La condizione femminile in Giappone: dall’antichità ad oggi

Perchè i personaggi femminili dei libri giapponesi risultano spesso succubi, sottomessi o privi di forza d’animo? La storia ci dà tutte le risposte.

Chi legge autori giapponesi, spesso si ritrova a fare i conti con personaggi femminili dalla personalità anonima, succube, sottomessa o priva di forza d’animo. Queste caratteristiche sono molto presenti nella letteratura giapponese e, quasi sempre, succede di non riuscire a empatizzare per niente con questi personaggi, trovandoli troppo distanti dall’idea occidentale di donna.

In questo articolo cercherò di spiegare le motivazioni per cui le donne vengono frequentemente rappresentate in questo modo nei libri giapponesi, sopratutto se scritti da autori maschili e in periodi precendenti agli anni ’80. Così da riuscire a capire meglio la dinamica sociale che si cela dietro queste caratteristiche.

La diversità dei ruoli assegnati a uomini e donne, in Giappone, ha sempre avuto una collocazione sociale importante, fin dall’inizio della sua storia. Oggi, aldilà della facciata moderna ed emancipata, le donne giapponesi sono ancora ben lontane dal raggiungimento della parità con gli uomini. Purtroppo, il mondo femminile nipponico risente ancora della pressione sociale e della mentalità “tradizionale”, che la vuole perlopiù come brava moglie e brava madre. In questo articolo cercherò di approfondire l’evoluzione della condizione femminile dal VIII secolo ad oggi, per riuscire a capire da dove deriva questa concezione altamente patriarcale.

Dall’Epoca Antica al Periodo Nara (700-790 D.C.)

In Epoca antica, la donna giapponese, aveva un ruolo centrale nella società e occupava anche posti di potere. Infatti, in questo periodo, vennero elette ben sette donne imperatrici e, anche nella mitologia, viene messa in risalto la sua figura; basti pensare alla divinità del sole, Amaterasu (天照大御神), da cui scaturisce tutta la dinastia regnante, secondo la tradizione. Probabilmente questo apprezzamento per il genere femminile derivava dai concetti trasmessi dall’animismo Shintoista, che poneva alla pari entrambi i sessi, arrivando quasi a divinizzare la donna.

Concetti che si sgretolarono progressivamente con l’arrivo del Confucianesimo, famoso per l’oppressione e il disprezzo nei confronti delle donne. La concezione Confuciana rilega il genere femminile ad una condizione totalmente succube, a cui spettano solo 3 obbedienze: al padre, al marito e al figlio.

Periodo Heian (794-1185 D.C.)

Nel periodo Heian la letteratura era caratterizzata dal monopolio femminile, sia in prosa che in poesia. Viene infatti considerata un’età d’oro per la letteratura femminile (Joryūbungaku 女流文学) che portò alla luce i più importanti testi della letteratura classica giapponese.

Tradizionalmente le donne venivano considerate inferiori all’uomo e non ricoprivano incarichi pubblici; proprio per questo motivo esse avevano molto tempo libero a disposizione che potevano dedicare ad hobby e passatempi, come la scrittura. Grazie ai loro scritti siamo a conoscenza della condizione femminile di quel periodo; come nel caso del libro più famoso del Giappone, il Genji Monogatari (源氏物語) scritto dalla dama di corte Murasaki Shikibu.

Il testo descrive dettagliatamente l’abitudine diffusa della poligamia nelle classi più ricche, approfondendo la sofferenza (spesso sfociante in isteria o follia) delle donne che erano costrette a dividersi lo stesso marito, lottando silenziosamente contro gelosie, insicurezze, subordinazione e desideri. Il libro ci spiega, anche, che queste donne altolocate conducevano una vita segregata, dietro le mura del palazzo e senza poter entrare in contatto con nessuno (ad eccezione del marito). La moglie principale doveva essere rispettosa, obbediente e fedele al proprio uomo e aveva un unico compito: generare un erede maschio, per assicurare la continuità familiare.

Nelle classi sociali più basse, il ruolo femminile era ancora paritario con quello maschile; la donna lavorava quanto l’uomo e l’autorità in famiglia era divisa fra entrambi. La tradizione della campagna chiedeva che la donna fosse contadina, casalinga e generatrice di figli (almeno cinque). Sembra una condizione ottima, ma in realtà si viveva in una povertà tale per cui molto spesso le famiglie erano costrette a vendere le proprie figlie ai bordelli, pur di sopravvivere.

Secondo alcuni documenti scritti, nei periodi successivi (dal 1185 al 1573), le donne sarebbero state autorizzate a ricevere un’educazione, ereditare la gestione e il possesso delle proprie attività e coprire cariche importanti. Alcuni testi scritti nel XVI secolo affermano inoltre che alcune donne giapponesi potevano scegliere di sposarsi e divorziare liberamente, effettuare aborti e avere relazioni sessuali aperte.

