19 Aprile 2024

Clandestine: storia di una lotta continua

Marta Stella, classe 1988, nasce a Finale Ligure. Giornalista e consulente editoriale, negli ultimi anni ha pubblicato sul New Yorker e sul Correre della sera. A febbraio di quest’anno, edito da Bompiani, ha pubblicato Clandestine: un’anatomia del femminismo italiano degli anni ’70 e delle sue lotte per la conquista della 194.

L’autodeterminazione

Siamo le figlie di chi ha combattuto la guerra lontano dal fronte. Di chi ha sperato in un riconoscimento mai arrivato e poi, quando tutto è finito, ha dovuto contare i morti. Figlie di chi ha pagato care le proprie scelte in un’Italia liberata ma sempre più bigotta che costringe a essere vergini o madri. Ora tocca a noi.

Con queste parole inizia l’opera di Marta Stella. Sono i pensieri della voce narrante del romanzo, una sedicenne di cui non conosciamo il nome – ma di cui conosceremo la storia – al termine di una giornata che ha cambiato radicalmente il suo essere: ha abortito. E nell’Italia del 1960, l’aborto è considerato un reato punibile con il carcere. Eppure, nonostante il rischio, un numero immenso di donne ogni giorno rischia la vita per poter interrompere una gravidanza. Cosa le porta a prendere questa decisione?

Da queste premesse prende il via la narrazione di Clandestine. Marta Stella segue il fil rouge dell’aborto clandestino, assieme all’universo di donne e dolore che esso porta con sé.

L’impianto narrativo del romanzo è di particolare efficacia. L’autrice ha raddoppiato il piano della narrazione, seguendo da un lato la storia della protagonista e il suo viaggio verso l’autocoscienza, dall’altro la storia dei grandi collettivi degli anni ’70.

Dietro a questa scelta c’è una volontà ideologica ben precisa: l’esperienza della protagonista non è singola, bensì universale. L’idea è quella di trasmettere come l’aborto sia parte di una battaglia comune all’essere donna in quanto tale, e non relativa a una singolarità, restituendo così l’effetto unificante delle battaglie femministe. Il femminismo in quanto tale deve parlare a tutte le donne, a prescindere dalla classe di appartenenza: esso ci parla in quanto appartenenti al genere femminile. L’interruzione volontaria di gravidanza è uno dei grandi momenti dell’autocoscienza collettiva delle donne.

Per questo, accanto alla nostra protagonista vediamo scorrere i grandi nomi dell’epoca come Carla Lonzi, Emma Bonino, Adele Faccio e la tanto discussa Valerie Solanas.

Clandestine

L’aborto: un diritto sudato e costantemente a rischio

Come già accennato in precedenza, il fil rouge del romanzo è proprio l’aborto. La protagonista è costretta a sottoporsi a un’interruzione di gravidanza clandestina, da qui il titolo dell’opera, che la segnerà per tutta la vita. A seguito di quest’esperienza, sentirà di dover fare qualcosa per tutte le donne, come lei, in mano a macellai e medici senza scrupoli.

Nell’Italia degli anni ’60, l’aborto è considerato ancora un crimine, a causa delle leggi risalenti al ventennio. Tutte coloro che vogliono procedere con l’interruzione della gravidanza sono costrette a sottoporsi a procedure violente e traumatiche, che possono anche risultare nella morte della donna.

Ed è proprio da queste premesse che prende piede la rivendicazione al diritto di abortire. Carla Lonzi, in Sputiamo su Hegel (1970), stabilisce che la legge che criminalizza l’aborto vada, de facto, considerata decaduta; questo accade nel nome di tutte quelle donne che sono state costrette a sottoporsi a interruzioni di gravidanza clandestine, spesso risultanti nel decesso.

In questo romanzo, Marta Stella non parla solo dell’esperienza di aborto clandestino della protagonista, bensì allarga la prospettiva raccontando l’aborto come esperienza collettiva. Ogni donna, timidamente, racconta in questo romanzo cosa la portò a scegliere di assumere su di sé un rischio tale: c’è la storia della madre che non è in grado di mantenere un altro figlio, c’è la donna vittima di un marito violento o l’adolescente che non sente di poter assumere su di sé un tale peso.

Il tabù della contraccezione

Il messaggio di cui si fa portatore Clandestine è molto chiaro, e risuona con una potenza inimmaginabile: l’aborto è una questione privata e, spesso, una scelta sofferta. Durante tutto il romanzo, Marta Stella sottolinea con chiarezza come la richiesta dell’aborto non derivi da una voglia indiscriminata di abortire. Esso è necessario per l’autodeterminazione della donna, ma allo stesso tempo si richiede il libero accesso alla contraccezione.

Ancora al giorno d’oggi, la contraccezione è un argomento tabù, ma essa deve essere liberalizzata, sicura e gratuita. Ogni donna deve poter assumere su di sé le decisioni che riguardano il proprio corpo e la propria vita sessuale. Per questo, accanto alla battaglia per la legge 194, le femministe rivendicano la liberalizzazione degli anticoncezionali. In tutto il romanzo, Marta Stella segue anche la storia della pillola anticoncezionale: una rivoluzione culturale e sessuale in tutto e per tutto.

Aborto e violenza: un drammatico legame

Strettamente legato al tema dell’aborto, per la riflessione del femminismo italiano degli anni ’70, c’è quello della violenza.

