Israel Broshi, convinto di aver capito dove si trova l’Arca dell’Alleanza, comincia a scavare un tunnel nei pressi di un villaggio palestinese. La sua ricerca, però, è interrotta dall’esplosione della prima Intifada. Molti anni dopo, sua figlia Nili decide di riprendere gli scavi in segreto, nella speranza di riabilitare la figura paterna e completare il suo lavoro. Purtroppo il sito dello scavo si trova nei pressi della barriera di separazione israeliana, il famigerato muro anti-terrorismo eretto nel 2002, cosa che attirerà molte indesiderate attenzioni: da una parte gli ultra-ortodossi che credono che la scoperta dell’Arca porterà sulla Terra il nuovo messia, dall’altra i palestinesi che reclamano il loro territorio. E mentre il dipartimento di Archeologia dell’Università di Gerusalemme e un importante collezionista privato tramano nell’ombra, nella vicenda si insinuano anche i miliziani dell’Isis. Infatti, come ricorda Maria Edgarda “Eddi” Marcucci nella sua prefazione, vari gruppi jihadisti hanno un legame ambiguo con i reperti archeologici: i video in cui si riprendono mentre distruggono i Buddha di Bamiyan o i templi di Palmira sono perfetti sia per fare propaganda sia per raccogliere denaro, perché fanno «alzare i prezzi di mercato dei manufatti antichi, che in realtà i miliziani hanno sempre commerciato a telecamere spente. Attori privati e statali di tutto il mondo hanno partecipato a questi commerci, consapevoli di chi stessero finanziando». Rutu Modan riesce a intrecciare tutte queste contraddizioni con rara maestria, realizzando una commedia con un finale sorprendente, che analizza con estrema lucidità i paradossi di una delle aree più tormentate del pianeta.

Valzer con Bashir. Una storia di guerra di Ari Folman e David Polonsky

Beirut, 14 settembre 1982: il comandante capo delle Forze libanesi Bashir Gemayel perde la vita in un attentato a opera di gruppi terroristici palestinesi. Due giorni dopo, i campi profughi di Sabra e Shatila vengono presi d’assalto dai seguaci di Bashir, che vendicano la morte del proprio idolo trucidando centinaia di palestinesi inermi. Ari Folman è un soldato dell’esercito israeliano: si trova sul luogo della carneficina, ma vent’anni dopo nella sua testa non è rimasto un solo ricordo della notte del massacro. Sarà l’incubo ricorrente di un amico a spingerlo verso i racconti e le testimonianze dei protagonisti dell’epoca, nel doloroso tentativo di riportare in vita la memoria di quei giorni terribili.

Capire Israele in 60 giorni (e non solo) di Sarah Glidden

Il graphic novel della giovane fumettista americana di origini ebraiche Sarah Glidden è stato scritto e disegnato durante la prima visita dell’autrice in Israele: un viaggio offerto a lei come a tanti altri giovani ebrei dalla Taglit-Birthright Israel (un’agenzia finanziata dal governo israeliano e da associazioni private), e che servirà a Sarah per verificare la fondatezza delle proprie convinzioni sulla genesi dell’attuale situazione socio-politica in Terra Santa. Pronta a osteggiare ogni possibile tentativo di “lavaggio del cervello” da parte dell’associazione, e critica verso la politica di occupazione israeliana nei territori palestinesi, l’autrice si troverà invece a mettere in discussione i propri preconcetti e a riconoscere la drammatica complessità di un conflitto sanguinoso e labirintico, che non può conoscere un’unica verità né un’unica soluzione.