Periodo Meiji (1868-1912)

Nell’Ottocento, la condizione femminile peggiora gradualmente, pur restando differenze nette in base alla classe sociale di appartenenza. Le donne altolocate venivano completamente subordinate dall’uomo e vivevano all’ombra del proprio marito o dei propri figli maschi, mentre nella classe più povera avevano più libertà, sia in famiglia che a lavoro. In questo periodo la prostituzione diventò legale a causa dello shogunato Tokugawa.

I matrimoni combinati (di solito a 16 anni) diventarono una prassi utilizzata dalle famiglie per migliorare la propria condizione sociale o per aumentare la quantità delle proprietà terrene. Le regole da seguire, per il matrimonio, erano semplici: essere vergini e non avere altre relazioni; ovviamente, regola valida solo per le donne, mentre gli uomini erano soliti avere amanti. Ricordiamoci che fino al 1908 è rimasta in vigore la legge che permetteva ai mariti di uccidere la propria moglie per infedeltà!

Gli uomini potevano chiedere il divorzio semplicemente dichiarando la loro intenzione in una lettera, mentre le donne non potevano legalmente richiedere il divorzio.

Durante il Periodo Meiji, con l’arrivo dell’urbanizzazione e degli Occidentali, la legge limitò le cause di divorzio, per gli uomini, a sette eventi: sterilità, adulterio, disobbedienza, loquacità, furto, gelosia o malattia; invece, per le donne, le uniche cause legali per richiedere divorzio diventarono: detenzione del marito, morte e malattia mentale o fisica.

Mentre fino alla metà dell’Ottocento le donne venivano considerate incapaci di educare e crescere i propri figli, il periodo Meiji rivalutò la maternità come il compito centrale delle donne, garantendone anche un’educazione mirata. Infatti, in questa epoca, nacquero le prime scuole femminili (ryosaikenbo) dove si insegnavano argomenti come: la cerimonia del tè, la disposizione dei fiori o come essere buone madri e buone mogli.

Verso la fine del secolo cominciano a nascere movimenti popolari per i diritti sociali, così le donne iniziarono per la prima volta a parlare della lotta per l’emancipazione, attivandosi con scioperi, boicottaggi e riviste letterarie per combattere lo sfruttamento, le violenze sessuali, la poligamia, la prostituzione e le pessime condizioni lavorative. Nel 1880 la donna iniziò ad avere una voce.

Essere una Geisha

Le prime figure assimilabili alla geisha nella storia sono le saburuko, cortigiane specializzate nell’intrattenimento delle classi sociali più nobili del VII secolo, o le juuyo, prostitute di alto borgo esistite fino al 1600. Oggi, però, le Geishe non sono prostitute ma splendide donne d’arte; questa evoluzione arrivò nel 1600 quando i nobili cominciarono a richiedere delle vere e proprie intrattenitrici per le feste importanti, che sapessero danzare, dialogare e fare compagnia agli ospiti. Quando lo shogunato Tokugawa rese legale la prostituzione in tutto il paese, la figura della Geisha venne confusa di nuovo con quella della prostituta, nonostante fosse stato categoricamente proibito l’acquisto della licenza di prostituzione da queste.

Nell’Ottocento vennero promulgate leggi ad hoc per le Geishe ed istituite le prime case da tè (ochaya お茶屋) e le prime case per Geishe (okiya) in quartieri detti hanamachi (花街, città dei fiori) a Tokyo, dove si sarebbe finalmente distinta la propria professione da quella delle prostitute. Quindi, si può affermare che le Geishe sono state le prime donne libere ed emancipate del Giappone moderno.

Quindi cos’è una Geisha? È una donna che ha ricevuto un serio addestramento dall’età di 15 anni (le apprendiste prendono il nome di Maiko 舞妓), per diventare una padrona di casa le cui competenze comprendono l’esecuzione di varie arti giapponesi come la musica classica, la danza, i giochi, il tè e la conversazione.

Dal Dopoguerra al XXI secolo

-Prima di passare al periodo post-bellico, ci tengo a nominare brevemente il vergognoso scempio che si attuò durante la guerra, quando l’impero giapponese costrinse più di 200’000 donne (di origini diverse) a prostituirsi per i soldati giapponesi, diventando delle vere e proprie schiave sessuali. Queste donne presero la nomea di comfort women o ianfu (慰安婦). Una metà di loro morì, mentre l’altra divenne sterile in seguito alle violenze e alle malattie trasmesse. –

Fu solo dopo la seconda guerra mondiale, grazie alle truppe alleate in opposizione al paese (che ridefinirono la Costituzione giapponese nel 1947) che le donne videro un vero cambiamento sociale. Le leggi, finalmente, concessero:

  • Il diritto di voto (dal 1946);
  • scuola dell’obbligo fino ai 16 anni (dal 1946);
  • Pari opportunità di lavoro (dal 1986);
  • La legalizzazione della pillola contraccettiva (dal 1999);
  • Divorzio in egual misura;
  • Possedimento di beni propri;
  • La garanzia sul mantenimento della custodia dei figli;
  • Istituti di istruzione di ogni ordine e grado;