Carla Lonzi pone un legame fra la gravidanza non voluta e la violenza fisica, facendo ricadere la prima nella seconda:

Non è detto che una donna sia una cattiva madre del figlio non desiderato, ma certamente essere stata costretta a anteporre la vita di un altro essere umano alla sua ha un effetto distruttivo sulla sua identità

L’aborto diventa una forma di legittima difesa, al fine di preservare la propria individualità e autodeterminazione. Solamente attraverso l’interruzione di gravidanza sicura le donne potranno, finalmente, prendere parte a quella contestazione del potere maschile a cui Carla Lonzi aveva aspirato nel Manifesto di Rivolta Femminile.  

Inoltre, Carla Lonzi insiste sulla necessità di una lotta continua. Sulla scia delle parole di Simone de Beauvoir, viene messo in evidenza come le conquiste delle donne non possano mai considerarsi per assodate: anche quando esse esistono sul piano formale, sono spesso ostacolate per vie traverse, e basta veramente poco per vederle crollare davanti ai nostri occhi di donne.

Abbiamo vinto, ma temporaneamente. Basta una crisi […] per mettere in discussione i nostri diritti.

Al giorno d’oggi, queste parole risuonano potenti nelle nostre anime. Simone de Beauvoir è fin troppo consapevole che i diritti delle donne saranno destinati a essere sempre rimessi in discussione, poiché basta un nonnulla per rimettere tutto in questione. Ad oggi, nel 2024, il nostro diritto di abortire è ancora ostacolato da procedure lunghe ed eterne e domande invasive della nostra intimità di donne. Senza parlare dell’abrogazione della Roe vs Wade negli USA, che ha riportato alcuni stati americani a criminalizzare l’aborto anche in caso di violenza sessuale e incesto.

Le parole di Simone de Beauvoir dovrebbero essere un monito costante per noi donne: non bisogna mai dare per scontati i nostri diritti.

La violenza di genere: un caso isolato o un fenomeno culturale?

Accanto a questa forma di violenza, Marta Stella ne indaga un’altra: quella sessuale. In Clandestine non mancano i riferimenti ai drammatici processi per stupro tristemente famosi dell’epoca, dal Circeo a Fiorella, di cui non fu mai reso noto il cognome.

Il tono con cui l’autrice racconta i terribili processi per violenza sessuale restituisce immediatamente un paese che non vuole ammettere la verità: la violenza di genere è radicata in una cultura del possesso contro cui ci si rifiuta di fare i conti. Essa ha le sue radici nell’educazione sessuale ed affettiva della nostra società, la quale non riesce a uscire dalle dinamiche patriarcali che la caratterizzano.

Marta Stella, con grande abilità narrativa, scrive:

È il paese dove sui giornali nei casi di omicidio le donne sono vittime di raptus, delitti passionali, ammazzate per amore, gelosia o follia. Ci si rifugia nei concetti astratti per non guardare la cruda realtà.

Il romanzo prosegue con un’altra interessante disamina sull’utilizzo del termine mostro, e su quanto questo falsi la nostra concezione del problema. Disumanizzare il colpevole non fa altro che de-responsabilizzare il problema culturale presente nel nostro paese, facendo credere alla società che egli è un caso isolato. È stato un raptus. Non si poteva fare nulla per prevenirlo. Ma siamo veramente sicuri?

Marta Stella, attraverso un’articolata analisi dei più celebri casi per stupro dell’epoca, dimostra al lettore come molte delle frasi che sentiamo nei tribunali hanno le loro radici nel patriarcato e nelle sue applicazioni.

Al celebre processo di Fiorella, l’avvocata Tina Lagostena Bassi – colei che aveva difeso anche Donatella Colasanti durante il processo del Circeo – pronuncia delle parole che dovrebbero risuonare tutt’ora nei tribunali di tutta Italia:

Mi chiedo perché, se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne e ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? È questa una prassi assai costante: il processo alla donna, la vera imputata […]. E scusatemi la franchezza, se si fa così è solidarietà maschilista. Perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare una donna venire qui a dire che non è una puttana né niente. Una donna ha il diritto di essere quello che vuole senza bisogno di difensori. E io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza, è cosa diversa.

Conclusioni

Le parole di Lagostena Bassi risuonano dolorosamente attuali, alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni. La prassi del victim blaming è ad oggi più diffusa di quanto si possa pensare: molte donne temono di denunciare violenze di qualsivoglia tipo a causa delle invadenti domande circa la loro condotta morale e sessuale.

Inoltre, non bisogna dimenticare la narrazione di cui Marta Stella ci ha brillantemente raccontato nelle pagine del romanzo: ancora, nel 2024, i titoli di giornale parlano di mostro. Mai di uomo comune.

Hannah Arendt, in un contesto completamente differente, parla della banalità del male e di come esso risieda nei più insospettabili. In questo caso, è possibile applicare la medesima riflessione alla piaga della violenza di genere. Come società ci rifiutiamo di interrogarci sui nostri comportamenti e su quelli che vediamo nelle persone attorno a noi, andando a giustificare determinate azioni come frutto di un’immaturità emotiva e non come il sintomo di una cultura del possesso ormai introiettata anche dai più giovani.

Clandestine non è un romanzo come gli altri, e neanche un memoir: esso è uno spaccato del doloroso processo di autocoscienza delle donne, dalla quale nessuna può prescindere. Non bisogna mai dimenticare cosa è stato conquistato con il sangue e la sofferenza delle donne che sono venute prima di noi. Ogni donna ha il dovere morale e politico di ricordare, affinché non si torni mai indietro.