“Il matrimonio potrà essere basato solo sul consenso reciproco di entrambi i sessi e deve essere mantenuta attraverso la cooperazione reciproca con i diritti uguali di marito e moglie come base. Per quanto riguarda la scelta del coniuge, di diritti di proprietà, eredità, scelta del domicilio, divorzio e altre questioni relative al matrimonio e alla famiglia, le leggi devono essere emanate dal punto di vista della dignità individuale ed egualianza fondamentale dei sessi”

Ovviamente, queste leggi non cambiarono nell’immediato la condizione femminile, in quanto molte donne erano ancora costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, e giudicate male se non si sposavano entro i 25 anni. Si pensi infatti che negli anni ’80 le donne continuavano a subire discriminazioni sul lavoro e a mettere fine alle loro carriere, una volta sposate.

Ricordiamo le triste frasi di due ministri:

  • Le donne dovrebbero smetterla di andare all’università, per stare a casa a fare figli” detta da Ryutaro Hashimoto (ministro delle finanze) nel 1990;
  • Le donne sono macchine per fare figli” detta da Hakuo Yanagisawa (ministro del lavoro e del benessere) nel 2006;

Fortunatamente nel 1990 si riscontrò un forte aumento del lavoro autonomo femminile, anche con una maggiore partecipazione di donne sposate, rompendo così lo schema consuetudinario di netta separazione tra casa e posto di lavoro. Esplode inoltre lo stereotipo delle Office Lady, donne lavoratrici in ufficio che si occupano principalmente di servire il tè agli uomini e fare segreteria.

La donna giapponese oggi

In alcuni rapporti di qualche anno fa è emerso che il Giappone è ultimo per il numero di donne in posizioni manageriali, ultimo per il ruolo delle donne in politica e quasi in fondo alla classifica per la differenza di remunerazione tra uomini e donne.

Nonostante i grandi passi avanti, fatti nell’ultimo secolo, la strada per l’eguaglianza di sesso è ancora molto lunga per il Giappone. Vediamo insieme, infine, alcune realtà odierne:

  • Lavoro: Ancora oggi, molte donne lasciano il lavoro dopo il matrimonio, ritornandovi spesso part-time quando i figli più piccoli iniziano la scuola. Alcune continuano a lavorare attivamente anche dopo essersi sposate, mettendosi in proprio. Attualmente le donne costituiscono più del 45% della forza lavoro complessiva giapponese e riescono, qualche volta, a coprire delle posizioni elevate;
  • Remunerazione: Le donne guadagnano mediamente il 30-50% in meno rispetto agli uomini;
  • Istruzione: L’85% delle donne di 25 anni ha raggiunto almeno l’istruzione secondaria;
  • Ruoli governativi e parlamentari: Il 15% dei parlamentari è donna, collocando il Giappone al 21° posto in classifica mondiale. Nel 2020 è stato fissato l’obiettivo di raggiungere il 7% dei ruoli governativi occupati da donne.
  • Matrimonio combinato: Ancora oggi esiste il matrimonio combinato, gestito da apposite agenzie matrimoniali, al quale partecipa circa il 40% delle donne giapponesi, specialmente quelle più grandi che non sono ancora riuscite a sposarsi.
  • Casa: Prendersi cura della famiglia e della casa è considerato prevalentemente un’occupazione femminile (esempio: preparare il bento che il marito porta in ufficio, educare ed istruire i figli, fare faccende domestiche ecc.).
  • Divorzio: Le donne possono risposarsi subito dopo il divorzio, però quelle incinte possono risposarsi solo dopo 100 giorni dal divorzio (in precedenza dovevano aspettare 6 mesi per evitare confusioni sulla paternità del figlio).
  • Cognome: Il codice civile richiede legalmente lo stesso cognome per i coniugi sposati, indipendentemente dal genere (si può scegliere quello del marito o della moglie). Il 96% delle donne sceglie il cognome del marito, ma utilizza il proprio cognome nelle situazioni informali.
  • Figli: Nel 2012, le donne hanno innalzato la media di maternità avendo il primo figlio intorno ai 30 anni. Il governo, di tutta risposta, sta cercando di aumentare il tasso di natalità educando i giovani a diventare genitori.
  • Violenza domestica: Nel 2002 viene approvata la legge contro la violenza domestica e vengono creati dei rifugi di supporto. Nel 2013 più di 100.000 donne hanno denunciato di esserne vittime.
  • Stalking: nel 2000 sono state approvate leggi anti-stalking, dopo l’omicidio di una studentessa universitaria avvenuto in seguito a stalking. Ad oggi, il Giappone conta il maggior numero di segnalazioni nel mondo.

L’ultimo decennio ha decretato un grande passo in avanti per la condizione femminile giapponese. Sicuramente la strada da percorrere è ancora lunga, ma finalmente le donne del Sol Levante hanno acquisito la libertà e la dignità che meritano da secoli. Con la speranza che la situazione possa sempre migliorare.

Bibliografia e Sitografia:

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